Teju Cole.

Citt aperta.


Titolo originale: Open City. 2011.
Traduzione di: Gioia Guerzoni.
2013 Giulio Einaudi Editore, Torino.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Morningside Heights  un buon punto per partire.
Incastrato fra la cima di Central Park e il fondo di Harlem,  un punto di partenza buono come ogni altro per le peregrinazioni di questo flneur contemporaneo, il narratore nigeriano-tedesco Julius, che nella citt simbolo della modernit incontra persone, luoghi ed epoche differenti, e lascia che ogni impressione germogli in idee per il nostro tempo.
Scritto in una prosa che ricorda quella di W. G. Sebald e J. M. Coetzee, questo poliedrico esordio ha fatto di Teju Cole una delle voci pi promettenti e acclamate del panorama letterario contemporaneo.
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Nato da madre tedesca e padre nigeriano, formato alla Nigerian Military School di Zaria e trapiantato adolescente negli Stati Uniti, lontano da affetti e radici, il narratore Julius, allultimo anno di specializzazione in psichiatria, non appartiene a nessun luogo. Quando comincia a vagare per le strade di New York, nellautunno del 2006, lo fa con il distacco delloutsider, la profondit dellintellettuale e lagio del flneur.
La migrazione degli uccelli  loccasione per riflettere sul miracolo dellimmigrazione in natura, ai cartelli che annunciano la chiusura della catena Tower Records fanno da contraltare le meditazioni sulla musica amata, Mahler in testa, e un acquazzone sulla Cinquantatreesima  causa di una precipitosa ritirata nellAmerican Folk Art Museum e della conseguente fascinazione per la pittura di John Brewster l esposta.
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Di casualit in intenzione, Julius si muove nelle geografie newyorchesi incontrando persone di ogni classe e cultura, vedendo scorci scolpiti o in mutamento, lasciando che ogni impressione si depositi sul fondo della coscienza e da l, come cerchio in uno stagno, si propaghi ad altri cerchi, ad altre impressioni. Molte di esse rilucono attraverso il prisma del colore della pelle: ascoltando un concerto alla Carnegie Hall, il narratore nota stancamente quanto siano rari gli spettatori neri nella sala, e un taxista sulla Sixth si mostra indignato al mancato saluto di un fratello come lui. Loutsider Julius rifiuta recisamente quelle istanze di appartenenza (non ero dellumore per sopportare gente che pretendeva qualcosa da me), e tuttavia la cartografia del sopruso che, con spirito quasi archeologico, va scavando nelle pieghe della citt  quando visita lantico luogo di sepoltura per negri di Brooklyn, o raccoglie il racconto del mite lustrascarpe haitiano o quello rassegnato del giovane liberiano recluso nel centro di detenzione per clandestini del Queens  incide necessariamente la questione identitaria.
Mentre accoglie universi, Julius rimane impenetrabile. La sua storia personale resta semioscura perfino quando affronta un viaggio a Bruxelles per riscoprirla, e cos i cerchi sullo stagno si ricompongono su segreti scuri come quellacqua.
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Lautore.
Teju Cole, scrittore, storico dellarte e fotografo,  cresciuto in Nigeria e vive a Brooklyn. Citt aperta, il suo primo romanzo, ha vinto il PEN/Hemingway Award, il New York City Book Award for Fiction e il Rosenthal Award, ed  risultato finalista al National Book Critics Circle Award, il New York Public Library Young Lions Award, e lOndaatje Prize della Royal Society of Literature.
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Questo libro  unopera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dellimmaginazione dellautore o adoperati come tali. Ogni riferimento a fatti, ambientazioni e persone, vive o morte, realmente esistiti  puramente casuale.
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Per Karen. E per Wah-Ming e Beth.
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Parte prima.
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La morte  una perfezione dellocchio.
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1.
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E cos quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights  un buon punto di partenza per esplorare la citt. La stradina che scende dalla cattedrale di Saint John the Divine e attraversa Morningside Park  a un quarto dora da Central Park. Nella direzione opposta, andando verso ovest, Sakura Park  a dieci minuti, mentre a nord si arriva ad Harlem costeggiando lHudson, anche se il traffico al di l degli alberi copre il rumore del fiume. Quelle camminate, un contrappunto alla frenesia delle giornate in ospedale, pian piano si erano allungate, portandomi sempre pi lontano, tanto che a volte, di notte, dovevo tornare a casa in metropolitana.  cos che, allinizio dellultimo anno di specializzazione in psichiatria, New York si era fatta strada nella mia vita passo dopo passo.
Poco prima che iniziassero quei vagabondaggi, avevo preso labitudine di osservare il passaggio degli uccelli migratori da casa mia, e ora mi chiedo se ci fosse un nesso. Nelle giornate in cui rientravo abbastanza presto dallospedale, mi mettevo alla finestra come per trarre auspici, sperando di assistere al miracolo dellimmigrazione in natura. Ogni volta che avvistavo una formazione di oche mi chiedevo come vedessero la nostra vita da lass, e immaginavo che ai loro occhi, sempre che indulgessero in simili congetture, i grattacieli non fossero molto diversi dagli abeti in un bosco. Spesso non contemplavo altro che la pioggia, o la debole scia di un aereo che tagliava in due il cielo, e una parte di me si domandava se esistevano davvero quelle creature con ali e sottogola scuri, il corpo chiaro e i piccoli cuori instancabili. Mi affascinavano cos tanto che, se non le vedevo, cominciavo a diffidare della mia memoria.
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Ogni tanto passavano anche dei piccioni, e poi rondini, scriccioli, orioli, rondoni e tanagre, ma era quasi impossibile identificare i puntini solitari, in genere incolori, che sfrecciavano in cielo. A volte, mentre aspettavo la rara squadriglia di oche, ascoltavo la radio. Di solito evitavo le stazioni americane, troppa pubblicit per i miei gusti  Beethoven seguito dalle tute da sci, Wagner dopo il formaggio artigianale , e preferivo quelle via internet, canadesi, tedesche, olandesi. E anche se spesso non capivo gli annunciatori, conoscendo ben poche parole di quelle lingue, la programmazione si addiceva sempre al mio umore serale. Molti brani mi erano familiari, perch era da pi di quattordici anni che ascoltavo avidamente la classica alla radio, ma a volte mi imbattevo in qualcosa di nuovo. Capitavano persino rari momenti di stupore, come la volta in cui una stazione di Amburgo aveva trasmesso un magnifico brano per orchestra e contralto solo di cedrin (o forse era Ysae), che non sono ancora riuscito a identificare.
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Mi piaceva il mormorio dei conduttori, il suono di quelle voci calme, che parlavano a migliaia di chilometri di distanza. Abbassavo il volume delle casse e guardavo fuori, piacevolmente protetto da quel brusio, ed era facile immaginare unaffinit tra me, nel mio appartamento spoglio, e il conduttore in studio, in qualche citt europea, probabilmente di notte. Nella mia mente, quelle voci incorporee sono ancora associate al passaggio delle oche. Non che abbia assistito a molte migrazioni, saranno state tre o quattro: in generale vedevo soltanto i colori del cielo al tramonto, indaco, rosso livido, ruggine, che pian piano cedevano il passo a toni pi scuri. Quando faceva buio, prendevo un libro e mi mettevo a leggere accanto a una vecchia lampada da scrivania che avevo recuperato in un cassonetto alluniversit: la lampadina, avvolta da una campana di vetro, proiettava una luce verdastra sulle mie mani, sul libro che tenevo in grembo, sul tessuto liso del divano. A volte leggevo ad alta voce, e notavo che le parole creavano uno strano sottofondo mescolandosi al mormorio dei presentatori francesi, tedeschi o olandesi, o al suono delicato dei violini dorchestra, e leffetto era amplificato dal fatto che gran parte dei testi che leggevo erano tradotti da quelle lingue europee. Quellanno, saltabeccavo da un libro allaltro: La camera chiara di Barthes, Telegrammi dellanima di Peter Altenberg, Lultimo amico di Tahar Ben Jelloun, tra gli altri.
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Quella fuga sonora mi faceva ripensare a santAgostino e alla sua incredulit di fronte a santAmbrogio, che si diceva riuscisse a leggere senza pronunciare le parole. In effetti  incredibile  mi sorprendeva allora e mi sorprende ancora oggi  poter comprendere un testo leggendolo mentalmente. Per Agostino, solo ripetendo le frasi ad alta voce se ne poteva cogliere davvero il ritmo e la vitalit, ma da allora molto  cambiato nella nostra idea della lettura. Da troppo tempo ci viene ripetuto che limmagine di una persona che parla da sola  associata a eccentricit e pazzia, e non siamo pi abituati a sentire la nostra voce, se non durante una conversazione o quando ci possiamo confondere tra la folla. Ma ogni libro rimanda a una conversazione, a due persone che parlano, e in quel tipo di scambio  normale sentire dei suoni, o perlomeno dovrebbe esserlo. Cos, leggevo ad alta voce, con me stesso come pubblico, pronunciando parole altrui. Quelle insolite ore serali trascorrevano in fretta, tanto che spesso mi addormentavo sul divano, e solo pi tardi, nel cuore della notte, mi trascinavo a letto. Poi mi svegliavo di scatto, sempre con limpressione di aver dormito pochi minuti, al suono della sveglia sul cellulare, un bizzarro arrangiamento di O Tannenbaum in stile marimba. In quei primi istanti di consapevolezza, nel bagliore improvviso del mattino, la mia mente correva in circolo, ripescando frammenti di sogni o brani del libro che stavo leggendo prima di addormentarmi. Era stato per interrompere la monotonia di serate simili che avevo cominciato a fare quelle camminate, due o tre volte durante la settimana dopo il lavoro e almeno una volta nel fine settimana.
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Allinizio, affrontare il rumore incessante della strada era uno shock dopo la concentrazione e la relativa quiete della giornata, come se qualcuno avesse acceso un televisore a tutto volume in una silenziosa cappella privata. Mi districavo tra la gente che usciva dal lavoro o faceva compere, tra i lavori in corso e i clacson dei taxi. Il fatto di attraversare zone affollate significava che incrociavo molte persone, centinaia, forse migliaia, pi di quanto non fossi abituato a vederne nel corso della giornata, ma quel numero infinito di volti, invece di alleviare la mia sensazione di isolamento, non faceva che accentuarla. In quel periodo ero molto stanco, una spossatezza che non sperimentavo pi dallinizio del tirocinio, tre anni prima. Una sera ero arrivato a Houston Street semplicemente camminando senza sosta per una decina di chilometri, fino a sentirmi cos esausto e disorientato che faticavo a stare in piedi. Quella notte tornai a casa in metro, e invece di addormentarmi subito rimasi a letto, troppo stanco per riuscire a spegnere la mente, a rievocare gli episodi e le scene a cui avevo assistito durante le mie peregrinazioni, selezionando ogni incontro come un bambino che gioca con i blocchetti di legno e cerca di capire quale si incastra nellaltro, quale corrisponde a un altro. Ogni quartiere pareva fatto di una sostanza diversa, ciascuno sembrava avere una diversa pressione atmosferica, un diverso peso psichico: le luci abbaglianti e i negozi con le serrande abbassate, le case popolari e gli hotel di lusso, le scale antincendio e i parchi comunali. Il mio futile tentativo di selezione prosegu finch le immagini non cominciarono a fondersi tra loro, trasformandosi in figure astratte senza pi alcun nesso con la citt reale, e solo allora la mia mente frenetica ebbe piet di me e si plac, solo allora caddi in un sonno senza sogni.
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Le camminate rispondevano a un bisogno: erano una liberazione dalla severa disciplina mentale del lavoro e quando scoprii il loro effetto terapeutico diventarono la norma, e dimenticai come era stata la vita prima di quei vagabondaggi. Il lavoro richiedeva un regime di perfezione e competenza, non permetteva improvvisazioni e non tollerava errori. Per quanto interessante fosse il mio progetto di ricerca  stavo conducendo uno studio clinico sui disturbi affettivi negli anziani  la minuzia che richiedeva era di una complessit che non avevo mai dovuto affrontare prima. Le strade mi offrivano un gradito contrasto. Ogni decisione  dove girare a sinistra, per quanto tempo rimanere assorto nei miei pensieri davanti a un edificio abbandonato, se fermarmi a guardare il sole che tramontava sul New Jersey o infilarmi tra le ombre dellEast Side guardando verso Queens  era irrilevante, e proprio per quel motivo sinonimo di libert. Percorrevo i vari isolati come se li misurassi a falcate, e le stazioni della metropolitana erano solo un motivo ricorrente del mio avanzare senza meta. Mi faceva sempre uno strano effetto vedere la folla che si precipitava verso i sotterranei della metropolitana, e avevo la sensazione che la razza umana fosse attirata in quelle catacombe mobili da un irrazionale istinto di morte. In superficie, ero con migliaia di altre persone chiuse nella loro solitudine, ma l sotto, in mezzo a sconosciuti, a spintonarci a vicenda per un po di spazio e di aria rivivendo traumi ignorati, la solitudine era ancora pi intensa.
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Una mattina di novembre, dopo aver percorso le strade relativamente tranquille dellUpper West Side, arrivai alla grande piazza assolata di Columbus Circle. Quella zona era cambiata parecchio di recente, e ormai era una meta turistica, oltre che commerciale, grazie ai due grattacieli della Time Warner. Gli edifici, spuntati in pochissimo tempo, avevano appena aperto, ed erano pieni di negozi che vendevano camicie di sartoria, abiti firmati, gioielli, utensili per cuochi raffinati, accessori di pelle fatti a mano, oggetti decorativi dimportazione. I piani superiori ospitavano alcuni dei ristoranti pi esclusivi della citt, che servivano tartufi, caviale, bistecca Kobe e pregiati menu degustazione. Allultimo piano cerano gli appartamenti forse pi costosi di New York. Spinto dalla curiosit, ero entrato un paio di volte nei negozi al pianterreno, ma i prezzi astronomici e unatmosfera che giudicavo snob mi avevano fatto passare la voglia di tornarci.
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Quel giorno cera la maratona di New York. Non lo sapevo, e quindi fui sorpreso di trovare lo spiazzo circolare davanti alle torri di vetro pieno di gente in attesa, vicino al traguardo. La folla era anche ai lati della strada che portava verso est, mentre a ovest cera un palco sul quale due uomini stavano accordando le chitarre, in un botta e risposta di note argentine che uscivano dagli amplificatori. Striscioni, poster, bandiere, cartelli e festoni di tutti i tipi ondeggiavano nel vento e i poliziotti, in uniforme blu scuro e occhiali da sole, si spostavano su cavalli bendati e contenevano la calca con cordoni, fischietti e palette. Gli astanti portavano maglie e tute sintetiche dai colori vivaci e guardare tutti quei verdi, rossi, bianchi e gialli nella luce del sole faceva quasi male agli occhi. Per sfuggire al baccano, che sembrava aumentare, decisi di entrare nel centro commerciale. Al secondo piano, oltre ai negozi di Armani e Hugo Boss, cera una libreria. Forse l avrei potuto trovare un po di pace e bere un caff prima di riprendere la strada di casa. Ma la folla arrivava fino allentrata e i cordoni impedivano laccesso alle torri.
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Cos cambiai programma e decisi di andare a trovare un mio vecchio insegnante che abitava a meno di dieci minuti da l su Central Park South. Il professor Saito aveva ottantanove anni ed era la persona pi anziana che conoscevo. Mi aveva preso sotto la sua ala quandero al terzo anno al Maxwell. Allepoca lui era gi emerito ma continuava a venire al campus, ogni giorno. Forse qualcosa in me gli aveva fatto credere che non fossi una causa persa per la raffinata materia che insegnava (letteratura inglese antica). Da quel punto di vista ero stato una delusione, ma era un uomo di buon cuore, e anche se non ero riuscito ad avere un voto decente al suo seminario di letteratura inglese ante Shakespeare, mi aveva invitato parecchie volte a chiacchierare nel suo ufficio. In quel periodo aveva da poco installato una macchinetta per il caff incredibilmente rumorosa: prendevamo un caff dopo laltro e parlavamo delle interpretazioni del Beowulf, e poi, pi avanti, dei classici, del lavoro infinito del sapere, delle varie consolazioni della vita accademica, dei suoi studi appena prima della seconda guerra mondiale. Quellultimo argomento era cos lontano dalla mia esperienza che mi pareva il pi interessante. La guerra era scoppiata proprio quando stava per finire il dottorato, ed era stato costretto a lasciare lInghilterra e a tornare dai suoi nel Pacific Northwest. Poco dopo, lui e la sua famiglia erano stati portati nel campo di concentramento di Minidoka, in Idaho.
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Durante i nostri incontri, per come li ricordo ora, parlava quasi sempre lui. Dal professor Saito imparai larte di ascoltare, e anche labilit di costruire una storia partendo dalle omissioni. Di rado parlava della sua famiglia, ma mi raccontava della sua vita da studioso e delle posizioni che aveva preso in questioni importanti dellepoca. Negli anni Settanta aveva fatto una traduzione annotata del Piers Plowman, che si era rivelata il suo maggiore successo accademico. Me ne parl con uno strano miscuglio di orgoglio e delusione. Accenn a un altro grosso progetto (non disse su cosa) che non era mai stato completato e mi descrisse le politiche di dipartimento. Ricordo che pass un intero pomeriggio a rievocare unex collega, il cui nome non mi diceva nulla e che ora non ricordo. Quella donna era diventata una famosa attivista durante le lotte per i diritti civili, e per un certo periodo era stata una vera celebrit nel campus, per cui le sue lezioni di letteratura erano affollatissime. Era una donna intelligente e sensibile, mi spieg, eppure non riusciva mai a trovarsi in accordo con lei. Non gli piaceva ma la ammirava.  un mistero, ricordo che disse, era unottima studiosa, e stava anche dalla parte giusta della barricata, ma semplicemente non la sopportavo come persona. Era irritante ed egocentrica, che riposi in pace. Per non si pu dire una sola parola contro di lei da queste parti. Viene ancora vista come una santa.
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Quando diventammo amici, mi impegnai ad andare a trovare il professor Saito due o tre volte al semestre, e quegli incontri rimasero i momenti migliori dei miei ultimi due anni al Maxwell. Divent una specie di nonno per me, del tutto diverso dai miei due nonni veri (solo uno dei quali avevo conosciuto). Sentivo di avere pi in comune con lui che con chi avevo avuto in sorte per parenti. Dopo il diploma, quando me ne andai per fare prima un breve periodo da ricercatore a Cold Spring Harbor, poi medicina a Madison, ci perdemmo di vista. Ci scambiammo un paio di lettere, ma era difficile fare conversazione con quel mezzo, perch le novit e gli aggiornamenti non erano la vera essenza del nostro rapporto. Per, quando tornai in citt per la specializzazione, lo vidi spesso. La prima volta  anche se proprio quel giorno avevo pensato spesso a lui  lo incontrai per caso davanti a un negozio di alimentari poco lontano da Central Park South, dove era andato a passeggiare accompagnato da un assistente. In seguito, invece, capitavo senza preavviso a casa sua, come mi aveva invitato a fare, e scoprii che aveva mantenuto la stessa politica degli anni del college, quando il suo studio era sempre aperto. La macchina del caff che un tempo era nel suo ufficio ora giaceva inutilizzata in un angolo della stanza. Il professor Saito mi disse che aveva un cancro alla prostata. Non era del tutto debilitante, ma aveva smesso di andare al campus e ormai riceveva a casa. Il fatto di aver ridotto tanto le sue interazioni sociali doveva farlo soffrire; il numero degli ospiti che accoglieva era diminuito progressivamente, finch gran parte dei suoi visitatori erano diventati infermiere o badanti.
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Salutai il portinaio nellatrio buio, dal soffitto basso, e presi lascensore per il terzo piano. Quando entrai, il professor Saito mi chiam. Era seduto in fondo alla stanza, vicino alle grandi finestre, e mi invit con un cenno a sedermi sulla poltrona davanti a lui. Aveva gli occhi deboli, ma ci sentiva bene come quando ci eravamo conosciuti, e allora aveva solo settantasette anni. Ora, rannicchiato in una grande poltrona morbida, avvolto nelle coperte, sembrava regredito a una seconda infanzia. Ma non era affatto cos: la sua mente era rimasta acuta quanto il suo udito, e quando sorrideva le rughe si diffondevano su tutto il viso, e la pelle della fronte, sottile come carta, si raggrinziva. In quella stanza esposta a nord, che pareva sempre illuminata da una piacevole luce soffusa, era circondato dagli oggetti collezionati in una vita intera. Una mezza dozzina di maschere polinesiane appese alle sue spalle gli formava una grande aureola scura intorno alla testa. Nellangolo cera la figura ad altezza naturale di un antenato papuano, con denti intagliati nel legno uno a uno e un gonnellino di paglia che nascondeva a malapena il pene eretto. Guardando quella statua, il professor Saito mi aveva detto una volta: Adoro i mostri immaginari, ma sono terrorizzato da quelli veri.
Dalle finestre, che occupavano tutta quella parete, si vedevano le ombre della strada, al di l della quale cera il parco, delimitato da un antico muro di pietra. Proprio mentre stavo per sedermi sentii un gran trambusto dalla strada. Mi alzai di scatto e vidi un uomo che correva in mezzo al varco che si era aperto tra la folla. Indossava una maglia dorata, con guanti neri che gli arrivavano fino ai gomiti, come quelli di una signora a una cena elegante. Acceler con rinnovata energia, incoraggiato dalle grida, e fece uno sprint finale verso il palco, la folla in visibilio, il traguardo, e il sole.
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Vieni, siediti, siediti. Il professor Saito toss mentre mi indicava la poltrona. Dimmi come stai; sai, sono stato male, la scorsa settimana  stata dura, ma ora va molto meglio. Alla mia et ci si ammala spesso. Dimmi, come va, eh, come va? Fuori, il fragore aument ancora e poi si affievol. Vidi sfrecciare altri due maratoneti, due neri. Kenioti, probabilmente.  cos ogni anno, da quasi quindici anni ormai, disse il professor Saito. Se devo uscire il giorno della maratona, passo dalla porta sul retro. Ma non esco quasi pi, non con quellaffare dietro, attaccato come la coda a un cane. Mentre mi accomodavo in poltrona, indic la sacca trasparente appesa a un piccolo trespolo di metallo. Dalla sacca, quasi piena di urina, partiva un tubicino che finiva nel nido di coperte. Qualcuno mi ha portato dei cachi ieri, belli sodi, deliziosi. Ne vuoi uno? Dovresti assaggiarli, davvero. Mary! Laiuto infermiera, una donna di Saint Lucia sulla cinquantina, alta, robusta, che avevo visto durante le visite precedenti, spunt dal corridoio. Mary, potresti portare dei cachi per il nostro ospite? Quando scomparve in cucina, il professore mi disse, Sai Julius, faccio fatica a masticare ultimamente, quindi un frutto nutriente e facilmente disponibile come il cachi  perfetto per me. Ma basta parlare di queste cose, come stai? Come va il lavoro?
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La mia presenza gli infondeva energia. Gli raccontai qualcosa delle mie camminate e avrei voluto dirgli di pi ma non avevo le idee chiare su come descrivere il territorio solitario che la mia mente stava esplorando. Cos, gli raccontai di uno dei miei casi pi recenti. Ero stato consultato da una famiglia di cristiani conservatori, pentecostali, che avevano avuto il mio nome da un pediatra dellospedale. Il loro unico figlio, tredicenne, era leucemico, e doveva sottoporsi a una terapia che molto probabilmente, in futuro, avrebbe potuto pregiudicare la sua fertilit. Il pediatra aveva consigliato di congelare e conservare dello sperma in modo che, quando il ragazzo si fosse sposato, sua moglie avrebbe potuto ricorrere allinseminazione artificiale e avere figli suoi. I genitori avevano accettato lidea di conservare lo sperma, e non avevano nulla contro linseminazione artificiale, ma rifiutavano categoricamente, per motivi religiosi, lidea che il figlio si masturbasse. Non esisteva una soluzione puramente medica al problema, e la famiglia era in piena crisi. Vennero da me e, dopo qualche seduta, e dopo aver molto pregato, decisero di correre il rischio di non avere nipoti. Semplicemente non potevano permettere che il figlio commettesse quello che definivano il peccato dellonanismo.
Il professor Saito scroll il capo e capivo che quella storia gli era piaciuta, che era divertito (e turbato) quanto me dalle sue strane e infelici implicazioni. La gente sceglie, disse, la gente sceglie e lo fa al posto di altri. E che mi dici di quando non lavori, cosa stai leggendo? In generale riviste mediche, dissi, e poi molte altre cose interessanti che inizio e poi chiss perch non riesco a finire. Appena compro un libro nuovo sento che mi rimprovera perch non lo leggo. Neanche io leggo molto, disse, con la vista che mi ritrovo; ma ho abbastanza roba conservata qui. Indic la testa. Anzi,  piena. Ci scapp una risata e proprio in quel momento Mary arriv con i cachi su piattini di porcellana. Ne mangiai met; era un po troppo dolce. Mangiai laltra met e lo ringraziai.
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Durante la guerra, inizi a raccontare, ho imparato molte poesie a memoria. Immagino che non si faccia pi nelle scuole, ormai. Ho visto il cambiamento quando ero al Maxwell, le ultime generazioni avevano di rado quel tipo di preparazione. Per loro, la memorizzazione era una piacevole diversione che faceva parte di un corso specifico; per i loro predecessori di trenta, quarantanni prima, cera un forte legame con la poesia, che derivava dal fatto di averne memorizzate parecchie. Al college, le matricole avevano gi un legame con un certo corpus di opere ancor prima di iniziare a frequentare le lezioni di letteratura inglese. Per me, negli anni Quaranta, la memorizzazione era utilissima: la utilizzavo perch non sapevo se avrei rivisto i miei libri e a ogni modo non cera molto da fare al campo. Non capivamo cosa stava succedendo: eravamo americani, ci eravamo sempre considerati americani, non giapponesi. Era unattesa continua, incomprensibile, forse pi dura per i genitori che per i figli, e in quella lunga attesa mi ficcai in testa versi del Preludio, dei sonetti di Shakespeare, e lunghe strofe di Yeats. Ormai non ricordo le parole esatte di nessuna poesia,  passato troppo tempo, ma mi basta latmosfera che creano. Sono sufficienti un paio di versi, come un piccolo amo, disse curvando il dito, per recuperare tutto, per afferrare il significato. Rimane tutto attaccato allamo. Nella stagione estiva, quando il sole era morbido, mi vestii in una lunga veste, ruvida come quella di una pecora. Lo riconosci? Non penso che la gente impari ancora qualcosa a memoria. Faceva parte della nostra disciplina, proprio come un bravo violinista deve conoscere a memoria gli spartiti di Bach o le sonate di Beethoven. Il mio tutor al Peterhouse College era Chadwick, di Aberdeen. Era un grande studioso, era stato allievo addirittura di Skeat. Non ti ho mai raccontato di Chadwick? Un brontolone insopportabile, ma fu lui per primo a insegnarmi il valore della memoria, e che pensare  una musica mentale, una partitura di giambi e trochei.

.Quelle fantasticherie lo allontanavano dal quotidiano, dalle coperte e dalla sacca di urina. Tornava agli anni Trenta, a Cambridge, a respirare laria umida dei fen e a godersi la quiete dei suoi studi giovanili. A volte avevo limpressione che parlasse da solo, ma poi di tanto in tanto mi chiedeva qualcosa e io, perso a inseguire il tenue filo dei miei pensieri, mi affannavo a trovare una risposta. Avevamo ripreso il nostro vecchio rapporto studente-insegnante, e lui continuava imperterrito, che le mie risposte fossero accurate o meno, che prendessi Chaucer per Langland o Langland per Chaucer. Dopo unora, trascorsa in fretta, chiese se potevamo interrompere la nostra chiacchierata, per quel giorno. Gli promisi di ritornare presto.
Quando uscii su Central Park South, il vento era pi pungente, il cielo pi luminoso, e il tifo della folla forte e regolare. Una fiumana di maratoneti si stava avvicinando al traguardo. La Cinquantanovesima era chiusa dai cordoni, cos scesi verso la Cinquantasettesima e risalii fino a ritrovare Broadway. La metropolitana era troppo affollata a Columbus Circle, quindi camminai verso il Lincoln Center per raggiungere la fermata successiva. Sulla Sessantaduesima mi ritrovai a camminare accanto a un tipo atletico, con le basette grigie; teneva in mano un sacchetto con sopra un cartellino, ed era visibilmente esausto, tanto che zoppicava sulle gambe leggermente arcuate. Aveva i pantaloncini corti su legging neri, e una giacca di pile azzurra. Dai tratti sembrava messicano o del Centroamerica. Avanzammo in silenzio per un po, perch senza volerlo ci ritrovammo ad andare nella stessa direzione e con lo stesso passo. A un certo punto gli chiesi se aveva appena finito la maratona, e quando annu sorridendo, mi congratulai con lui. Per poi pensai, dopo quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, aveva preso il suo sacchetto di plastica e se ne era andato a casa. Non cerano amici n parenti a festeggiarlo. Mi fece compassione. Scacciando quei pensieri, gli chiesi se era stata una buona gara. S, disse, le condizioni erano ottime per correre, non faceva troppo caldo. Era sui quarantacinque, cinquantanni, e aveva un bel viso anche se molto segnato. Camminammo insieme per due o tre isolati, intervallando il silenzio con brevi commenti sulla folla e sul tempo.
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Allincrocio davanti ai teatri, lo salutai e aumentai il passo. Camminando, ripensai alla sua figura zoppicante, al corpo asciutto che aveva permesso una vittoria di cui era a conoscenza soltanto lui. Avevo i polmoni deboli da piccolo e non sono mai stato un corridore, ma percepivo istintivamente londata di energia che un maratoneta di solito sperimenta al quarantunesimo chilometro, quando il traguardo  vicino. Pi misterioso  invece cosa lo fa proseguire oltre il ventesimo, ventunesimo, ventiduesimo chilometro. A quel punto laccumulo di chetoni rende le gambe rigide, e lacidosi minaccia di soffocare la volont e rallentare il corpo. Il primo uomo ad aver corso una maratona mor sul colpo e non c da sorprendersi:  una prova di resistenza estrema, che ha ancora dellincredibile nonostante ormai ci sia un gran numero di atleti. E cos, voltandomi a guardare il mio valente compagno e pensando al crollo di Filippide, mi si chiarirono le idee. Ero io quello da compatire: non ero meno solo di lui, e in pi avevo fatto peggior uso della mattinata.
Poco dopo arrivai al grande negozio della Tower Records allangolo della Sessantaseiesima, e fui sorpreso di vedere vari cartelli che annunciavano la chiusura di quel punto vendita e di tutta la catena. Ero stato molte volte in quel negozio, dove probabilmente avevo speso centinaia di dollari in cd, e mi parve giusto, anche solo in onore dei vecchi tempi, tornarci prima che chiudesse per sempre. Cos entrai, attirato dalla promessa dei forti sconti, anche se non avevo voglia di comprare nulla in particolare. Le scale mobili mi portarono al secondo piano, dove la sezione di musica classica, pi affollata del solito, sembrava invasa da uomini anziani e di mezza et negli stessi cappotti scialbi. Frugavano nei contenitori di cd con la pazienza degli animali al pascolo, alcuni con dei cestelli rossi in cui accumulavano la loro selezione, altri stringendo al petto i lucidi involucri di plastica. Lo stereo del negozio diffondeva Purcell, un inno esaltante che riconobbi subito come una delle odi per il compleanno della regina Maria. In genere non mi piaceva la scelta dei brani diffusa nei negozi di musica. Rovinava il piacere di pensare ad altri pezzi. Ero convinto che in negozi come quelli dovesse regnare il silenzio; pi che altrove, la mente doveva essere sgombra. In quel caso per non mi infastidiva, perch avevo riconosciuto un brano che amavo da sempre.
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Riconobbi subito anche il pezzo successivo, completamente diverso dal primo: il movimento dapertura della sinfonia Das Lied von der Erde, una delle ultime che Mahler compose. Mi rimisi a frugare tra i cd, passando da un contenitore allaltro, da riedizioni di sinfonie di ostakovic suonate da oscure orchestre regionali sovietiche a concerti di Chopin di giovani partecipanti al concorso pianistico Van Cliburn. Con la sensazione che i cd non fossero sufficientemente scontati, persi ogni interesse per un eventuale acquisto e finalmente incominciai ad abituarmi alla musica che veniva diffusa e a immergermi nella sua strana atmosfera. Accadde in modo subliminale, ma ben presto fui del tutto assorto e avrei potuto benissimo essere in una stanza buia, da solo. In quella specie di trance, continuai a spostarmi da un contenitore allaltro, passando in rassegna cd, riviste e spartiti e seguendo il rincorrersi dei movimenti della chinoiserie viennese. Nel secondo movimento, sentendo la voce di Christa Ludwig che cantava la solitudine dellautunno, capii che si trattava della famosa registrazione del 1964 condotta da Otto Klemperer. Quella consapevolezza fu accompagnata da unaltra: non dovevo fare altro che prendere tempo e aspettare il fulcro emotivo dellopera, che Mahler aveva messo nel movimento finale della sinfonia. Mi sedetti su una delle panche dure vicino ai punti dascolto, e mi abbandonai alle fantasticherie, seguendo Mahler attraverso ebbrezza, nostalgia, magniloquenza, giovinezza (e il suo sfiorire) e bellezza (e il suo sfiorire). Poi arriv il movimento finale, Der Abschied, laddio, dove Mahler, nel punto in cui solitamente si indica il tempo, aveva scritto schwer, difficile.
Il canto degli uccelli e la bellezza, le lamentazioni e la turbolenza dei movimenti che lo avevano preceduto, furono sostituiti da unatmosfera diversa, pi potente, pi sicura. Era come se, da un momento allaltro, tutte le luci si fossero accese, accecandomi. Semplicemente non era possibile abbandonarsi alla musica, non in quel luogo pubblico. Lasciai i pochi cd che avevo preso sul tavolo pi vicino e me ne andai. Saltai sulla metropolitana diretta a nord un istante prima che le porte si chiudessero. A quellora la folla della maratona si stava diradando. Presi posto e mi appoggiai allo schienale. La frase di cinque note di Der Abschied continu nella mia testa dal punto in cui ero fuggito, con una tale presenza che mi sembrava di essere ancora nel negozio. Sentivo la legnosit dei clarinetti, la resina dei violini e delle viole, le vibrazioni dei timpani, e lintelligenza che teneva tutti insieme e li accompagnava sulla linea musicale. La mia memoria era sopraffatta. Il pezzo mi segu fino a casa.
La musica di Mahler fece da sfondo alle mie attivit per tutto il giorno seguente. Cera una nuova intensit anche nei dettagli pi comuni, in ospedale  il luccichio delle porte di vetro allentrata del Milstein Building, i lettini e le barelle al pianterreno, le pile di faldoni dei pazienti nel reparto di psichiatria, la luce dalle finestre nella caffetteria, le cime dei grattacieli che da quellaltezza sembravano infossate , come se la precisione della struttura orchestrale si specchiasse nel mondo visibile, e ogni particolare fosse diventato in qualche modo significativo. Uno dei miei pazienti si era seduto di fronte a me con le gambe accavallate, e il piede sollevato, il destro, che si muoveva a scatti nella lucida scarpa nera, sembrava anchesso stranamente parte di quellintricato mondo musicale.
Il sole stava tramontando quando uscii dal Columbia Presbyterian, e il cielo era color metallo. Presi la metropolitana per la Centoventicinquesima e mentre mi dirigevo verso casa, molto meno stanco di quanto solitamente mi sentivo il luned sera, decisi di fare una deviazione e di passeggiare un po ad Harlem. Il commercio sui marciapiedi era vivace: cerano venditori di tessuti senegalesi, giovani che vendevano dvd pirata, chioschi della Nation of Islam. Si vendevano libri stampati in proprio, dashiki, poster della Black Liberation, incenso, profumi e oli essenziali, tamburi djembe, souvenir africani per turisti. Su un banco spiccavano le gigantografie di linciaggi di afroamericani nei primi del Novecento. Dietro langolo di Saint Nicholas Avenue, i guidatori dei radiotaxi neri si ritrovavano per una sigaretta e due chiacchiere, in attesa di qualche chiamata fuori dallorario di lavoro. Ragazzi in felpa con il cappuccio, gli attori delleconomia informale, si passavano messaggi e pacchettini avvolti nel nylon, mettendo in scena una coreografia oscura per tutti tranne che per loro. Un vecchio dal viso cinereo con gli occhi sporgenti, giallastri, mi fece un cenno con il capo, e io (pensando per un istante che lo conoscevo di sicuro, o che lavevo frequentato in passato, o comunque gi visto, e abbandonando in fretta ciascuna ipotesi, per poi temere che quelle continue dissociazioni mi portassero fuori strada) restituii il saluto silenzioso. Mi voltai in tempo per vedere il suo cappuccio nero che scompariva in un portone buio. Nella notte di Harlem non cerano bianchi.
Al negozio di alimentari comprai pane, uova e birra, e dal giamaicano accanto presi curry di capra, plantains gialli, riso e piselli. Di fronte cera un Blockbuster; anche se non ci ero mai andato, fui sorpreso di vedere un cartello che ne annunciava limminente chiusura. Se nemmeno Blockbuster riusciva a sopravvivere in un quartiere pieno di studenti e famiglie, significava che il modello di business era fatalmente in crisi, e che i recenti, disperati tentativi di cui avevo letto e che ora mi ripetevo  abbassare i prezzi del noleggio, rendere pi aggressiva la pubblicit e abolire le multe per i ritardi nella consegna  erano stati fatti troppo tardi. Pensai alla Tower Records  unassociazione che non potevo evitare, visto che entrambe le catene dominavano da tempo i rispettivi settori. Non ero dispiaciuto per quelle anonime multinazionali, anzi. Avevano guadagnato e si erano fatte un nome distruggendo i negozi pi piccoli, che esistevano da tempo. Quello che mi colpiva non era solo il cambiamento di queste istituzioni nel mio paesaggio mentale, ma anche la rapidit e lindifferenza con cui il mercato inghiottiva persino le aziende pi resistenti. Catene che fino a pochi anni prima parevano inattaccabili erano scomparse nel giro di poche settimane, o almeno cos pareva. A prescindere da quale fosse il loro ruolo, era passato in altre mani, mani che per breve tempo si sarebbero sentite invincibili ma che a loro volta sarebbero state sconfitte da cambiamenti imprevisti. Anche quei sopravvissuti sarebbero finiti nelloblio.
Avvicinandomi al mio palazzo con le borse della spesa in mano vidi una figura familiare, il mio vicino di casa. Stava entrando anche lui, e mi tenne la porta aperta. Non lo conoscevo bene, anzi, praticamente non sapevo nulla di lui, e dovetti pensarci un attimo prima di ricordarmi come si chiamava. Aveva poco pi di cinquantanni e si era trasferito lanno prima. Poi ricordai: si chiamava Seth.
Avevo parlato brevemente con Seth e sua moglie Carla quando erano venuti a stare l, ma dopo di allora quasi mai. Lui era un assistente sociale in pensione, e stava inseguendo il sogno di una vita, cio tornare a studiare per prendere una seconda laurea, in lingue romanze. Lo vedevo pi o meno una volta al mese, appena fuori dal palazzo o vicino alle cassette delle lettere. Anche Carla, che avevo visto solo due volte da quando abitavano l, era in pensione; era stata preside di una scuola di Brooklyn, dove avevano ancora una casa. Una volta che io e la mia ragazza, Nadge, ci eravamo presi una giornata libera da passare insieme, Seth aveva bussato alla porta chiedendo se stessi suonando la chitarra. Quando risposi che non suonavo, mi spieg che era spesso a casa di pomeriggio e che il suono dagli altoparlanti (devono essere i tuoi altoparlanti, disse, anche se sembra musica dal vivo) a volte lo disturbava. Ma aggiunse, con un calore sincero nella voce, che loro erano sempre via nel fine settimana, e che eravamo liberi di fare tutto il rumore che volevamo da venerd in poi. Mi sentii in colpa e gli chiesi scusa. Dopo quellepisodio mi sforzai di non disturbarli, e la questione non venne mai pi sollevata.
Seth mi tenne la porta aperta. Anche lui era andato a fare la spesa e aveva qualche sacchetto. Incomincia a fare freddo, disse. Aveva il naso e le orecchie rosa, e gli occhi lacrimanti. S, s,  vero, infatti avevo persino pensato di prendere un taxi dalla Centoventicinquesima. Annu e rimanemmo in silenzio per un po. Entrammo in ascensore e, arrivati al settimo piano, ci incamminammo per il corridoio, con i sacchetti della spesa che frusciavano. Gli chiesi se andavano ancora via nei fine settimana. Oh, s, tutti i fine settimana, ma adesso sono solo, Julius. Carla  morta a giugno, disse. Ha avuto un infarto.
Rimasi impietrito, confuso, come se mi fosse stata detta una cosa impossibile. Mi dispiace tanto, dissi. Pieg la testa di lato e avanzammo nel corridoio. Chiesi se era riuscito a prendersi una pausa dagli studi. No, disse, sono sempre andato a lezione. Gli misi una mano sulla spalla per un istante, ripetei che ero molto dispiaciuto, e lui mi ringrazi. Sembrava vagamente imbarazzato dal fatto di dover affrontare il mio shock tardivo per una notizia che lo toccava molto pi da vicino ma era anche datata, ormai. Le nostre chiavi tintinnarono e lui entr nellappartamento ventuno mentre io aprivo il ventidue. Chiusi la porta alle mie spalle, e sentii la sua richiudersi. Non accesi le luci. Una donna era morta nella stanza accanto, era morta al di l della parete a cui ero appoggiato, e io non lavevo saputo. Non sapevo niente nelle settimane di lutto di suo marito, niente quando gli avevo fatto un cenno di saluto con gli auricolari nelle orecchie, o quando avevo ripiegato i vestiti nel locale lavanderia mentre lui usava la lavatrice. Non lo conoscevo abbastanza bene da chiedergli regolarmente notizie di sua moglie, e non avevo fatto caso che in effetti non la si vedeva pi in giro. Era quella la cosa peggiore. Non avevo notato n la sua assenza n il cambiamento  doveva esserci stato un cambiamento  nellumore di lui. Ormai non potevo nemmeno bussare alla porta del mio vicino e abbracciarlo, o fare una lunga chiacchierata con lui. Sarebbe stata unintimit del tutto falsa.
Dopo un po accesi la luce e andai in cucina. Immaginai Seth che sgobbava sui compiti di francese e spagnolo, coniugava verbi, sudava con le traduzioni, memorizzava elenchi di vocaboli, faceva esercizi di composizione. Mentre riponevo la spesa, cercai di ricordare esattamente quanto tempo prima avesse bussato alla mia porta per chiedermi se suonavo la chitarra. Alla fine, mi convinsi che doveva essere stato prima della morte di sua moglie, non dopo, e provai subito una sensazione di sollievo, seguita quasi immediatamente dalla vergogna. Ma anche quella se ne and; fin troppo in fretta, ora che ci penso.

2.

Qualche sera dopo, mentre ero al telefono con Nadge, sentii dei rumori distanti, allinizio a malapena udibili, ma che nel giro di pochi secondi si fecero pi vicini e pi forti. Una voce femminile gridava solitaria, e una folla rispondeva, e dopo varie volte che la cosa si ripeteva capii che la folla era quasi del tutto o del tutto composta da donne. I fischi laceravano laria, ma non era un suono allegro: di questo ero certo quando aprii la finestra e guardai fuori. Era qualcosa di molto pi serio. Si sentivano dei tamburi, che man mano che la folla si avvicinava segnavano un ritmo sempre pi marziale (mi vennero in mente i conigli stanati dai loro cunicoli durante una battuta di caccia). Era tardi, le dieci passate. Dallaltra parte della strada, vidi che alcuni dei vicini si erano sporti dalle finestre e tutti allungavamo il collo verso Amsterdam Avenue. La voce che guidava la folla gridava sempre pi forte, ma le parole non formavano un significato e la gente, che stava marciando verso di noi, rimaneva avvolta nel buio. Poi, quando la massa di giovani donne pass sotto i lampioni, il canto divenne pi chiaro. Abbiamo la forza, abbiamo il potere, gridava la voce solitaria. E la risposta era: Le strade sono nostre, la notte ci appartiene.
La folla, formata da parecchie decine di donne ma molto compatta, pass sotto la mia finestra. Da vari piani pi sopra, guardavo i visi che entravano e uscivano dal fascio di luce dei lampioni. Nostri i corpi, nostra la vita, con la paura ormai  finita. Chiusi la finestra. Fuori faceva appena pi fresco che in casa. Poco prima, quella sera, ero andato a passeggiare a Riverside Park dalla Centosedicesima fino alla Novantesima e ritorno. Non faceva ancora freddo e per tutto il tempo che avevo passato al parco  mentre guardavo i cani e i loro padroni, che sembravano convergere tutti sugli stessi sentieri che imboccavo io, un flusso infinito di pit bull, jack russell, pastori tedeschi, weimaraner, bastardini  mi ero chiesto come mai facesse ancora cos caldo a met novembre.
Mentre risalivo verso casa, appena superato lincrocio della Centoventunesima, vidi il mio amico. Abitava a pochi isolati di distanza, ed era andato a fare la spesa. Lo chiamai e chiacchierammo per pochi minuti. Era un giovane professore del dipartimento di scienze della terra, al quarto anno dellincerto viaggio di sette per ottenere la cattedra. I suoi interessi erano pi vasti di quanto suggerirebbe la sua specialit professionale, ed era questa, in parte, la base della nostra amicizia: aveva opinioni ben precise su libri e film, spesso opposte alle mie, e aveva vissuto due anni a Parigi, dove aveva maturato una certa predilezione per filosofi alla moda come Badiou e Serres. In pi, era un accanito giocatore di scacchi, e padre affettuoso di una bambina di nove anni che viveva con la madre a Staten Island. Entrambi eravamo dispiaciuti del fatto che gli impegni di lavoro ci impedissero di vederci quanto avremmo voluto.
Il mio amico era un esperto di jazz. Gran parte dei nomi o degli stili che lo appassionavano, a me dicevano ben poco (a quanto pare, un gran numero di jazzisti anni Sessanta e Settanta faceva Jones di cognome). Ma percepivo, nonostante la mia ignoranza, la raffinatezza del suo orecchio musicale. Diceva spesso che un giorno si sarebbe seduto al piano e mi avrebbe spiegato come funziona il jazz, e quando avessi finalmente capito shuffles e blue notes, apriti cielo, la mia vita si sarebbe trasformata. Quasi gli credevo, e ogni tanto mi preoccupava il fatto di non avere un forte legame emotivo con il pi americano degli stili musicali. Spesso mi sembrava troppo dolce, quasi melenso, e soprattutto come sottofondo non lo sopportavo. Mentre il mio amico e io chiacchieravamo, un barbone si mise a cantare dallaltra parte della strada, e la sua voce ci arrivava a tratti, trasportata dalle folate.
Questi pensieri piacevoli furono interrotti dal presentimento della conversazione che avrei avuto quella sera con Nadge. E come fu strano, ore dopo, sentire la sua voce tesa, un contrappunto alle manifestanti in strada. Si era trasferita a San Francisco poche settimane prima, e ci eravamo ripromessi di fare il possibile per far funzionare le cose a distanza, ma non ne eravamo molto convinti.
Cercai di immaginarla in quella folla, ma non ci riuscivo, e non riuscivo nemmeno a pensare alla sua espressione se fosse stata a casa con me. Le voci ben presto scemarono, mentre le donne si dirigevano verso Morningside Park con i loro striscioni e i fischietti. Il battito dei tamburi marziali, cos forte da alterare quello del cuore, continu e poi a un certo punto si affievol, e sentivo solo la voce smorzata di Nadge allaltro capo del filo. Quella separazione era dolorosa, ma non aveva sorpreso nessuno dei due.
La sera dopo, sulla metropolitana 1, vidi un mendicante che si spostava da un compartimento allaltro trascinando una gamba, e parlando con voce stridula per sembrare ancora pi fragile. Non mi piaceva quella farsa, e decisi di non dargli niente. Pochi minuti dopo, scendendo sulla pensilina, vidi un cieco.
Faceva oscillare in un piccolo arco davanti a s il lungo bastone bianco, che terminava con una pallina da tennis, e quando vidi che si stava avvicinando pericolosamente al bordo del binario (o cos mi sembrava), lo raggiunsi e gli chiesi se potevo aiutarlo. Oh no, disse, no, sto solo aspettando il treno, grazie. Lo lasciai e proseguii lungo il binario verso luscita. Incredulo, vidi davanti a me un altro cieco, anche lui munito di un lungo bastone bianco con una pallina da tennis in punta, che saliva le scale verso la luce.
Mi venne in mente che alcune delle cose che vedevo intorno a me erano sotto legida di Obatala, il demiurgo che ricevette da Olodumare lincarico di creare gli esseri umani con largilla. Obatala svolgeva bene il suo compito finch non incominci a bere. Man mano che beveva e si inebriava, modellava sempre peggio le figure umane. Gli yoruba erano convinti che, ridotto in quello stato, aveva creato nani, zoppi, storpi, e tutti coloro che soffrivano di malattie debilitanti. Olodumare dovette riprendere il ruolo che aveva delegato e completare la creazione da solo, e il risultato  che chi presenta handicap fisici in genere sceglie Obatala come divinit prediletta, un rapporto interessante perch basato sullantagonismo, non sullaffetto o sulladorazione. Celebrano Obatala per rimproverarlo   lui che li ha ridotti cos  e si vestono di bianco, che  il suo colore, il colore del vino di palma con cui si ubriac.
Erano passati mesi dallultima volta che ero andato al cinema. Alle dieci, entrai in una libreria, una delle catene pi famose, per far passare un po di tempo prima che iniziasse il film, e mi venne in mente un libro che volevo comprare da tempo, una biografia storica scritta da una mia paziente. Lo trovai in fretta  Il mostro di New Amsterdam  e mi misi in un angolo tranquillo per sfogliarlo. V., ricercatrice alla New York University e membro della trib di nativi americani Delaware, aveva basato il libro sulla sua tesi di dottorato alla Columbia. Si trattava del primo studio completo su Cornelis Van Tienhoven. Van Tienhoven era il tristemente famoso schout seicentesco di New Amsterdam, incaricato ufficialmente di far rispettare la legge ai coloni olandesi di Manhattan Island. Era arrivato nel 1633 come segretario della Compagnia olandese delle Indie Orientali, ma man mano che la sua scalata sociale avanzava, si distinse per i numerosi atti di brutalit, primo fra tutti lattacco da lui guidato contro gli indiani Canarsie di Long Island, da cui torn vincitore con le teste delle vittime infilzate su lunghe picche. In un altro raid, Van Tienhoven aveva capeggiato il massacro di pi di cento membri innocenti della trib Hackensack. Il libro di V. era a dir poco tetro. Era pieno di eventi orribili, e le note a pi di pagina riportavano le cronache dellepoca, scritte in un tono pacato e bigotto che presentava lomicidio di massa come uno spiacevole effetto collaterale della colonizzazione. Nella paziente ricostruzione dei crimini, Il mostro di New Amsterdam ricordava quelle biografie di Pol Pot, Hitler o Stalin che quasi sempre finivano ai primi posti nella classifica dei best seller. Un adesivo sulla copertina faceva sapere che era stato nominato per il National Book Critics Circle Award. Gli strilli di copertina, firmati da autorevoli storici americani, erano eccessivi, e lodavano il libro per aver fatto luce su un capitolo dimenticato della storia coloniale. Di tanto in tanto, negli ultimi due anni, mi era capitato di leggere sui giornali dellottima accoglienza della critica, e per quel motivo avevo sentito parlare di V. e del suo successo professionale gi prima che diventasse mia paziente.
Quando inizi la terapia per depressione allinizio dellanno scorso, mi sorprese trovarmi di fronte una donna esile e timida. Aveva qualche anno pi di me ma sembrava molto pi giovane, e stava lavorando a un nuovo progetto che, mi spieg, era uno studio approfondito sugli incontri tra i gruppi nativi del Nordest  i Delaware e gli Iroquois in particolare  e i colonizzatori europei nel diciassettesimo secolo. La depressione di V. era in parte dovuta allimpegno emotivo di queste ricerche, che una volta paragon al gettare lo sguardo oltre un fiume in una giornata di pioggia fitta: non sapeva se lattivit sulla riva opposta avesse qualcosa a che fare con lei, anche perch non si capiva se ci fosse qualche attivit oppure no. La sua biografia di Van Tienhoven, pur essendo diretta a un pubblico generico, era completa di tutto lapparato accademico e aveva il distacco emotivo tipico del saggio erudito. Ma era anche evidente, parlando con lei, che gli orrori che i nativi americani avevano dovuto sopportare per mano dei colonizzatori, gli orrori che secondo lei continuavano a subire, la influenzavano profondamente a livello personale.
Non riesco a fingere che non si tratti della mia vita, mi disse una volta,  la mia vita.  difficile vivere in un paese che ha distrutto il tuo passato. Rimase in silenzio, e la sensazione provocata dalle sue parole  ricordo di averla vissuta come un lieve cambiamento nella pressione atmosferica della stanza  si intensific con il silenzio, e non sentivamo altro che landirivieni fuori dal mio ufficio. Aveva chiuso gli occhi per un istante, come se si fosse addormentata, ma poi prosegu, con le palpebre serrate che tremavano leggermente. Praticamente non ci sono pi nativi americani a New York City, e pochissimi nel Nordest. Non  normale che la gente non sia terrorizzata, perch  una cosa terrificante, che ha coinvolto una popolazione numerosa. E non appartiene al passato,  ancora tra noi oggi, o almeno  ancora in me. Si interruppe e apr gli occhi, e mentre ripensavo a quel momento, seduto sulla moquette tra gli scaffali alti della libreria, rividi il volto stranamente sereno di V. quel pomeriggio: gli unici segni visibili del suo malessere erano gli occhi pieni di lacrime. Mi alzai, e andai alla cassa a pagare il libro. Sapevo che non avrei avuto tempo di leggerlo tutto ma volevo riflettere su quello che aveva scritto e pensavo che, nei pochi brani in cui lautrice abbandonava la severa documentazione storica e si concedeva unanalisi soggettiva, il testo potesse offrirmi qualche indizio sulle sue condizioni psicologiche.
Dopo aver pagato, camminai per quattro isolati fino al cinema. Ricordo che era una serata tiepida, e il fatto che facesse caldo in quella stagione era ormai una preoccupazione ricorrente. Anche se non mi piacevano i rigori dellinverno, ero arrivato a pensare che ci fosse un ordine naturale in quelle cose, che fosse giusto cos. Lassenza di tale ordine, lassenza del freddo quando avrebbe dovuto fare freddo, allimprovviso mi metteva a disagio. Lidea che il clima stesse cambiando in maniera palese mi turbava, anche se non cera nessuna prova che la particolare clemenza di questo autunno non fosse dovuta a una variazione del tutto normale in andamenti climatici secolari. Nel sedicesimo secolo cera stata una piccola era glaciale nei Paesi Bassi, quindi perch non poteva esserci una piccola era tropicale nella nostra epoca, indipendente dallintervento umano? Ma non ero pi scettico, come anni prima, in tema di riscaldamento globale, anche se non riuscivo ancora a tollerare la tendenza di alcuni a saltare a conclusioni basate su prove aneddotiche: il riscaldamento globale era un fatto ma non rappresentava una spiegazione al perch in un dato giorno la temperatura fosse pi alta della media. Trovavo molto superficiale fare unassociazione cos facile, mi sembrava unintrusione di politiche modaiole in quelli che avrebbero dovuto essere i confini inviolabili della scienza.
Eppure, pensare di frequente al fatto che era met novembre e non avevo ancora avuto loccasione di indossare il cappotto mi faceva temere di essere entrato anchio nella schiera di quelli portati alla sovrainterpretazione. Era parte del mio sospetto che nella societ ci fosse una certa tendenza antiscientifica che spingeva le persone a dare giudizi avventati ed esprimere opinioni superficiali; avevo limpressione che, al vecchio problema dellinattitudine di massa alla matematica, si aggiungesse una pi generale incapacit di valutare le prove. Questo permetteva di fare affari doro a tutti coloro che si erano specializzati nel promettere soluzioni immediate: politici e preti di varie religioni. Funzionava particolarmente bene per chi mirava a raccogliere consensi per una specifica causa. La causa in s, quale che fosse, importava ben poco. Il sostegno delle masse era tutto.
La folla alla biglietteria del cinema era atipica, almeno per quel che mi aspettavo, vista lora tarda del film, il fatto che fosse ambientato in Africa, e lassenza dei grandi nomi di Hollywood. Cerano parecchi giovani, molti neri, vestiti alla moda. E anche asiatici, latinoamericani, newyorchesi immigrati e newyorchesi di origini etniche indefinibili. Allultimo film che avevo visto nello stesso cinema, mesi prima, il pubblico era formato prevalentemente da bianchi con i capelli bianchi, che ora erano in netta minoranza. Nella grande caverna del teatro, ero solo. No, non proprio solo; in compagnia di un centinaio di altre persone, ma tutte sconosciute. Le luci si abbassarono e mentre il film iniziava e io mi lasciavo sprofondare nel sontuoso sedile, notai qualcun altro nella mia fila, allestremit: un vecchio che dormiva, con la testa riversa allindietro e la bocca aperta, tanto che sembrava pi morto che appisolato. Non si mosse nemmeno quando cominci il film.
La briosa sequenza iniziale era accompagnata da una colonna sonora dellepoca giusta, ma non della giusta zona dellAfrica: cosa centrava il Mali con il Kenya?
Ma ero preparato allidea che certe cose mi sarebbero piaciute e altre mi avrebbero infastidito. Un altro film che avevo visto lanno prima, sui crimini di alcune multinazionali farmaceutiche nellAfrica orientale, mi aveva lasciato con un senso di frustrazione profondo, non per la trama, che era plausibile, ma per la fedelt del film al clich delluomo bianco e buono in Africa. LAfrica era sempre in attesa, un substrato per le decisioni delluomo bianco, uno sfondo alle sue attivit. E cos ero preparato ad arrabbiarmi anche per il film che mi accingevo a guardare, Lultimo re di Scozia. Mi aspettavo di vedere un uomo bianco, un signor nessuno nel suo paese, convinto come sempre che la salvezza del continente fosse nelle sue mani. Il re a cui si riferiva il titolo era Idi Amin Dada, dittatore in Uganda negli anni Settanta. Pavoneggiarsi con titoli falsi era il meno sinistro dei suoi hobby.
Conoscevo bene Idi Amin, per modo di dire, perch aveva rappresentato una parte indimenticabile della mia mitologia infantile. Ricordo le ore passate da mio cugino a guardare un film intitolato The Rise and Fall of Idi Amin. In quel film, non veniva risparmiato nessun dettaglio per descrivere la follia, la durezza e lesaltazione di quelluomo. Avevo sette, otto anni allepoca, e quelle scene di persone freddate e buttate nel bagagliaio di unauto o decapitate e messe in celle frigorifere, mi rimasero impresse a lungo. Le immagini erano sconvolgenti perch, a differenza dei sanguinolenti film di guerra americani che divoravamo in quelle lunghe vacanze, le vittime di Rise and Fall assomigliavano ai nostri padri e ai nostri zii, in sahariana, con i capelli afro e la fronte lucida. Le citt travolte da quel caos sembravano la nostra, e le auto crivellate di proiettili erano le stesse che vedevamo ogni giorno. Ma ci godevamo quello shock, il realismo potente e stilizzato, e lo riguardavamo ogni volta che non cera altro da fare.
Lultimo re di Scozia evitava quasi del tutto quel genere di immagini. La trama ruotava principalmente sul rapporto tra il dittatore e Nicholas Garrigan, un giovane medico scozzese che ben presto perde linnocenza e che Amin aveva praticamente costretto a lavorare per lui come medico personale. Era la storia di un uomo in cui i tratti classici del dittatore avevano assunto la forma pi estrema. Con la sua follia estroversa  un misto di rabbia, paura, insicurezza, fascino mercuriale  Idi Amin uccise almeno 300 000 ugandesi durante il suo governo, espulse la numerosa comunit di indiani-ugandesi, distrusse leconomia del paese, e divent famoso come una delle vergogne pi grottesche nella storia recente di tutta lAfrica.
Mentre guardavo il film, mi ricordai di un incontro sgradevole che avevo fatto una sera di qualche anno prima, in una casa lussuosa di Madison. Studiavo medicina a quellepoca e il nostro ospite, un chirurgo indiano, aveva invitato me e alcuni compagni di corso a casa sua. Dopo cena, il dottor Gupta ci accompagn in uno dei tre sfarzosi soggiorni e serv lo champagne. Lui e la sua famiglia, ci raccont, erano stati costretti da Idi Amin a lasciare le loro case e le terre. Ora sono un uomo di successo, disse, lAmerica ha permesso a me, a mia moglie e ai miei figli di rifarci una vita. Mia figlia sta studiando ingegneria al Mit, il pi piccolo  a Yale. Ma se posso essere sincero, sono ancora arrabbiato. Abbiamo perduto tutto, siamo stati rapinati con il coltello alla gola, e quando penso agli africani  e so che non si dovrebbero dire cose del genere in America , quando penso agli africani, mi viene da sputare.
Il suo rancore mi sorprese. Quella rabbia, non potevo fare a meno di pensarlo, era in parte diretta a me, lunico altro africano nella stanza. Il dettaglio delle mie origini, il fatto che fossi nigeriano, non faceva nessuna differenza, perch il dottor Gupta si era riferito agli africani, aveva eluso il particolare e parlato in generale. Ma guardando il film vedevo che anche Idi Amin dava feste favolose, raccontava barzellette divertenti e parlava della necessit di unautodeterminazione africana. Le sfumature della sua personalit descritte nel film avrebbero senza dubbio lasciato lamaro in bocca al mio ospite di Madison.
Volevo credere che le cose non fossero andate male come sembrava. Cera una parte di me che voleva essere intrattenuta, che preferiva non confrontarsi con lorrore. Ma quella soddisfazione non arriv: fin male, come cera da aspettarsi. Mi chiesi, come aveva fatto Coetzee in Elizabeth Costello, a cosa servisse addentrarsi nei recessi dellanimo umano. Perch mostrare la tortura? Non era sufficiente raccontare, per tratti appena accennati, che succedevano cose brutte? Tutti noi vogliamo essere risparmiati, che si tratti di Idi Amin o di Cornelis Van Tienhoven.  un desiderio comune, e anche stupido: nessuno viene risparmiato. Idi Amin aveva chiamato i figli pi piccoli MacKenzie e Campbell  il primo era epilettico  e quei due scozzesiugandesi furono intrappolati nellincubo del padre, e nella sbadataggine di Obatala.
Quando uscii dal cinema, a mezzanotte, laria era tiepida. Avevo con me il libro di V., ma dopo quello che avevo appena visto sapevo che avrei dovuto metterlo da parte per qualche tempo. Nella stazione quasi deserta, cera una famiglia che aspettava la metro. Non era gente del posto. La ragazzina, sui tredici anni, venne a sedersi sulla panca vicino a me. Il fratello, che ne avr avuti dieci, la imit. Erano abbastanza lontani dai genitori che, a parte lanciare un paio di occhiate noncuranti nella nostra direzione, sembravano assorbiti nella loro conversazione. Ehi signore, fece la ragazzina, che mi dici? Mi fece dei segni con le dita e si mise a ridere, seguita a ruota dal fratello. Il bambino portava unimitazione del cappello da contadini cinese. Prima di sedersi vicino a me avevano mimato occhi a mandorla e inchini esagerati. Ora si stavano rivolgendo a me. Sei un gangster, signore? Sei un gangster? Entrambi si misero a fare gesti da gang, o perlomeno quelli che secondo loro erano gesti da gang. Li guardai. Era mezzanotte, e non me la sentivo di fare sermoni.  nero, disse la ragazzina, ma non  vestito come un gangster. Scommetto che  un gangster, disse il fratello, ci scommetto. Ehi signore, sei un gangster? E continuarono a farmi gesti per parecchi minuti. Una ventina di metri pi in l, i loro genitori parlavano, del tutto indifferenti.
Pensai di andare a casa a piedi, ci avrei messo unora, ma il treno diretto a nord arriv proprio allora. Fu in quel momento che ebbi unilluminazione, la sensazione che la mia oma (cos chiamo la mia nonna materna) avrebbe dovuto rivedermi, oppure che avrei dovuto fare un tentativo di rivederla, se fosse stata ancora in questo mondo, magari in un ospizio di Bruxelles. Forse vedermi sarebbe stato una specie di ultima benedizione, per lei. Non avevo la pi pallida idea di come avrei potuto rintracciarla, ma mentre camminavo sul binario ed entravo in un vagone lontano, quellidea, come la sua promessa di ricongiungimento, mi sembr tutta un tratto reale.

3.

In un pomeriggio di pioggia fitta, con il marciapiedi ricoperto di foglie di ginkgo che arrivavano alle caviglie come migliaia di piccole creature gialle appena cadute dal cielo, uscii per una delle mie camminate. Avevo trascorso tutto il tempo in cui non ero con i pazienti a lavorare con il professor Martindale a un paper da pubblicare. I risultati del nostro studio erano davvero eccitanti: eravamo riusciti a mostrare una forte correlazione tra lictus negli anziani e linsorgere della depressione. Ma la stesura della ricerca era stata complicata dalla scoperta tardiva che un altro laboratorio era arrivato a conclusioni simili utilizzando un protocollo di ricerca diverso. Il dottor Martindale si stava avvicinando alla pensione, e il grosso della stesura ricadde su di me, come ogni altra analisi che doveva essere condotta in laboratorio. Avevo completato lultima un po distrattamente, tanto che avevo rotto i gel due volte e dovuto ricominciare da capo. Ci avevo lavorato per tre difficili settimane. Ultimai il paper in tre giornate intense, e dopo averlo inviato aspettammo la reazione delle riviste. Uscii con lombrello pensando di attraversare Central Park per poi proseguire verso sud, e appena entrai nel parco ricominciai a pensare a mia nonna.
Mia madre e io avevamo smesso di parlarci quando avevo diciassette anni, poco prima che partissi per lAmerica. Tendo a collegare questo fatto allallontanamento di mia madre dalla sua. Forse si erano distaccate per motivi oscuri quanto quelli che separavano me e mia madre, la quale non aveva rimesso piede in Germania da quando se ne era andata negli anni Settanta. Eppure negli ultimi tempi avevo pensato spesso alla mia oma. Di solito rievocavo quellunica volta in cui era venuta a trovarci in Nigeria dal Belgio, dove si era trasferita dopo la morte del nonno. La descrizione che ne aveva dato mia madre, di una donna difficile e dalla mentalit ristretta, non corrispondeva al vero: era unimmagine che non aveva nulla a che fare con mia nonna, e molto, invece, con il risentimento di mia madre nei suoi confronti. Avevo undici anni quando era venuta a trovarci e capii subito che entrambi i miei genitori sopportavano a malapena quella strana vecchietta (mio padre si era schierato con mia madre). Sapevo anche che in parte ero quello che ero grazie a lei, e su questa base si cre una sorta di solidariet. Una volta, verso la fine della sua visita, eravamo andati tutti a fare unescursione nellinterno di Yorubaland, a meno di quattro ore di macchina da Lagos. Visitammo il Dejis Palace ad Akure e lOoni Palace a Ife, grandi dimore reali in mattoni di fango, decorate con enormi colonne di legno su cui erano scolpite scene della cosmologia yoruba: il mondo dei vivi, il mondo dei morti, il mondo dei non nati. Mia madre, che era molto interessata allarte, spieg liconografia a sua madre e a me, mentre mio padre vagava con aria leggermente annoiata.
Avanzammo per ore su strade fangose e sconnesse, in un paesaggio sinuoso che era in certi tratti arido e in altri ricoperto da una fitta foresta. Ci fermammo alle sorgenti dacqua calda di Ikogosi e ai monoliti sacri di Olumo Rock di Abeokuta, che il clan egba aveva usato come rifugio durante le guerre intestine dellOttocento. A Olumo Rock, io e oma eravamo rimasti ai piedi della salita, mentre i miei proseguivano con una guida. Da dove eravamo, li vedevo avanzare sul ripido pendio, fermandosi davanti a caverne e monoliti man mano che la guida indicava dettagli storici e religiosi, poi riprendevano la salita che a noi, rimasti in basso, sembrava particolarmente pericolosa. Quel giorno potei godermi il silenzio condiviso con oma (la sua mano che mi massaggiava la spalla); i miei genitori rimasero via unora, e in quellora noi due riuscimmo a comunicare senza quasi parlarci, aspettando solamente, sensibili al vento negli alberi, guardando le lucertole zampettare sugli affioramenti pi piccoli che spuntavano dalla terra come uova preistoriche, ascoltando il rombo delle moto sulla strada un centinaio di metri pi in l. Quando mia madre e mio padre ci raggiunsero, ansimanti, arrossati e soddisfatti, ci descrissero la loro esperienza meravigliosa. Oma e io non potevamo dire niente della nostra, perch qualunque cosa fosse stata, era senza parole.
Giorni dopo, quando oma ripart, i miei genitori non ne accennarono praticamente pi. La comunicazione cess di nuovo tra lei e mia madre e fu come se non fosse mai venuta a trovarci in Nigeria; laffetto silenzioso e perplesso che cera tra noi svan nel passato. Per quanto ne sapevo, era tornata in Belgio. Ed era in Belgio che la immaginavo ora, anche se non ero sicuro che fosse ancora viva. Quando era venuta in Nigeria avevo sperato che lei e la mia famiglia potessero ricostruire un rapporto normale. Ma non era stato cos; probabilmente mia madre e oma avevano litigato poco prima che partisse. Lunica persona che poteva dirmi dove si trovava ora, sempre che fosse ancora viva, era lunica a cui non potevo chiedere.
Entrai nel parco sulla Settantaduesima e mi incamminai verso sud, su Sheep Meadow. Il vento si alz e la pioggia prese a scendere sul terreno fradicio in tanti minuscoli aghi che oscuravano tigli, olmi e meli selvatici. Era cos fitta che offuscava la visuale, un fenomeno che avevo sperimentato solo con le bufere di neve quando il vento cancellava i segni pi evidenti della civilt, tanto che pareva di essere in un altro secolo. Il diluvio aveva avvolto il parco in unatmosfera primordiale, come se stesse per arrivare unalluvione da fine del mondo, e Manhattan sembrava tornata agli anni Venti, o forse anche prima, se non cerano grattacieli in vista.
I taxi a Fifth Avenue e Central Park South spezzarono lillusione. Dopo aver camminato un altro quarto dora, ormai completamente fradicio, mi rifugiai sotto il cornicione di un palazzo sulla Cinquantatreesima. Appena alzai lo sguardo mi accorsi che era lentrata dellAmerican Folk Art Museum. Visto che non lavevo mai visitato, decisi di entrare.
Si trattava prevalentemente di pezzi del Settecento e dellOttocento  banderuole, trapunte, soprammobili, dipinti , che rievocavano la vita rurale della nuova America e le tradizioni, ormai quasi del tutto dimenticate, della vecchia Europa. Era larte di un paese che aveva laristocrazia ma non il mecenatismo delle corti: unarte semplice, pratica, goffa. Sul pianerottolo del primo piano, vidi un ritratto a olio di una ragazzina in abito rosso inamidato che teneva in braccio un gatto bianco. Un cane spuntava da sotto la sedia. I dettagli del dipinto erano stucchevoli, ma non ne sminuivano la forza e la bellezza.
Le opere erano quasi tutte di artisti che operavano al di fuori della tradizione elitaria. Non avevano seguito un apprendistato formale, ma i loro lavori avevano unanima. La sensazione di avere fatto un salto indietro nel passato fu completa quando arrivai al secondo piano del museo. Al centro della galleria cera una fila di sottili colonne bianche e i pavimenti erano di ciliegio lucidato, due elementi che ricordavano larchitettura coloniale del New England e delle Middle Colonies.
Quel piano, come quello appena sotto, era dedicato a una retrospettiva dei dipinti di John Brewster. Brewster, figlio di un omonimo medico del New England, aveva capacit modeste, ma dalla mostra si capiva che era stato un artista molto in voga. La galleria era calma e silenziosa e, a parte il custode in un angolo, ero lunico visitatore, cosa che rendeva ancora pi intensa la sensazione di quiete che mi davano quasi tutti i ritratti. Limmobilit dei soggetti era di certo una delle cause, cos come i colori sobri, ma cera qualcosaltro, qualcosa di pi difficile da definire, una sorta di ermetismo. Ciascun dipinto era un mondo a parte, visibile dallesterno ma impenetrabile. Questa sensazione era ancora pi palpabile nei numerosi ritratti di bambini, perfettamente padroni di s nei loro corpi infantili e spesso in abiti dai dettagli bizzarri, ma i loro volti, senza eccezione, erano serissimi, pi seri di quelli degli adulti, un sussiego del tutto inadatto alla loro tenera et. Ogni bambino era ritratto in una posa che ricordava quella di una bambola, ma era reso vivo dallo sguardo intenso. Leffetto era inquietante. La chiave, scoprii poi, era che John Brewster era quasi del tutto sordo, cos come molti dei bambini che aveva ritratto. Alcuni erano allievi della scuola per sordomuti del Connecticut, fondata nel 1817, il primo istituto speciale del paese. Brewster lo frequent come studente adulto per tre anni, e fu proprio allora che venne sviluppato quello che in seguito divent il linguaggio dei segni americano.
Mentre contemplavo quel mondo silenzioso ripensai alle numerose idee romantiche associate alla cecit. I nomi di Milton, Blind Lemon Jefferson, Borges, Ray Charles evocavano genio e sensibilit fuori dal comune. Si pensa spesso che perdere la vista equivalga ad acquisire altri sensi: si chiude una porta e unaltra, pi grande, si apre. Molti credono che la cecit di Omero fosse una sorta di canale spirituale, una scorciatoia ai doni della memoria e della profezia. Quando ero piccolo, a Lagos, cera un bardo errante, cieco, che veniva tenuto in grande considerazione per i suoi poteri spirituali. Quando cantava, tutti avevano limpressione, ascoltandolo, di toccare il divino o di esserne toccati. Mi capit di vederlo agli inizi degli anni Ottanta, in un mercato di Ojuelegba. Ero abbastanza lontano ma ricordo (o penso di ricordare) il suo aspetto spaventoso, con i grandi occhi gialli, le pupille grigie, calcificate, lampio mantello lercio. Cantava con una voce acuta e lamentosa in uno yoruba di proverbiale complessit che mi era impossibile seguire. In seguito, mi convinsi di aver visto una specie di aura intorno a lui, una potenza spirituale che spingeva tutti gli astanti a mettere mano al portafoglio e a buttare qualche spicciolo nella ciotola che il suo giovane assistente faceva girare.
Questo  il genere di narrativa che si  sviluppato intorno alla cecit. Ben diversa invece la sordit che, come nel caso di un mio prozio, veniva spesso vista semplicemente come una sfortuna. In quel preciso istante mi resi conto che molti sordomuti venivano trattati come ritardati.
Mentre osservavo i ritratti di Brewster con la mente calma, vidi i dipinti come le testimonianze di una transazione silenziosa tra artista e soggetto. Un pennello non produce praticamente nessun suono quando deposita la pittura sulla tela o sul pannello, e la pace che infondono i grandi artisti dellimmobilit  quasi palpabile: Vermeer, Chardin, Hammershi. La quiete era ancora pi profonda, pensai mentre mi aggiravo per la galleria deserta, quando il mondo privato dellartista era immerso in un silenzio assoluto. Brewster non aveva fatto ricorso a sguardi indiretti o al chiaroscuro per esprimere il silenzio del suo mondo. I volti erano ben illuminati e in prospettiva frontale, eppure davano una sensazione di grande calma.
Andai alla finestra e guardai fuori. Il cielo era passato da grigio a blu intenso, e il pomeriggio era diventato quasi sera. Unimmagine mi attir di nuovo nella sala, il ritratto di un bambino che teneva in mano un uccellino legato a un filo. La tavolozza, come di consueto nelle opere di Brewster, era dominata da colori smorzati, fatta eccezione per il blu elettrico del filo, che attraversava il dipinto come una scarica di corrente, e le scarpe, di un nero pi intenso di qualunque altra cosa nella sala. Luccellino rappresentava lanima del bambino, come nellopera di Goya, che ritrasse lo sfortunato Manuel Osorio Manrique de Ziga a tre anni. Il bambino etereo nel dipinto di Brewster si guardava intorno con aria beata fin dal 1805. A differenza di molti altri soggetti, non aveva problemi di udito. Quel ritratto era forse un talismano contro la morte? A quellepoca, uno su tre moriva prima dei ventanni. Era il desiderio magico che il bambino si aggrappasse alla vita cos come stringeva il filo blu? Francis O. Watts, il soggetto del ritratto, fu fra quelli che vissero. Entr ad Harvard a quindici anni e fece carriera come avvocato, spos Caroline Goddard che veniva dalla sua stessa citt, Kennebunkport nel Maine, e in seguito divent presidente della Young Mens Christian Association. Mor nel 1860, cinquantacinque anni dopo aver posato per il ritratto. Ma nel ritratto, e quindi per sempre,  un bambino con un uccello legato a un filo blu, che indossa una camiciola bianca con uno jabot di pizzo accuratamente riprodotto.
Brewster, che era nato dieci anni prima della Dichiarazione dindipendenza, fu un artista itinerante, che si spostava dal Maine al Connecticut, dove era nato, alla parte orientale dello stato di New York. Aveva quasi novantanni quando mor. Il milieu federalista ed elitario a cui apparteneva gli aveva permesso di entrare in contatto con mecenati affidabili (i suoi antenati erano stati sulla Mayflower nel 1620), ma la sua sordit laveva emarginato, e le sue immagini erano pregne di tutto ci che il silenzio perenne gli aveva insegnato: concentrazione, la sospensione del tempo, unarguzia discreta. Nel dipinto intitolato One Shoe Off, che mi rap non appena lo vidi, il fiocco perfettamente annodato della scarpa destra replicava il motivo ad asterischi del pavimento. La bambina teneva in mano laltra scarpa, e i pentimenti rossi erano ben visibili intorno al calcagno e alle dita del piede, che ora risultava nudo. La piccola, sicura di s come tutti i bambini ritratti da Brewster, aveva unespressione che sfidava losservatore a schernirla.
Persi la nozione del tempo davanti a quelle immagini, e mi immersi completamente nel loro mondo, come se i decenni che ci separavano fossero svaniti, tanto che quando il custode venne ad avvisarmi che il museo stava per chiudere non riuscii ad aprire bocca e mi limitai a guardarlo. Quando poi scesi le scale e uscii, avevo la sensazione di essere tornato sulla terra da molto lontano.
Il traffico della Sixth Avenue, una sfida oltre il limite tra i gladiatori dellora di punta, fu un violento contrasto rispetto al museo. La pioggia, che aveva ricominciato a scendere, era come un torrente di specchi che colpiva i lati dei grattacieli di vetro; ci misi parecchio tempo a trovare un taxi. Quando finalmente uno accost davanti a me, una donna si materializz al mio fianco e disse che era di fretta e non mi dispiaceva lasciarglielo prendere? S, dissi quasi gridando (il suono della mia voce mi sorprese), s, mi dispiaceva. Ero sotto la pioggia da dieci minuti buoni e per nulla incline alla galanteria. Entrai nellauto e subito il guidatore disse: Dove? Probabilmente sembravo smarrito. Cercai di ricordarmi il mio indirizzo. Il mio ombrello chiuso gocciolava sul tappetino formando una piccola pozza e io pensavo al ritratto di Brewster delladolescente al pianoforte, uno strumento che n lartista n il suo soggetto avrebbero mai potuto ascoltare; il pianoforte pi silenzioso del mondo. Mi immaginai la ragazzina, Sarah Prince, che carezzava i tasti rifiutandosi di premerli. Quando lindirizzo riemerse nella mia mente, lo comunicai al tassista e aggiunsi: Allora come ti va, fratello? Luomo si irrigid e mi guard nello specchietto retrovisore.
Non bene, no, sai non mi  piaciuto come sei salito sul taxi senza salutare. Ehi, sono africano proprio come te, perch fai cos? Mi teneva sottocchio dallo specchietto. Ero confuso. Dissi, Mi dispiace, avevo la testa da unaltra parte, non prendertela eh, fratello, come ti va? Non rispose, fissava la strada. Non mi dispiaceva per niente. E non ero dellumore per sopportare gente che pretendeva qualcosa da me. Rimanemmo in silenzio e mentre il taxi si dirigeva a nord lungo lHudson sul West Side, il fiume e il cielo formavano ununica lastra scura sfocata e lorizzonte era svanito. Usciti dalla superstrada, rimanemmo bloccati nel traffico tra Broadway e la Novantasettesima. Il tassista accese la radio su un dibattito, con gente che litigava per cose che non mi interessavano. Mi era montata dentro e mi aveva destabilizzato: era la rabbia per la quiete spezzata. Il traffico finalmente diminu, ma la radio continuava a sputare banalit. Il tassista mi port allindirizzo sbagliato, a parecchi isolati da casa mia. Gli chiesi di rimediare ma luomo mise in folle, spense il tassametro e disse, No, basta cos. Lo pagai, aggiungendo la consueta percentuale di mancia, e mi incamminai verso casa sotto la pioggia.

4.

Il giorno dopo, mentre ripassavo da Sheep Meadow in una tortuosa deviazione per raggiungere un reading di poesia al 92Y, notai le masse di foglie moribonde nei loro colori accesi e ascoltai i passeri dalla gola bianca che si chiamavano tra i rami. Poco prima aveva piovuto e le nuvole frammentate, sature di luce, si spintonavano a vicenda; i rami di aceri e di olmi erano immobili. Sopra una siepe di bosso, uno sciame dapi mi fece venire in mente certi epiteti yoruba per Olodumare, la divinit suprema: colui che trasforma il sangue in bambini, che fluttua nel cielo come una nuvola dapi.
La pioggia aveva impedito a molti di dedicarsi al loro sport preferito dopo il lavoro, e il parco era quasi vuoto. Andai a sedermi, come guidato da una mano invisibile, su un cumulo di ghiaia in una piccola rientranza formata da due rocce. Mi distesi e appoggiai la testa su uno dei massi, e una guancia sulla superficie bagnata, ruvida. Dovevo fare unimpressione davvero strana a chi mi avesse visto da una certa distanza. Le api sopra il bosso si levarono in massa come ununica nuvola, e scomparvero in un albero. Dopo qualche minuto, il respiro torn normale e la pressione sulle costole cess. Mi alzai pian piano e cercai di pulirmi, togliendo fili derba e sporcizia dai pantaloni e dal maglione, e sfregandomi via dai palmi le macchie di terra. Il cielo era allultima goccia di luce ormai, e rimaneva soltanto una fessura di blu tra i grattacieli a ovest.
Percepii un cambiamento nel trambusto lontano della citt: la fine della giornata, gente che tornava a casa o cominciava il turno di notte, la preparazione della cena in migliaia di cucine dei ristoranti, e le soffuse luci gialle che ora illuminavano le finestre degli appartamenti. Uscii in fretta dal parco, attraversai Fifth Avenue, Madison e Park e poi mi diressi a nord sulla Lexington fino alla sala conferenze dove, appena tutti ebbero preso posto, fu presentato il poeta. Era polacco, vestito in grigio e marrone e, pur essendo relativamente giovane, i suoi capelli formavano una candida aureola. Si avvicin al leggio tra gli applausi e disse: Non voglio parlare di poesia stasera. Voglio parlare di persecuzione, se concedete a un poeta questa licenza. Cosa possiamo capire delle radici della persecuzione, soprattutto quando il bersaglio  una trib, una razza o un gruppo culturale? Comincer con una storia. Aveva una buona padronanza della lingua, ma laccento marcato, le vocali allungate, e la r pesantemente arrotata rendevano il suo inglese zoppicante, come se traducesse ogni frase mentalmente prima di pronunciarla. Alz lo sguardo sulla sala piena, osservando tutti e nessuno in particolare, e le luci si specchiarono sui suoi occhiali, dando limpressione che avesse una grossa benda bianca su ciascun occhio.
Pi tardi quella settimana, alla fine di una giornata difficile nel reparto pazienti interni  una giornata in cui ero ipersensibile alle luci bianche dellospedale e pi infastidito del solito dalle scartoffie e dai convenevoli , il cattivo umore, ancora pi nero, torn a farmi visita. I programmi di specializzazione in psichiatria sono generalmente considerati meno brutali di altri tipi di internato  ed era proprio cos  ma il lavoro presenta sfide particolari. A volte, gli psichiatri sentono la mancanza delle soluzioni nette che i chirurghi o i patologi possono scegliere, e pu logorare il fatto di dover sempre trovare la preparazione mentale e la concentrazione emotiva necessarie per la seduta con il paziente. Ripensandoci, lunica cosa che animava le lunghe ore in cui ero reperibile o in ufficio, era la fiducia che i pazienti avevano in me, la loro impotenza, e la speranza che potessi aiutarli a stare meglio.
A ogni modo, a differenza di quando avevo appena iniziato a lavorare in ospedale, non passavo pi molto tempo a pensare ai pazienti, almeno fino alla seduta successiva e spesso, quando facevo il giro del reparto, avevo bisogno della cartella per ricordare persino i dettagli essenziali di un particolare caso. Il fatto che pensassi a M. fuori dal reparto era in questo senso uneccezione; era, proprio come V., uno dei pochi pazienti i cui problemi non rimanevano relegati in un angolino della mia mente quando uscivo dallospedale. M., trentadue anni, aveva divorziato da poco, e soffriva di disturbo delusionale. Nelle settimane peggiori, i farmaci sembravano avere ben poco effetto.
Nellaria cera sentore dinverno quando attraversai Broadway, e rimasi per un istante fermo davanti agli occhi gialli delle auto, trattenute in ranghi serrati al semaforo rosso. Erano da poco passate le cinque e la notte stava scendendo in fretta. Gli edifici del complesso ospedaliero si stagliavano uno accanto allaltro contro il cielo color carbone, tutti indossavano giacche imbottite e berretti di lana. Entrai nella metro sulla Centosessantottesima e presi un treno affollato della 1 diretto a sud. Ero cos assorto a ripensare alla seduta pomeridiana con M. che, quando il treno raggiunse la mia fermata sulla Centosedicesima, rimasi a fissare la portiera che si apriva, restava aperta per un istante e poi si richiudeva. Il treno ripart e per un attimo cercai di chiedermi cosa fosse successo. Non mi ero addormentato. Il fatto che non fossi sceso, conclusi, era intenzionale, se non conscio. La mia tesi fu confermata alla stazione successiva, quando ancora una volta non scesi e rimasi seduto con la sensazione che stavo osservando me stesso, in attesa di capire quale sarebbe stata la mia mossa successiva. Nel vagone sembrava che tutti fossero vestiti di nero o grigio scuro. Una donna insolitamente alta, sar stata pi di un metro e ottanta, indossava una giacca nera con una lunga gonna a pieghe e stivali neri, e il gioco dombre di quegli strati mi fece venire in mente i virtuosismi di nero su nero in certi dipinti di Velzquez. Il viso pallido, tirato, della donna, sembrava quasi sopraffatto dal nero degli abiti. Nel vagone nessuno parlava e apparentemente nessuno si conosceva. Era come se fossimo tutti concentrati ad ascoltare lo sferragliare del treno sui binari. Le luci erano basse. In quel momento capii che non sarei andato direttamente a casa.
Sulla Novantaseiesima scesi e passai sullespresso 2, che stava arrivando proprio in quel momento. Le luci nel vagone erano molto forti. Luomo seduto di fronte a me indossava una giacca color zucca, e accanto a lui cera una donna in giacca a vento celeste e guanti a righe. Alcune persone nel treno chiacchieravano tra loro, nessuna ad alta voce o in modo troppo espansivo, ma quel dettaglio fu sufficiente a farmi notare quanto era cupa latmosfera nellaltro treno. Forse le luci forti spingevano le persone ad aprirsi. Alla mia destra era seduto un uomo completamente concentrato nella lettura di Legami di sangue di Octavia Butler e alla sua destra un tizio dai capelli color ruggine era chino sul Wall Street Journal. Aveva unespressione assurda, ricordava un gargoyle, ma quando drizz la schiena vidi che aveva un bel profilo. Sulla Quarantaduesima, un uomo in gessato sal con in mano un libro intitolato Devi leggere questo libro! Aveva il volume aperto, ma quando si mise in piedi davanti ai sedili, tenne gli occhi fissi a terra. Rimase cos a lungo, con il libro sollevato davanti a s, ma senza leggerlo. Quando scese a Fulton lo chiuse tenendo il segno con un dito. A Wall Street salirono molte persone  probabilmente lavoravano tutte nella finanza  ma non scese nessuno. Un secondo prima che le portiere si chiudessero, mi alzai di scatto e scesi. Le portiere si richiusero alle mie spalle e, con quellassortimento di personaggi concentrati su se stessi che mi turbinava ancora nella mente, mi ritrovai tutto solo sul binario.
Presi le scale mobili e, quando uscii al piano ammezzato, vidi il soffitto alto, bianco, formato da un serie di volte collegate, che si rivelava pian piano come una cupola retrattile che sta per chiudersi. Non ero mai sceso a quella fermata e mi sorprendeva che fosse cos imponente, perch mi ero immaginato che tutte le stazioni di Lower Manhattan fossero modeste, concepite in modo sbrigativo, fatte di gallerie rivestite di piastrelle e uscite anguste. Per un istante ebbi il sospetto che il grandioso atrio di Wall Street fosse unillusione ottica. Era percorso da due file di colonne, con una serie di porte a vetro a ciascuna estremit. Il vetro, la preponderanza del bianco nello schema cromatico, oltre alle palme in vasi enormi ai piedi delle colonne, davano limpressione di trovarsi in un cortile o in una serra, ma la suddivisione tripartita dello spazio, con il corridoio centrale pi ampio dei due laterali, ricordava pi una cattedrale. Leffetto era amplificato dalle volte, e il tutto ricordava lelaborato gotico inglese, ben rappresentato da edifici come lAbbazia di Bath o la cattedrale di Winchester, in cui i pilastri e i colonnati si irraggiano verso le volte. Ma larchitettura della stazione naturalmente non replicava i trafori in pietra di quelle chiese; pi che altro ne evocava latmosfera, con gli intrecci o i minuscoli scacchi delle sue superfici, come un gigantesco assemblaggio di plastica bianca.
La mia prima impressione della grandiosit di quello spazio, pi che delle dimensioni, cambi in fretta mentre attraversavo latrio. Le colonne sembravano ricavate da sedie di plastica riciclata, e il soffitto ricoperto di blocchetti di lego bianco. La sensazione di essere in un gigantesco modellino veniva intensificata dalle palme solitarie nei vasi, e dai gruppetti di persone che ora vedevo nella navata di destra. Su quel lato dellatrio erano stati disposti dei tavolini rotondi, dove alcuni uomini giocavano a backgammon. Latrio era spoglio, ed essendo uno spazio chiuso riecheggiava delle poche voci presenti. Pensai che la scena sarebbe stata molto diversa durante un giorno lavorativo. Quella sera, nel corridoio di destra, cerano cinque coppie di giocatori, tutti di colore. Dallaltra parte dellatrio, sotto la lunga navata opposta, cerano due uomini, bianchi, che giocavano a scacchi. Superai i giocatori di backgammon, che sembravano tutti di mezza et, e i loro visi languidi, concentrati, insieme alla lentezza dei loro movimenti, non fecero che acuire la mia impressione di trovarmi tra manichini a grandezza naturale. Quando tornai verso il centro della navata, che era praticamente deserta, vidi un tizio che correva verso le scale mobili. La ventiquattrore gli sfugg di mano e cadde con un tonfo rumoroso. Luomo si inginocchi e cominci a raccogliere il contenuto. Il suo impermeabile troppo largo, color topo, gli ricadeva intorno come un abito vittoriano.
Uscii dalle porte che si aprivano su Wall Street. Fuori, la gente camminava in ogni direzione, parlando al cellulare, presumibilmente diretta verso casa, ma non sentivo rumori di traffico. Il motivo mi fu subito chiaro quando vidi i blocchi che erano stati messi a entrambi i lati della strada, per sicurezza oppure per i lavori in corso. Wall Street, da dove mi trovavo, allangolo di William Street, fino a Broadway, una distanza di parecchi isolati, era chiusa alle auto, ed era stata trasformata in zona pedonale; si sentivano solo delle voci e il ticchettio di tacchi sul marciapiedi. Proseguii verso ovest. Alcuni camminavano soli, a coppie o in gruppetti, altri compravano cibo al furgoncino del venditore di falafel parcheggiato in un angolo. Cerano donne di colore in tailleur antracite e giovani ben rasati, di origine indiana. Subito dopo Federal Hall passai davanti alla facciata in vetro del New York Sports Club. Allinterno lilluminazione era molto forte, e a poche spanne dalla vetrata cera una lunga fila di cyclette, tutte occupate da uomini e donne in lycra che pedalavano in silenzio osservando i pendolari che camminavano fuori, al tramonto. Vicino allangolo di Nassau, un uomo in sciarpa e cappello di feltro era in piedi davanti a una grande tela su un cavalletto e dipingeva a grisaille ledificio della Borsa. A terra sotto di lui cera una pila di dipinti ultimati, sempre a grisaille, dello stesso palazzo visto da angolazioni diverse. Mi fermai un attimo a guardarlo mentre intingeva il pennello e con gesti precisi applicava dei riflessi bianchi sullacanto delle sei enormi colonne corinzie del palazzo. Ledificio, che seguendo il suo sguardo analizzai pi attentamente, era illuminato dal basso da una fila di lampioni gialli, e sembrava levitare.
Superando Broad Street e New Street notai un altro centro sportivo  questo si chiamava Equinox  in cui una diversa fila di persone faceva esercizio fissando la strada, poi arrivai a Broadway, dove terminava Wall Street e sullincrocio sorgeva la facciata orientale della Trinity Church. La ricomparsa del traffico su Broadway mi lasci per un attimo spiazzato. Attraversai la strada e raggiunsi il portone della chiesa, con lidea non premeditata di entrare e dire una preghiera per M.
Stava male gi da un po ma era peggiorato parecchio da quando era arrivata la sentenza di divorzio qualche tempo prima. Ormai era del tutto in preda al delirio, e quando parlava era cos angosciato che le frasi fortemente scandite sembravano inseguirsi a vicenda uscendo dalle caverne tormentate della sua mente.
Non  colpa sua, mi aveva detto quel giorno, qualsiasi donna farebbe la stessa cosa, ho mandato tutto allaria, tutto allaria. Avrei dovuto fare pi attenzione. Oggi non lo trovo divertente, ma immagino che ad altri possa sembrarlo. Forse la mia sofferenza diverte le persone. Io faccio davvero tanto per loro, eppure trovano divertente la mia sofferenza. Per devo essere pi responsabile, pi disciplina, molta pi disciplina, e se ci avessi provato sarei ancora con lei. Non  colpa sua, n di nessun altro, possono fare quello che vogliono, ma io devo essere responsabile per il mondo, e loro non sanno come ci si sente. Se non organizzo bene le cose, tutto verr distrutto, capisce? Non sto dicendo che sono Dio, ma so come ci si sente ad avere il mondo sulle spalle. Mi sento come il bambino che mise il dito nella falla1, come se dovessi fare una piccola cosa che per richiede molta concentrazione. Dipende tutto da me, non riesco neanche a spiegarlo, vorrei non avere questo fardello, un fardello molto simile a quello di Dio ma in mano a qualcuno, capisce il problema dottore, che non ha i poteri di Dio.
Il cancello davanti alla chiesa era chiuso. Camminai lungo linferriata, prima a nord e poi, visto che non trovavo un passaggio, verso sud. Un grande cimitero occupava entrambi i lati della chiesa, lapidi bianche, nere, e qualche monumento tra cui spiccava quello dedicato ad Alexander Hamilton: PATRIOTA DI INCORRUTTIBILE INTEGRIT, VALENTE SOLDATO, STATISTA DI GRANDE SAGGEZZA, IL CUI TALENTO E LE CUI VIRT VERRANNO SEMPRE AMMIRATE. Cera anche una data, 12 luglio 1804, e la sua et, quarantasette anni. Hamilton, che in verit aveva quarantanove anni quando mor per un singolo proiettile che lo colp durante il duello con Burr, non era lunica persona famosa sepolta nella Trinity Church. Cerano anche lapidi che commemoravano John Jacob Astor, Robert Fulton, e labolizionista George Templeton Strong, autore di un memoir sulla vita di citt nellOttocento che avevo visto una volta tra i libri del mio amico. E poi cerano molte donne vissute in quei pochi secoli da quando gli europei avevano risalito lHudson e si erano stabiliti sullisola, donne di nome Eliza, Elizabeth, Elisabeth. Alcune erano morte in tarda et, molte da giovani, spesso durante il parto, oppure da piccole, di qualche malattia infantile. Cerano moltissime tombe di bambini.
Svoltando su Rector Street arrivai a Trinity Place, dove un muro antico circondava la chiesa e laria fredda sapeva di mare. Trinity Church fu fondata sul finire del diciassettesimo secolo; i navigatori in generale e i balenieri in particolare si erano messi in mare dopo aver ricevuto la benedizione della congrega. Ed era alla stessa chiesa che tornavano a rendere omaggio per le grazie ricevute se il viaggio era stato fruttuoso e senza intoppi. Uno dei numerosi privilegi accordati alla Trinity Church in quegli anni era il pieno diritto su qualsiasi relitto o balena che si arenasse sullisola di Manhattan. La chiesa era vicino allacqua, che incombeva da ogni lato tranne che a nord. Feci il giro cercando unentrata mentre pensavo a quelle acque poco distanti. In seguito trovai la storia che il colono olandese Antony de Hooges narr nel suo diario.
Il 29 marzo dellanno 1647, un pesce che stimammo di notevoli dimensioni comparve davanti a noi qui alla colonia. Ci super nuotando a una certa distanza fino al banco di sabbia, e poi torn verso sera, superandoci unaltra volta. Era bianco come la neve, e il corpo tondeggiante era privo di pinne. Da un punto della testa spruzzava acqua, proprio come le balene o i tonni. Ci sembrava assai strano perch numerosi sono i banchi di sabbia tra noi e Manhattan e anche perch era bianco candido, e nessuno di noi aveva mai visto una cosa del genere, inoltre aveva coperto una distanza di venti miglia in acque dolci, non salate, che sono il suo elemento. Solo Dio sa cosa significhi, ma quel che  certo  che io e quasi tutti gli abitanti della colonia lo osservammo con grande meraviglia. La sera che quel grande pesce comparve dinnanzi a noi, il cielo fu squarciato dai primi lampi e fulmini dellanno.
Fort Orange, da cui De Hooges scrisse il suo resoconto, era la colonia che in seguito divenne Albany, dopo che gli inglesi conquistarono i possedimenti olandesi in questa parte del Nuovo Mondo.
De Hooges descrisse un altro avvistamento di una gigantesca creatura marina nellaprile dello stesso anno. Sempre nel 1647, un altro scrittore, il viaggiatore Adriaen Van der Donk, riport due avvistamenti e il ritrovamento di una balena arenata sullHudson nella zona di Troy. La balena fu squartata per lolio, scrisse Van der Donk, e la sua carcassa venne lasciata a impestare la spiaggia. Per gli olandesi per, lavvistamento della balena in acque interne o i suoi resti spiaggiati rappresentavano un potente prodigio, come dimostra la tipica associazione di De Hooges tra la presenza delle balene e il violento fenomeno climatico. Lavvistamento era ancora pi inquietante del solito perch lanimale descritto sembrava albino.
Di certo nel Seicento erano pochi i residenti olandesi di New Amsterdam e degli snodi commerciali lungo il fiume che non sapevano delle numerose balene arenate in patria, nei Paesi Bassi. Nel 1598, il capodoglio di sedici metri che si era spiaggiato sulle secche sabbiose di Berckhey, vicino allAia, ci aveva messo quattro giorni a morire, e in quelle ore e nelle settimane successive era entrato nella leggenda di una nazione agli albori della sua storia moderna. La balena di Berckhey fu celebrata in numerose incisioni, utilizzata come oggetto di valore commerciale prima e di curiosit scientifica poi. Ma soprattutto, fu interpretata come un messaggio dagli abissi. Non doveva essere stato difficile allepoca vedere un nesso tra quel mostro morente e le atrocit commesse dalle odiate truppe spagnole nel principato di Clves nellagosto dello stesso anno. Tra la met del sedicesimo secolo e la fine del diciassettesimo, almeno quaranta balene si arenarono sulle spiagge delle Fiandre e nei Paesi Bassi settentrionali. Per gli olandesi, che a quellepoca stavano cercando non solo di definire la loro nuova repubblica ma anche di consolidare la presa su New Amsterdam e altri possedimenti stranieri, il significato spirituale della balena era onnipresente.
Circa duecento anni dopo, quando un giovane proveniente dalla zona di Fort Orange discese lHudson e si stabil a Manhattan, decise che avrebbe scritto la sua opera magna su un leviatano albino. Lautore, che ogni tanto frequentava la Trinity Church, intitol il suo libro La balena, e il sottotitolo Moby Dick fu aggiunto solo dopo la prima pubblicazione. La Trinity Church ora mi respingeva, lasciandomi alla merc della pungente aria marina senza un luogo in cui pregare. Cerano catene a tutti i cancelli, e non riuscivo a trovare n un punto daccesso n qualcuno che mi potesse aiutare. Cos, cullato dallaria salmastra, decisi di spingermi fino al limitare dellisola. Pensai che sarebbe stato bello rimanere vicino allacqua per un po.
Quando attraversai la strada ed entrai nel vicolo di fronte, fu come se il resto del mondo fosse scomparso. Il fatto di trovarmi tutto solo nel cuore della citt mi sembrava stranamente rassicurante. Il vicolo, che nessuno imboccava e sembrava non portare da nessuna parte, era fatto di muri di mattoni e porte sbarrate, su cui le ombre ricadevano nitide come in unincisione. Davanti a me cera un grande edificio scuro: la torre, solo in parte visibile, era opaca, di un nero che assorbiva la luce come un tessuto, e le sue linee geometriche pulite la facevano sembrare unombra solitaria o una silhouette di cartone. Proseguii nel vicolo sotto unimpalcatura, e da Thames Street attraversai Greenwich e arrivai ad Albany, da dove la torre si vedeva meglio anche se era ancora lontana. Era completamente avvolta in una rete nera a maglie strette. Alla mia destra, dove il vicolo angusto e silenzioso incontrava la Washington, un isolato a nord rispetto a dove mi trovavo, vidi un grande spiazzo vuoto. Pensai subito allovvio ma, altrettanto in fretta, scartai quellidea.
Poco dopo raggiunsi la West Side Highway. Ero lunico pedone allincrocio. Le luci posteriori delle auto dirette verso i ponti che uscivano dallisola erano inseguite dai loro riflessi rossi, e a destra cera un passaggio pedonale che collegava un edificio non al palazzo vicino, ma a terra. E ancora comparve quello spazio vuoto che era davvero, adesso lo vedevo bene e dovevo ammetterlo, lovvio: i resti del World Trade Center, metonimia del disastro. Un giorno un turista mi aveva chiesto come si arrivava a 9/11: non al luogo dove era avvenuta la tragedia dell11 settembre, ma l11 settembre stesso, una data fossilizzata nelle macerie. Mi avvicinai. Era circondato da una recinzione in legno e rete, ma nientaltro ne annunciava limportanza. Dallaltro lato della superstrada cera South End, una strada tranquilla, residenziale, e allangolo vidi un ristorante con uninsegna al neon (ricordo il neon ma non il nome del locale). Sbirciai nella vetrina, era quasi vuoto. A quanto pareva i pochi avventori erano uomini, e sedevano da soli. Entrai, mi sedetti al bar, e ordinai una birra alla cameriera.
Avevo appena finito di bere e pagato quando un uomo venne a sedersi vicino a me. Non mi riconosce, disse, aggrottando la fronte. Io mi ricordo di lei, al museo, una settimana fa, il Folk Art Museum. Probabilmente continuavo ad avere laria confusa, perch si affrett ad aggiungere: Faccio il custode, e quello che ho visto era lei, giusto? Annuii, anche se avevo solo un vago ricordo. Ero sicuro di averla riconosciuta, disse. Mi tese la mano e si present. Kenneth, pelato e con la pelle scura, aveva la fronte ampia e baffi sottili, molto curati. La parte superiore del corpo era robusta, ma le gambe smilze ricordavano Pnin di Nabokov. Doveva avere poco meno di quarantanni. Dopo i primi convenevoli, si lanci in un monologo passando da un argomento allaltro con un forte accento caraibico. Veniva da Barbuda, mi spieg, e si stup quando dissi che ne avevo sentito parlare.
La maggior parte di questi americani non sa niente di niente, oltre a quello che hanno sotto il naso, dissi. Comunque, sto aspettando degli amici,  un locale carino, no? Oh, non ci  mai stato prima? Scrollai il capo. Mi chiese di dovero, cosa facevo. Parlava in fretta, era molto loquace. Una volta avevo un coinquilino nigeriano, in Colorado. Si chiamava Yemi, penso fosse yoruba, e comunque mi interessa un sacco la cultura africana. Lei  yoruba? A quel punto Kenneth cominciava a stancarmi, e speravo che se ne andasse in fretta. Pensai al tassista che mi aveva portato a casa dal Folk Art Museum  ehi, sono africano proprio come te. Kenneth stava dicendo pi o meno la stessa cosa.
Un tempo abitavo a Littleton, ma il diploma universitario lho preso a Denver. Conosce Littleton, vero? Il massacro  stato poco dopo il mio arrivo. Terribile. Stessa cosa a New York. Sono venuto ad abitare qui nel luglio del 2001. Pazzesco, no? Proprio pazzesco, forse dovrei avvisare la prossima citt in cui mi trasferisco! E comunque il posto al museo non  male, sa, qualcosa per tenermi occupato per qualche tempo, va bene, ma quello che vorrei fare davvero  Kenneth continuava a parlare in fretta, in automatico, ma i suoi occhi scuri erano fissi. Poi mi venne in mente che in quegli occhi cera una domanda. Una domanda sessuale. Gli spiegai che dovevo incontrare un amico. Dissi che purtroppo non avevo un biglietto da visita e che sarei tornato presto al museo. Uscii dal ristorante su South End. Ormai non ero lontano dal mare e, mentre mi avvicinavo allacqua provai una vaga pena per quelluomo, per la disperazione delle sue ciance.
Che strana isola, pensai guardando il mare, unisola che si era rivoltata su se stessa e da cui lacqua era stata bandita. La spiaggia era un carapace, permeabile solo in alcuni punti. Dove si poteva avere davvero la sensazione di stare su un fiume, in quella citt fluviale? Era tutto costruito, cemento e pietra, e i milioni di persone che la abitavano avevano una percezione vaga dellacqua che li circondava. Era una sorta di segreto imbarazzante, una figlia poco amata, trascurata, mentre i parchi erano adorati, curati, affollati. Mi fermai sulla passeggiata e fissai lacqua in quella notte indifferente. Era molto silenzioso e le luci chiamavano dalla sponda opposta del Jersey. Un paio di jogger si avvicinarono e mi superarono in silenzio. Su South End, di fronte allHudson, cerano file di case a schiera, negozietti e un piccolo gazebo circolare soffocato da edera e cespugli. Dal fiume veniva uneco ormai quasi impercettibile delle vecchie baleniere, dei grandi cetacei e delle generazioni di newyorchesi che erano venuti qui sul lungomare a guardare ricchezze e dolori che si riversavano nella citt, o semplicemente a contemplare la luce che giocava sullacqua. Ciascuno di quei momenti era presente, ora, come una traccia. Da dove mi trovavo, la Statua della Libert era un puntino verde fosforescente nel cielo, e alle sue spalle si trovava Ellis Island, fulcro di innumerevoli miti; ma era stata aperta troppo tardi per quei primi africani  che non erano immigrati, in ogni caso  e chiusa troppo presto per significare qualcosa per quelli arrivati di recente, come Kenneth, o il tassista, o me.
Ellis Island era un simbolo soprattutto per i profughi europei. Per i neri, noi neri, gli sbarchi erano avvenuti in porti molto pi duri: era questo che intendeva il tassista  ora che il malumore era passato potevo ammetterlo. Era il riconoscimento che voleva sentire, con i suoi modi bruschi, da ogni fratello che incontrava. Mi incamminai verso nord sulla passeggiata, ascoltando il respiro dellacqua. Due uomini anziani in lucide tute da ginnastica mi superarono strascicando i piedi, immersi nella conversazione. Perch allimprovviso avevo limpressione che venissero da unaltra epoca? Incrociai il loro sguardo per un istante, ma non vidi altro che il consueto abisso tra giovani e vecchi. Un po pi a nord il lungomare si allargava, la zona residenziale finiva e da l si vedeva latrio in vetro del World Financial Center, con il suo assortimento di enormi piante che lo faceva sembrare un gigantesco acquario. Di fronte alledificio cera una piccola insenatura tranquilla in cui parecchie imbarcazioni, una delle quali aveva la scritta Manhattan Sailing School, dondolavano dolcemente. Scesi una breve rampa di gradini di legno e percorsi il molo accanto alle barche, fino a superarle raggiungendo il punto in cui lacqua era a entrambi i lati. Linsenatura era alla mia destra e il fiume a sinistra. Mi voltai verso sinistra, puntando gli occhi sulle acque nere, le luci che punteggiavano Hoboken e Jersey City, e sopra, il cielo nero. Limpercettibile ululato dellacqua mi riempiva le orecchie e tra quei mormorii riconobbi la voce lamentosa di M.
Come ho potuto essere cos stupido. Moglie turco-americana, amante turca. Le dicevo sempre che avevo degli affari ad Ankara, che era vero, ma lei non sapeva dei miei altri affari; per questaltro affare qui, le davo trecento dollari al mese, era un buon accordo, penso, o forse  meglio dire pensavo. Pensavo. Anzi, non pensavo. Un giorno mi ha scritto chiedendomi di pi  le donne sono pazze dottore, ancora pi pazze di me , ne voleva cinquecento. Se lo immagina? Cinquecento dollari ogni mese. E mia moglie ha detto, Una lettera dalla Turchia, fammi vedere chi scrive a mio marito.  stata la fine. Quando sono tornato a casa mi aspettava con la lettera in una mano e un bastone nellaltra. Come posso biasimarla? Pensavo con il non so dottore. E adesso lo sanno tutti, a casa. Pensavo con luccello. Non pensavo. Tutte le cose buone le ho distrutte. Ho deluso Dio.
Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Mi aveva gi raccontato quella storia, e aveva pianto, ma ogni volta era come se fosse la prima. Riviveva il dolore da principio, e ogni volta lo drammatizzava. E siccome da un pensiero ne nasce un altro, mentre me ne stavo l a guardare il fiume, provai anchio un dolore inaspettato, una sofferenza improvvisa, impellente, anche se limmagine della persona a cui pensavo svan in fretta. Erano passate poche settimane, ma il tempo aveva cominciato a lenire persino quella ferita. Avevo freddo, ma rimasi ancora un po. Come sarebbe stato facile, pensai, scivolare piano nel fiume e lasciarsi sommergere. Mi inginocchiai e sfiorai lacqua con le dita. Era gelida. Eccoci qui, a ignorare lacqua, a prestare meno attenzione possibile alla coppia di nere eternit tra le quali affiorava la nostra tenue luce. Eppure, che ne era del nostro debito nei confronti di quella luce?  a noi stessi che dobbiamo la vita. Questa idea, di cui noi medici parliamo spesso ai pazienti, di cui cos poco si pu dire razionalmente, si ribalta e a sua volta ci pone degli interrogativi. Mi asciugai la mano sulla giacca e soffiai sulle dita per scaldarle.
Sulla passeggiata cerano solo due ragazzini in skateboard. Erano assorti nel loro sport, e uno continuava a saltare da una rampa piuttosto bassa, decollava e atterrava rumorosamente, mentre laltro gli sfrecciava di fronte con una telecamera in mano tenuta bassa, quasi ad altezza delle caviglie, che proiettava un fascio di luce. Un addetto alla sicurezza ci super in un piccolo veicolo a motore e disse ai ragazzi che saltare con lo skateboard era pericoloso. I due rimasero ad ascoltare con aria ossequiosa, e sembravano convinti. Ma appena si allontan, ripresero a saltare.
Lontano dal fiume, nella piazza dietro il World Financial Center, cera un piccolo spazio semichiuso formato da una fontana, aiuole di giunchi e due muretti di marmo, uno pi alto dellaltro. Sui muri cerano delle scritte e su quello pi basso una targa: ALLA MEMORIA DEGLI AGENTI DI POLIZIA CHE HANNO PERSO LA VITA AL SERVIZIO DEGLI ABITANTI DELLA CITT DI NEW YORK. Sullaltro muro erano elencate decine di nomi. In alto cera il primo: AGENTE JAMES CAHILL, 29 SETTEMBRE 1854. Andava avanti cos anno dopo anno, grado, nome, data del decesso; cera il prevedibile, deprimente gruppo dellautunno 2001, poi alcuni altri, scomparsi negli anni successivi. Sotto, una distesa vuota di marmo lucido sembrava attendere tutti coloro che avrebbero perso la vita in uniforme e quelli che non erano ancora nati ma da grandi sarebbero entrati in polizia per poi morire in servizio.
Al di l della piazza, dallaltro lato di West Side Highway, i grattacieli del distretto commerciale erano allineati su un perimetro invisibile, come animali che si contendono lo spazio sulla sponda di un lago, attenti a non sporgersi troppo. Il perimetro segnava lenorme cantiere. Camminai fino a un altro passaggio sopraelevato, quello che un tempo collegava il World Financial Center agli edifici che ora non cerano pi. Fino a quel momento ero stato solo ma parecchia gente cominci a uscire dal World Financial Center, uomini e donne in abiti scuri compreso un gruppo di professionisti giapponesi che mi superarono in fretta lasciandosi dietro una fitta scia di parole. Sopra di loro, per la terza volta quella sera, vidi le luci abbaglianti di una palestra con una lunga file di cyclette, in questo caso rivolte verso il cantiere. Mi chiesi cosa passasse per la testa di quelle persone mentre pedalavano e sudavano guardando quel posto. Dal cavalcavia vedevo lo stesso panorama che si presentava a loro: una lunga rampa che si estendeva fino al cantiere, in cui erano disseminati tre o quattro trattori che, in quella buca enorme, sembravano giocattoli. Appena sotto il livello della strada scorsi il bagliore verde metallico di un vagone della metropolitana che, esposto agli elementi, attraversava lo spiazzo, una vena livida sul collo dell11 settembre. Subito dietro il cantiere cera ledificio che avevo scorto prima, quello avvolto nella rete nera, severo e misterioso come un obelisco.
Il passaggio sopraelevato era pieno di gente e i montanti erano tappezzati di sgargianti pubblicit di vari luoghi turistici in Lower Manhattan. SCOPRI CON I TUOI BAMBINI DOVE SONO ATTERRATI GLI ALIENI, diceva quello per Ellis Island. Il Museum of American Finance era promosso con la scritta RIVIVETE IL GIORNO IN CUI IL CUORE DELLAMERICA SI FERM. Il Police Museum, che si era unito a quella gara di battute di dubbio gusto, invitava la gente a ricordare che si trattava del primo gestore di cellulari di New York. I pendolari marciavano accanto a me, schiena dritta, testa bassa, tutti in nero e grigio. Mi parve di dare nellocchio quando, unico in mezzo alla folla, mi fermai a guardare il cantiere dal parapetto. Tutti gli altri passavano oltre, e non cera niente che li separasse, che ci separasse, da chi aveva lavorato dallaltra parte della strada il giorno del disastro. Scendendo le scale che sbucavano su Vesey Street, ci ritrovammo chiusi su entrambi i lati da una recinzione, ingabbiati, come animali sospinti verso il macello. Ma anche gli animali, perch era lecito trattarli cos? Le domande assillanti di Elizabeth Costello affioravano nei luoghi pi strani.
Latrocit non  nuova, n agli esseri umani n agli animali. Ma nella nostra epoca  particolarmente ben organizzata, inflitta con recinti, treni speciali, filo spinato, liste, campi di lavoro, gas. E ultimamente con lassenza dei corpi. Non se ne vide nessuno, tranne quelli che si lanciavano nel vuoto, il giorno in cui il cuore dellAmerica si ferm. Lungo la costa ferita della nostra citt cera stato un gran fiorire di storie ghiotte, ma le immagini dei cadaveri furono bandite. Sarebbe stato traumatico, altrimenti. Avanzai con i pendolari fino alluscita del recinto.
Ma le torri non erano state le prime a scomparire in quella zona. Prima che venissero erette cera un vivace dedalo di stradine in questa parte della citt. Robinson Street, Laurens Street, College Place: erano state tutte cancellate negli anni Sessanta per far posto agli edifici del World Trade Center, e nessuno le ricordava, ormai. Se ne era andato anche il vecchio Washington Market, i pontili animati, le pescivendole, lenclave di siriani cristiani che si era formata verso la fine del 1800. I siriani, i libanesi e altri popoli levantini si erano visti costretti a spostarsi al di l del fiume, dove avevano messo radici fra Atlantic Avenue e Brooklyn Heights. E prima ancora? Quali vie dei Lenape sono sepolte sotto le macerie? Quel luogo, come daltronde tutta la citt, era un palinsesto scritto, cancellato e poi di nuovo riscritto. Era stato abitato molto prima che Colombo salpasse, prima che Verrazzano ancorasse le sue navi negli stretti, o che il mercante di schiavi Esteban Gmez, un nero portoghese, risalisse lHudson; molti avevano vissuto qui, costruito case, litigato con i loro vicini ben prima che gli olandesi vedessero lopportunit di fare affari con le pelli e la legna che abbondavano sullisola e nella sua piacevole baia. Generazioni su generazioni si infilavano nella cruna dellago, e io, individuo di una folla ancora discernibile, entrai nella metropolitana. Volevo trovare la linea che mi collegava al mio ruolo in quelle storie. Da qualche parte vicino allacqua, tenendosi aggrappato a quello che conosceva della vita, il ragazzino, con uno scatto secco, aveva spiccato un altro salto.

5.

Fu nellestate precedente, durante una gita nel Queens con i Welcomers, unassociazione della chiesa di Nadge, che notai per la prima volta il nesso tra lei e una ragazza che avevo incontrato. Laltra era rimasta nascosta nella mia memoria per pi di venticinque anni: ricordarla di punto in bianco e associarla subito a Nadge fu uno shock. Forse avevo girato inconsciamente intorno a quellidea per giorni, ma accorgermi dellassociazione mi aiut a risolvere un problema. Non avevo mai parlato a Nadge di quella persona; ne avevo dimenticato il nome, il suo viso era un ricordo sfocato e di lei conservavo soltanto limmagine di unandatura zoppicante. Non che fosse un inganno: tutti gli amori vivono di una conoscenza parziale.
Il problema della ragazza era ben peggiore di quello di Nadge. La poliomielite le aveva rattrappito il piede sinistro in un moncherino contorto che si trascinava dietro camminando. Al braccio sinistro teneva sempre il deambulatore articolato in acciaio che usava per sostenersi. Quando la vidi attraversare il prato della scuola elementare sperai che i maschi non la prendessero in giro: fu quello il mio primo istinto, galante, protettivo. Era nella mia classe, ma ora ricordo ben poco degli argomenti su cui aveva ruotato la conversazione le tre o quattro volte che ci eravamo parlati. Mi piaceva la sua capacit di essere a suo agio con se stessa e il modo in cui, appena si sedeva, non sembrava diversa dagli altri bambini, anzi, aveva una vivacit fuori dal comune. Avrebbe potuto diventare la migliore della classe se fosse rimasta, ma i suoi genitori lavevano trasferita in unaltra scuola. Non la vidi pi dopo quelle prime due settimane. E solo quando nel Queens Nadge scese dallautobus in quellescursione con i Welcomers, vidi la somiglianza, come leco che si propaga da Elia a Giovanni il Battista, due individui separati nel tempo ma vibranti alla stessa frequenza, e solo allora ricordai che quando avevamo solo otto o nove anni avevo immaginato una vita futura con quellaltra ragazza, la prima volta che mi fosse mai venuto in mente un pensiero del genere, com ovvio senza la minima idea di cosa avrebbe comportato.
Mi ero visto adulto, che la proteggevo come si fa con un cane o un gatto, che avevamo un sacco di figli, ma non avevo mai pensato a lei come una fidanzata. Non penso di avere avuto unidea del genere, allora. Non compativo Nadge come avevo fatto con quella bambina. Il fatto che zoppicasse era solo un indizio visivo, che si notava a malapena nel caso di Nadge, e che non le era di grande ostacolo; forse intaccava leggermente la sua vanit, ma niente di pi. Qualche volta, mi aveva detto, quando metteva le scarpe ortopediche, non si notava nemmeno. Era un problema allanca, che si era fatta operare da adolescente, quando ormai era troppo tardi. Lintervento avrebbe dovuto essere eseguito molto prima, ma almeno le aveva evitato dolori cronici.
Stavamo percorrendo il Triborough Bridge ritornando verso Harlem quando mi aveva spiegato quella cosa, con la testa appoggiata sulla mia spalla. I miei pensieri erano confusi: pensavo a lei, alla bambina, e al giovane con cui avevo avuto una lunga conversazione qualche ora prima, nel pomeriggio. Ero andato a fare lescursione con i Welcomers su invito di Nadge; me ne aveva parlato e mi era parso un buon modo per conoscerla meglio. La sua chiesa organizzava ogni due mesi una visita ai centri di detenzione del Queens, dove venivano tenuti gli immigrati senza documenti. Mostrai interesse, e quando mi chiese se volevo andare la domenica successiva accettai subito. Incontrai lei e il resto del gruppo, un miscuglio di parrocchiane e attivisti, nel seminterrato della cattedrale. Il prete che diede la benedizione era scalzo, unabitudine che aveva preso nei lunghi anni di servizio in una parrocchia rurale sullOrinoco. Nadge mi spieg che aveva cominciato a camminare senza scarpe in segno di solidariet con i contadini, e continuava a farlo a New York per ricordare a se stesso e agli altri la loro miseria. Le chiesi se il sacerdote era marxista, ma non lo sapeva. Il prete scalzo non venne con noi nel Queens. Quel giorno, il gruppo era composto in gran parte da donne, molte con quellespressione beata, poco presente, che spesso si vede nei filantropi. Eravamo su un autobus a noleggio sulla stessa strada che si prende da Upper Manhattan per andare allaeroporto di La Guardia, e il traffico era cos lento che ci volle unora per arrivare a South Jamaica.
Era linizio dellestate, ma il paesaggio era deprimente, una distesa di recinzioni di rete metallica, auto parcheggiate e macchinari da costruzione abbandonati. Quando arrivammo in una specie di area industriale a un paio di chilometri dallaeroporto vero e proprio, le erbacce crescevano dalle spaccature sulla strada e foderavano i fossi che la bordavano. Gli edifici sembravano prefabbricati e rivestiti di alluminio, come per confonderli meglio con il paesaggio desolato. In altri viaggi verso laeroporto dovevo aver gi visto quegli edifici in fondo alla distesa di asfalto, alcuni dei pi grandi usati come hangar o officine di riparazione. Ma se anche li avessi visti, li avrei dimenticati altrettanto velocemente: sembravano concepiti per non essere notati. Ed era cos anche per il centro di detenzione, una lunga scatola di metallo grigio, un edificio a un solo piano che era stato dato in appalto a una ditta privata, la Wackenhut, sotto la giurisdizione del dipartimento della sicurezza interna. Lautista si ferm in un grande parcheggio sul retro.
Fu in quel momento che notai landatura irregolare di Nadge. In un certo senso era la prima volta che la vedevo per davvero: la luce obliqua del pomeriggio, lo squallido paesaggio di recinzioni e cemento in rovina, lautobus come una bestia a riposo, il modo in cui lei si muoveva per compensare la malformazione. Allentrata delledificio di metallo cera una folla enorme che formava una lunga fila. Tutti avevano in mano qualcosa, sacchetti di plastica o pacchi, e in cima alla coda una guardia stava spiegando ad alta voce a una coppia, che a quanto pareva parlava inglese poco o niente, che lorario di visita non era ancora cominciato, che bisognava aspettare altri dieci minuti. La guardia mostrava apertamente la sua esasperazione, e i due parevano contriti e scontenti al tempo stesso. Il gruppo dei Welcomers si un alla coda, che sembrava formata da immigrati arrivati da poco: africani, sudamericani, est-europei, asiatici. In altre parole, erano le persone che avevano motivo di far visita a un centro di detenzione. Un uomo di mezza et gridava nel cellulare qualcosa in polacco. Il vento era fresco, ma ben presto divent gelido. La coda non si mosse per altri venticinque minuti, poi avanz e, uno alla volta, dopo aver mostrato i documenti e attraversato il metal detector, ci lasciarono entrare in sala dattesa. Tutti, tranne i Welcomers, sembravano l per far visita a qualche parente. Gli addetti alla sicurezza  sovrappeso, annoiati, sgarbati, gente che non faceva nessuno sforzo per fingere di apprezzare il proprio lavoro  guidavano i visitatori, sei per volta, in stanze chiuse per visite da quarantacinque minuti. Quelli che aspettavano il loro turno stavano quasi tutti in silenzio, a guardare nel vuoto. Nessuno leggeva. Quella specie di purgatorio senza finestre era illuminato da neon abbaglianti che sembravano risucchiare la poca aria residua. Immaginai il sole che, fuori, calava su quella desolazione di cemento.
Nadge entr. Era stata al centro parecchie volte, e vedeva regolarmente due detenuti, una donna e un uomo. Aveva chiesto di entrambi per nome. Io entrai con il gruppo successivo, per far visita ai detenuti selezionati per noi dagli addetti. La sala colloqui, come prevedibile, era spoglia: una stretta fila di postazioni, divisorio in plexiglass con piccoli fori a livello del viso, sedie su entrambi i lati. Il giovane seduto di fronte a me aveva un gran sorriso smagliante. Indossava una tuta arancione, come tutti gli altri detenuti. Mi presentai, lui sorrise subito e mi chiese se ero africano. Era un bel ragazzo, uno degli uomini pi affascinanti che avessi mai visto. Zigomi perfetti, una carnagione scura, uniforme, e il bianco degli occhi vivace come i denti candidi.
La prima cosa che mi chiese, forse perch sapeva che ero venuto con i Welcomers, fu se ero cristiano. Esitai, poi dissi, Immagino di s. Oh, fece lui, sono felice, perch anchio sono cristiano, credo in Ges, quindi potresti pregare per me? Gli dissi che lavrei fatto e poi gli chiesi come andavano le cose l al centro di detenzione. Non male, non male come potrebbero, disse. Ma sono stanco, vorrei uscire. Sono qui da pi di due anni. Ventisei mesi. Hanno appena chiuso il mio caso e siamo andati in appello, ma  stato respinto. Ora mi rimandano indietro, ma non si sa quando di preciso, c solo questa attesa su attesa.
Non aveva un tono disperato, ma che fosse deluso si capiva. Era stanco di sperare, ma sembrava anche incapace di sopprimere il suo generoso sorriso. Cera un certo garbo in ogni sua frase, e cominci a raccontare, in fretta, di come era finito in quella grossa scatola di metallo nel Queens. Lo incoraggiai, chiedendogli di chiarire dei dettagli, e feci del mio meglio per prestare un orecchio comprensivo a una storia che, per troppo tempo, era stato costretto a tenersi dentro. Era istruito e aveva un inglese privo di esitazioni, e lo lasciai parlare senza interrompere. Abbass leggermente la voce, si protese verso il vetro e disse che la parola America gli era familiare sin da quando era piccolo. A casa e a scuola gli avevano parlato del rapporto speciale tra la Liberia e lAmerica, che era un po come la relazione tra uno zio e un nipote prediletto. Anche i nomi si assomigliavano: Liberia, America, entrambi di sette lettere, di cui quattro uguali. LAmerica era sempre entrata nei suoi sogni, anzi era stata il fulcro dei suoi sogni. E quando la guerra era iniziata e tutto aveva cominciato a sgretolarsi, lui era sicuro che gli Americani sarebbero arrivati a risolvere la situazione, ma non era andata cos: gli Americani si erano dimostrati restii a intervenire, per motivi che non avevano rivelato.
Disse che si chiamava Saidu. La sua scuola, vicino allOld Ducor Hotel, era stata bombardata e data alle fiamme nel 1994. Un anno dopo, sua sorella era morta di diabete, una malattia che non lavrebbe uccisa in tempo di pace. Suo padre, che era scomparso nel 1985, non era mai ricomparso, e sua madre, venditrice ambulante al mercato, non aveva niente da vendere. Sindu si era nascosto tra le ombre della guerra. Era stato costretto molte volte ad andare a prendere lacqua per lNpfl (il National Patriotic Front of Liberia), aprire varchi nella boscaglia, togliere cadaveri dalla strada. Si era abituato alle grida dallarme e alle improvvise nuvole di fumo, aveva imparato a dileguarsi quando i reclutatori arrivavano da un fronte o dallaltro. Se avvicinavano sua madre, lei diceva sempre che aveva lanemia falciforme ed era moribondo.
Gli uomini di Charles Taylor freddarono sua madre e le sue sorelle durante la seconda guerra. Due giorni dopo, tornarono a prendere lui e lo portarono nella periferia di Monrovia. Aveva una valigia con s. Allinizio pensava che gli uomini lo avrebbero fatto combattere, invece gli diedero un grosso coltello e lo misero a tagliare la gomma con una cinquantina di altri prigionieri. Al campo vide un ragazzino che conosceva, era stato il miglior giocatore di calcio nella scuola: gli avevano tagliato la mano destra, e ormai aveva solo un moncherino. Altri erano morti, aveva visto i cadaveri. Ma la svolta fu vedere il moncherino dove un tempo cera una mano: in quel momento cap che non aveva scelta.
Quella notte, prese le sue scarpe da calcio, due magliette, e tutti i soldi che aveva, pi o meno seicento dollari liberiani. In fondo allo zaino logoro mise il certificato di nascita di sua madre. Poi gett in un fosso il resto delle cose che aveva in valigia e butt la valigia tra i cespugli. Aveva preso il certificato di nascita di sua madre perch lui non ne aveva uno. Era scappato dal campo e aveva percorso la strada al buio fino a Monrovia. Non poteva tornare a casa, quindi si era nascosto tra le rovine della sua scuola, vicino allOld Ducor Hotel. Rannicchiato in un angolo, aveva pensato che, se si fosse addormentato, forse sarebbe morto. Era la prima volta che gli veniva quellidea, e scopr che lo faceva stare meglio. Lo aiutava ad addormentarsi.
Un colpo improvviso sul plexiglass mi fece trasalire. Una delle guardie di Wackenhut era arrivata alle mie spalle, ma io ero cos preso dalla storia di Saidu che mi spaventai e feci cadere il cappello. La guardia disse, Trenta minuti, gente. Saidu lo guard dallaltra parte del divisorio, sorrise e disse grazie. Poi abbass di nuovo la voce, si protese e parl ancora pi in fretta, come se le parole ora fluissero liberamente da qualche falda della sua memoria che era rimasta ostruita fino a quellistante.
Quella notte dorm nella brezza che arrivava da una finestra aperta, finch un sibilo non lo svegli. Apr gli occhi, ma rimase immobile, e nelloscurit dei resti carbonizzati vide, in fondo alla lunga stanza, un piccolo serpente bianco. Si irrigid, chiedendosi se il serpente lo avesse visto, ma il rettile continuava a muoversi, come se cercasse qualcosa. Poi dalla finestra arriv una raffica di vento e Saidu vide che il serpente era in realt un quaderno aperto, con le pagine che svolazzavano. Il ricordo di quellapparizione gli rimase impresso, mi disse, perch si era chiesto, allora e in seguito, se fosse un presagio per il futuro. Al mattino, decise di rimanere nascosto nella scuola tutto il giorno, e ci rimase anche a dormire. Quella notte, di nuovo, il quaderno si mise a frusciare nel buio, e gli tenne compagnia: nel dormiveglia, guard le sue pagine che si alzavano e si abbassavano, a volte come un serpente, altre come un quaderno. Il giorno dopo vide dei soldati nigeriani dellEcomog1, che gli diedero del riso. Fece finta di essere ritardato e gli uomini lo accompagnarono sul blindato fino a Gbarnga, nel Nord del paese. Da l raggiunse a piedi la Guinea, un viaggio di parecchi giorni, in cui dovette continuamente passare dai sandali alle scarpe da ginnastica. Tutte due gli facevano venire le vesciche, ma almeno in punti diversi. Quando aveva sete beveva dalle pozzanghere. Sentiva i morsi della fame ma cercava di non pensarci. Ormai non ricordava come era riuscito a percorrere i centocinquanta chilometri fino a un paesino dellentroterra, o come era riuscito a farsi dare un passaggio in moto da un contadino, fino a Bamako.
A quel punto il pensiero di andare in America era costante. A Bamako, non sapendo parlare n bamana n francese, si aggirava per il parcheggio, mangiava qualche avanzo al mercato, di notte dormiva sotto le bancarelle e gli capitava di sognare di essere assalito dalle iene. Il suo compagno di scuola gli era comparso in sogno, con il polso tagliato che sanguinava. Unaltra volta gli erano apparse la madre, la sorella e la zia, tutte intorno alla bancarella del mercato, tutte coperte di sangue.
Quanto tempo era passato? Non ne era certo. Forse sei mesi, forse un po meno. Alla fine era diventato amico di un camionista maliano, e lavava il suo camion in cambio di cibo. Poi luomo gli aveva presentato un altro tizio, un mauritano dagli occhi castano chiaro. Il mauritano gli chiese dove voleva andare e Saidu rispose in America. Gli chiese se aveva addosso dellhashish e lui disse di no. Il mauritano accett di portarlo fino a Tangeri. Quando partirono, Saidu indossava una camicia nuova che gli aveva regalato il camionista maliano. Il camion era pieno di senegalesi, nigeriani e maliani, e avevano pagato tutti, tranne lui. Durante il giorno faceva caldissimo, di notte si gelava, e lacqua nelle taniche era attentamente razionata. Naturalmente, mentre Saidu raccontava la sua storia, mi chiesi se potevo credergli o meno, se non era pi probabile che avesse fatto il soldato. Dopotutto aveva avuto mesi per edulcorare i dettagli, per perfezionare quella facciata di profugo innocente.
A Tangeri, prosegu, aveva notato il modo in cui vivevano gli africani neri, sotto la costante sorveglianza della polizia. Molti di loro, in gran parte uomini e giovani, si erano accampati vicino al mare, e Saidu si un al gruppo. Di sera si avvolgevano nelle coperte per proteggersi dal vento freddo che soffiava dal mare. Un uomo accanto a lui disse che veniva da Accra e gli spieg che passare da Ceuta era meno pericoloso. Una volta che siamo a Ceuta, gli disse, siamo in Spagna, ci arriviamo domani. Il giorno dopo, in una quindicina, furono portati in una piccola citt marocchina con un furgone, e da l proseguirono a piedi fino al confine con Ceuta. La recinzione era illuminata a giorno, e luomo di Accra li guid fino al punto dove la recinzione incontrava il mare. La scorsa settimana hanno sparato a un tizio, disse, ma non penso che dovremmo avere paura. Dio  con noi. Cera una barca in attesa, guidata da un traghettatore marocchino. Unirono le mani in preghiera, salirono a bordo, e luomo rem tra le secche. Coprirono il tragitto in una decina di minuti senza farsi notare, sbarcarono in fretta e si infilarono nel sottobosco. Ceuta, come aveva detto il ghaniano, era Spagna. I novelli immigrati si dispersero in varie direzioni.
Saidu entr nella Spagna vera e propria dopo tre settimane, in traghetto da Algeciras, e non cera bisogno di documenti. Sopravviveva facendo lelemosina nelle piazze, mettendosi in coda nelle mense per i poveri, e un paio di volte rub portafogli in zone affollate, buttando via documenti e carte di credito e tenendosi i soldi: quello, disse, era lunico crimine che aveva commesso. Attravers tutta la parte meridionale del paese fino al confine con il Portogallo, e prosegu per Lisbona, che era triste e fredda ma anche imponente. E fu solo dopo larrivo a Lisbona che smise di fare brutti sogni. Conobbe degli africani e lavor prima come assistente macellaio, poi come barbiere.
Furono i due anni pi lunghi della sua vita. Dormiva in un soggiorno con altri dieci africani. Cerano tre ragazze, e gli altri le prendevano a turno e le pagavano, mentre lui non le aveva mai toccate perch voleva mettere insieme abbastanza soldi per il passaporto e il biglietto. Se avesse aspettato un altro mese sarebbe costato cento euro in meno, ma non poteva aspettare. Avrebbe potuto risparmiare qualcosa atterrando allaeroporto di La Guardia, ma quando aveva chiesto alla ragazza alla biglietteria se era sicura che La Guardia fosse in America, lei lo aveva fissato e lui, scrollando il capo, aveva deciso di comprare il biglietto per Jfk, giusto per stare sul sicuro. Sul passaporto, che gli era stato procurato da un uomo del Mozambico, aveva insistito per usare il suo nome vero, Saidu Caspar Mohammed, ma si erano inventati una data di nascita perch Saidu non la sapeva. Il suo passaporto, come cittadino di Capo Verde, arriv un marted. Il venerd era sullaereo.
Il suo viaggio era finito al terminal quattro del Jfk. Alla dogana, lo portarono via. Sul tavolo tra lui e il funzionario, mi raccont Saidu, cerano le sue poche cose, soprattutto vestiti, e il certificato di nascita di sua madre. La borsa era stata etichettata. Dallaltra parte del divisorio si erano alzate delle voci. Il funzionario lo guard, guard gli appunti che il collega aveva preso, scroll il capo e si mise a scrivere. Poi entrarono due donne, sapevano di candeggina. Una era afroamericana. Lo tirarono su e gli misero un braccialetto di gomma intorno a entrambi i polsi. Gli faceva male, e quando si alz la donna afroamericana gli diede uno spintone. Aveva paura? Non aveva paura, no. Non aveva immaginato che ci sarebbe voluto tanto. Aveva sete, e dopo tutte quelle ore chiuso in aereo, voleva semplicemente stare allaria aperta, e sentire il profumo dellAmerica. Aveva fame e bisogno di lavarsi; voleva un lavoro, magari come barbiere allinizio, poi qualcosa di diverso. Forse sarebbe andato in Florida, perch quel nome gli era sempre piaciuto. Lo sospinsero altrove, come se fosse cieco, e mentre attraversava il divisorio e sbirciava nella stanza da cui si erano levate le voci, vide degli uomini in uniforme, qualcuno bianco e qualcuno nero, con la pistola nella fondina.
Mi hanno portato qui, prosegu, ed  stata la fine. Sono stato qui da allora. Sono uscito solo tre volte, per andare in tribunale. Lavvocato che mi hanno assegnato ha detto che avrei potuto avere una chance prima dell11 settembre. Ma va bene. Sto bene. Si mangia male, il cibo non sa di niente ma  abbondante. Una cosa che mi manca  il sapore dello stufato di arachidi. Lo conosci? Gli altri detenuti sono ok, tutti brava gente. Poi, abbassando la voce, Le guardie a volte sono severe. Qualche volta sono severe. Non ci puoi fare niente, impari a star lontano dai guai. Sono uno dei pi giovani qui, sai.
Poi, alzando leggermente la voce, Ci fanno fare ginnastica e c la tv satellitare. A volte guardiamo il calcio, altre il basket; quasi tutti preferiscono il calcio, il campionato italiano, quello inglese.
La guardia era tornata, e mi fiss tamburellando sullorologio. La visita era finita. Alzai la mano verso il plexiglass e Saidu fece lo stesso. Non voglio tornare da nessuna parte, disse. Voglio rimanere in questo paese; voglio stare in America e lavorare. Ho chiesto asilo politico, ma me lhanno rifiutato. Ora mi riporteranno al porto dingresso, Lisbona. Quando mi alzai rimase seduto e disse, Vieni a trovarmi, se non mi deportano.
Dissi che lavrei fatto, ma non fu cos.
Quel giorno, mentre tornavamo a Manhattan, raccontai la storia a Nadge. Forse si era innamorata dellimmagine di me stesso che presentavo in quella storia. Ero lascoltatore, lafricano compassionevole che prestava attenzione ai dettagli della vita e delle lotte di qualcun altro. Io stesso mi ero innamorato di quellidea.
In seguito, quando la nostra relazione termin, quel vecchio clich ci aveva schiacciati: ci eravamo allontanati. Lei aveva la sua lista di lamentele, ma sembravano cose da poco e non ci trovavo niente di sensato o che avesse a che fare con la mia vita. Eppure, nelle settimane successive, mi chiesi se mi era sfuggito qualcosa, quella parte del fallimento per cui avrei forse potuto ritenermi responsabile.
Allinizio di dicembre incontrai un haitiano nelle catacombe di Penn Station. Ero in una galleria con una lunga fila di negozi spalancati verso i pendolari e i binari della Long Island Rail Road. In una delle edicole avevo comprato una guida di Bruxelles, chiedendomi se fosse il caso di andarci durante le ferie. Non so perch quel pomeriggio mi fermai davanti a uno dei negozi di lustrascarpe. Ho sempre avuto un problema con i lustrascarpe, e anche nelle rare occasioni in cui avrei voluto farmi lucidare le scarpe, un certo spirito egualitario mi aveva trattenuto: mi sembrava assurdo salire su quei sedili alti e avere qualcuno inginocchiato davanti a me. Come mi ripetevo spesso, non era il tipo di relazione che volevo avere con una persona.
Ma in quelloccasione mi fermai a guardare nel negozio ben illuminato che, con i suoi specchi e i sedili imbottiti ricoperti di vinile, mi ricordava la bottega deserta di un barbiere. Un uomo di colore in et avanzata che fino a quel momento non avevo notato si alz, mi fece un cenno e disse, Venga, si accomodi, gliele faccio tornare come nuove. Scrollai in fretta il capo e alzai una mano per rifiutare, ma poi mi dispiaceva deluderlo ed entrai. Salii sul predellino e mi accomodai su uno dei buffi troni rossi in fondo al negozio. Cera odore di acqua ragia ed essenza di limone. Aveva i capelli ricci e bianchi, come le basette, e indossava un grembiule sporco, a righe bianche e blu. Non riuscivo a dargli unet: giovane non era ma sembrava molto arzillo. Lustrastivali, non lustrascarpe: il termine pi antiquato sembrava pi adatto a lui. Si rilassi, disse, questo nero torner nero come la notte. E, con quello strano senso di metamorfosi che si sperimenta svegliandosi da una siesta pomeridiana scoprendo che il sole  tramontato, mi accorsi di una debole traccia di accento francese caraibico nel suo baritono basso, limpido. Mi chiamo Pierre, disse. Dopo avermi fatto appoggiare i piedi su una coppia di supporti di ottone e sollevato il risvolto dei pantaloni, intinse uno straccio nella scatoletta di lucido che teneva in mano e cominci a passare il colore. Attraverso la pelle morbida sentivo la presa decisa delle sue dita.
Non ho sempre fatto il lustrastivali, sa.  un segno dei tempi che cambiano. Ho cominciato come parrucchiere, ed  quello che ho fatto per un sacco di anni in questa citt. Non lo si direbbe vedendomi, ma conoscevo tutte le mode dellepoca, e seguivo lo stile che le signore richiedevano. Sono venuto qui da Haiti, quando le cose si sono messe male, quando  stata uccisa tutta quella gente, bianchi, neri.  stato un massacro, le strade erano piene di cadaveri; mio cugino, il figlio della sorella di mia madre, e tutta la sua famiglia sono stati ammazzati, tutti. Abbiamo dovuto andarcene perch il futuro era incerto. Ci avrebbero presi di mira, quello era quasi sicuro, e chiss cosaltro avrebbe potuto succedere. La situazione stava peggiorando, e la moglie del signor Brard, che aveva dei parenti qui, ha detto, Basta cos, dobbiamo andare a New York.  cos che siamo arrivati qui, il signor Brard, la signora Brard, mia sorella Rosalie, io e molti altri. Rosalie era a servizio con me, nella stessa casa.
Pierre si interruppe. Un altro cliente, un uomo daffari stempiato che indossava un abito troppo aderente, entr nel negozio e dal nulla comparve un giovane dallaria imbronciata che si mise a pulirgli le scarpe. Luomo daffari era senza fiato. Pierre lanci unocchiata al suo collega, e gli disse, Devi chiamare Rahul per i turni della prossima settimana, io non ci sono domani e non posso farlo. Poi sfreg le mie scarpe con un panno asciutto e prese una spazzola lunga due spanne.
Ho imparato qui i segreti del mestiere di parrucchiere. Allora abitavamo su Mott Street, nella zona tra Mott e Hester. Un sacco di irlandesi in quel quartiere, poi, tempo dopo, gli italiani, e anche i neri, eravamo tutti a servizio. Le case erano pi grandi allora e molti avevano bisogno di domestici. S, certi lavoravano in condizioni terribili, disumane, daccordo. Ma dipendeva dalla famiglia che ti aveva assunto. Quando il signor Brard  mancato  stato come perdere un fratello. Lui non lavrebbe messa in questi termini, ovviamente, ma mi ha insegnato lui a leggere e a scrivere. Poteva essere freddo, a volte, ma aveva anche un cuore, e devo ringraziare Dio per avermi salvato dalle ingiustizie peggiori. Siamo venuti a sapere di come andavano male le cose, di quanta gente era stata giustiziata da Boukman e dal suo esercito e sapevamo di essere stati davvero fortunati a scamparla. Il terrore seminato da Bonaparte e il terrore seminato da Boukman: non faceva differenza per quelli che subivano.
Quando il signor Brard  morto avrei potuto andarmene, ma sono dovuto rimanere perch la signora Brard aveva bisogno di me. Loro erano in alto, noi in basso, ma in realt eravamo una grande famiglia, proprio come gli apostoli descrivono la famiglia di Ges, in cui ognuno ha un ruolo. La testa non  pi importante dei piedi, questa  la verit. Grazie allintercessione della signora Brard ho imparato larte delle acconciature, come le dicevo, e sono andato spesso nelle case e nei saloni di bellezza di donne illustri, troppe per riuscire a tenerne il conto, e venivo pagato bene per il mio lavoro. A volte mi spingevo fino a Broncks River, e nessuno mi ha mai dato problemi. In questo modo ho guadagnato abbastanza per comprare la libert di mia sorella Rosalie, che poco dopo si  sposata e ha avuto la benedizione di una figlia meravigliosa, a cui  stato dato il nome di Euphemia. Dopo qualche tempo ho racimolato soldi a sufficienza anche per riscattare la mia libert, ma ho preferito la libert allinterno di quella casa e di quella famiglia. Servire la signora Brard era come servire Dio. Lincontro in quegli anni con Juliette, la buonanima della mia adorata moglie, non mi ha fatto cambiare idea. Ero disposto ad aspettare. Capisco dalla sua espressione che per lei  difficile, che  difficile per i giovani come lei capire queste cose. Avevo quarantun anni quando la signora Brard  morta, e lho pianta come avevo fatto con suo marito, e solo allora sono andato incontro alla libert.
Da uomo libero ho sposato la mia Juliette, e nella nostra vita la grazia di Dio si  moltiplicata. Come me, era fuggita da Haiti durante i massacri: ho riscattato lei prima di riscattare me stesso. La nostra vita insieme qui a New York era difficile a volte, altre piena di doni, e grazie allintercessione della Vergine Maria abbiamo cercato di aiutare quelli che avevano meno di noi, in ogni modo possibile. Gli anni della febbre gialla sono stati i pi duri.  arrivata come la peste, e sono stati molti i morti in citt. Anche la mia adorata sorella Rosalie  rimasta vittima della malattia, e cos abbiamo preso in casa sua figlia Euphemia come se fosse nostra. Non sono un medico e non so niente di medicine, ma ci siamo presi cura dei sofferenti come meglio potevamo, in quegli anni. Quando il peggio  passato, Juliette e io abbiamo aperto una scuola per bambini neri a Saint Vincent de Paul, su Canal, dove adesso ci sono i cinesi. Molti di quei bambini erano orfani, e aiutandoli a imparare un mestiere il buon Signore ha migliorato la loro situazione, in modo che non fossero in debito con nessuno. Il Signore ha onorato il suo servo in questa missione, ha onorato entrambi, Juliette e me, e lonore pi grande  stato quello di arricchirci in modo che potessimo portare avanti la sua missione. Il denaro che abbiamo dato per fondare la cattedrale su Mulberry era solo del Signore, questa  la verit, ed  successo tutto per intercessione della Santa Vergine. Lui ha deciso, noi abbiamo solo contribuito a costruirla. Nella vita di un uomo non succede niente che non sia ordinato da lass.
Fuori, la temperatura era scesa, finalmente. Avvolsi meglio la sciarpa e camminai per due isolati fino alla Trentaquattresima, oltre la facciata in mattoni del monastero carmelitano. Il muro ininterrotto non lasciava scorgere alcun punto daccesso nelledificio. Le mie scarpe brillavano, ma il lucido rivelava solo che erano vecchie e andavano buttate, perch ora le grinze e i difetti nella pelle erano ancora pi visibili. Allangolo, le grosse lettere di uninsegna al neon illuminavano una tavola calda: SOSTIENI LE NOSTRE TRUPPE. Le prime due lettere di TRUPPE non si accendevano. Le strade erano piene di persone che facevano le compere natalizie, avvolte in mantelli neri bordati di pelliccia. Arrivando sulla Nona, vidi un capannello silenzioso vicino a una fila di alberi a un isolato pi a sud, sulla Trentatreesima, dove dei volantini contro la guerra sventolavano come uno stormo che allimprovviso si alza in volo. Avevo limpressione che fosse una folla che si stava disperdendo, che il culmine dellattivit fosse appena passato. Una barriera della polizia era rovesciata su un fianco.
Quel pomeriggio, quando il tempo divent elastico e le voci ritagliate dal passato sinsinuarono nel presente mentre io sgusciavo dentro e fuori da me stesso, il cuore della citt sembrava in preda a un trambusto daltri tempi. Temevo di finire coinvolto in qualcosa che mi ricordava i disordini di New York del 1863. Vedevo solo persone di sesso maschile che si affrettavano tra gli alberi spogli, aggirando la barriera della polizia capovolta accanto a me, e altri uomini in lontananza. Cera un tafferuglio duecento metri pi in l, anche in questo caso stranamente silenzioso, e un gruppo compatto di persone si apr rivelando due tizi furibondi che venivano separati. Quello che vidi subito dopo mi spavent: in lontananza, al di l della folla agitata, il corpo di un uomo linciato penzolava da un albero. Era una figura sottile, vestita di nero da capo a piedi, non rifletteva nessuna luce. Ma ben presto si rivel meno inquietante: era una copertura di tela nera, sullimpalcatura di un cantiere, che volteggiava nel vento.

6.

Che frequentassi lNms, la Nigerian Military School di Zaria, fu unidea di mio padre. Era unistituzione illustre, non favoriva i figli dei soldati allammissione, ed era famosa perch sfornava adolescenti disciplinati. Disciplina: quella parola aveva il potere di un mantra per i genitori nigeriani, e mio padre, che non aveva un passato militare e indubbiamente disprezzava la violenza formalizzata, ne era affascinato. Lidea era che, nel giro di sei anni, un bambino ribelle di dieci anni si sarebbe trasformato in un uomo, un uomo forte e freddo come il termine soldato suggeriva.
Non avevo nulla da obiettare. Il Kings College era pi prestigioso dal punto di vista accademico, ma sarei stato troppo vicino a casa, e quello non sarebbe stato un bene n per me n per la mia famiglia, e in ogni caso, andare fino a Zaria, nel Nord, prometteva parecchie libert. Devessere stato in luglio, nel 1986, che i miei genitori mi accompagnarono in macchina per la settimana di prova. Non ero mai stato nella Nigeria del Nord fino ad allora, e il paesaggio fatto di grandi distese desertiche, con piccoli alberi e cespugli secchi, avrebbe potuto essere in un altro continente tanto era diverso dal caos di Lagos. Ma faceva parte di un unico paese in cui soffiava la stessa polvere rossa, da Yorubaland fino al califfato di Hausa.
Il gruppo riunito per la settimana dei colloqui era formato da centocinquanta ragazzi. Venivano da tutto il paese, e quasi nessuno era mai stato via da casa, prima. Un giorno, mentre camminavo sullerba secca del cortile della scuola con altri due ragazzi, vidi un mamba nero. Il serpente ci guard per un attimo, poi scomparve veloce nel sottobosco. Uno dei miei compagni era cos terrorizzato che si mise a piangere. Giur che non sarebbe mai pi tornato lass e fin per andare in una scuola diurna di Ibadan, dove viveva la sua famiglia. Fu la soluzione migliore. Non sarebbe mai sopravvissuto a Zaria, dove i serpenti velenosi erano la minore delle nostre preoccupazioni.
Io fui ammesso, e mandai i dati per liscrizione. A settembre i miei genitori mi riportarono l. In quel secondo viaggio, seduto dietro, ricordo di aver dibattuto con me stesso sulla mia acritica lealt a mio padre e la crescente antipatia nei confronti di mia madre. Si erano pi o meno rappacificati dopo una rottura che mi era stata tenuta nascosta, ma io avevo continuato a covare rancore al posto di mio padre. Durante quel periodo di crisi mia madre era diventata fredda, spaventosamente fredda, non solo con mio padre ma praticamente con tutti quelli che la circondavano. Poi laveva superata e si era di nuovo interessata alla Nigeria, al paese che amava ma a cui non sarebbe mai appartenuta. Quando mio padre mor un paio di anni dopo, quel vago senso di ripicca che avevo sviluppato durante i loro litigi si trasform in qualcosa di pi duro anche se, per quel che riesco a ricordare ora, non ho mai incolpato mia madre della sua morte.
LNms fu un punto di svolta: gli orari, le privazioni, le amicizie che andavano e venivano e, soprattutto, le infinite lezioni sulla posizione occupata nella gerarchia. Eravamo tutti ragazzi, ma alcuni ragazzi erano gi uomini; avevano unautorit naturale, erano atletici, o intelligenti, o venivano da famiglie ricche. Una sola di queste cose non bastava, ma ben presto fu chiaro che non eravamo uguali. Era una vita nuova, strana.
A febbraio del terzo anno, a mio padre fu diagnosticata la tubercolosi, e in aprile mor. I nostri parenti, soprattutto quelli dalla sua parte, erano isterici, fin troppo presenti, ansiosi di aiutare e dimostrare il proprio dolore, ma a questo mia madre e io opponevamo stoicismo, lasciandoli spiazzati. Quello che non sapevano  che il nostro stoicismo non ci univa: mia madre e io ci parlavamo poco, i nostri sguardi erano pieni di stanze buie. Solo una volta interruppi quel silenzio. Dissi a mia madre che volevo vedere mio padre, non il corpo allobitorio. Le stavo chiedendo di riportarlo alla vita e a me, fingendo uninnocenza che, a quattordici anni, non avevo pi. Julius, mi disse, perch mi dici una cosa del genere? Quella palese finzione le sembrava una crudelt, e le spezzava doppiamente il cuore.
Il nome Julius mi legava a un altro luogo ed era, con il passaporto e il colore della pelle, uno degli elementi che amplificava la mia sensazione di essere diverso, emarginato in Nigeria. Avevo un secondo nome yoruba, Olatubosun, che non usavo mai. Mi sorprendeva un poco ogni volta che lo vedevo sul mio passaporto o sul certificato di nascita, come se fosse una propriet altrui che io conservavo da tempo. Essere Julius nella vita di tutti i giorni confermava la sensazione di non sentirmi del tutto nigeriano. Non so che cosa mio padre sperasse quando mi aveva dato il nome di sua moglie; lei doveva aver detestato quellidea, come detestava tutto quello che sembrava vagamente sentimentale. Anche il suo nome doveva essere stato copiato da qualche parente, una nonna forse, o una zia distante, una Julianna dimenticata, o una Julia o Julietta sconosciute. A poco pi di ventanni si era divincolata dalla Germania ed era fuggita negli Stati Uniti; Julianna Mller divent Julianne Miller.
Nei suoi capelli di un giallo brillante erano comparse tracce di grigio gi prima di quellaprile in cui mio padre mor. Aveva preso labitudine di portare il foulard, leggermente tirato indietro in modo che la fronte lucida e un paio di centimetri di capelli fossero ben visibili.
Indossava il foulard il giorno in cui decise di portarmi nel suo passato. Quel pomeriggio non cera nessuno dei nostri numerosi aiutanti, nessuna delle zie e degli amici che ci preparavano da mangiare e si prendevano cura della casa. Eravamo in soggiorno, noi due soli. Stavo leggendo un libro quando venne a sedersi e cominci a parlare della Germania con aria distratta, posata. Ricordo che la sua voce aveva il tono di chi prosegue una storia, come se, dopo uninterruzione, stesse semplicemente riprendendo il filo di un discorso. Quando disse Julianna e Julia, senza nessuna concessione alla pronuncia inglese, allimprovviso mi parve ancora pi estranea. In quel momento sentii che la rabbia mi abbandonava, e vidi quella donna con i capelli ingrigiti e gli occhi grigio-azzurri, e una voce lontana che, non potendo parlare della morte che ci aveva appena dilaniato, aveva incominciato a descrivere eventi del passato.
Non avevo nulla con cui sostituire la rabbia che mi stava lasciando, n provavo qualcosa per le storie che mia madre mi raccontava o per la nostalgia che nascondevano. Faticavo a concentrarmi. Mia madre mi parlava di Magdeburgo, della sua giovinezza, di cose di cui avevo solo una vaga idea e su cui lei ora cercava fra mille esitazioni di gettare un po di luce. Siccome non prestavo attenzione, molti dei dettagli mi sfuggivano. Ero distratto perch ero imbarazzato? O era solo la sorpresa per quellimprovviso desiderio di svelarmi il passato? Parlando, sorrideva per un istante rievocando un ricordo, si incupiva per un altro. Parl della raccolta dei mirtilli, di un pianoforte verticale che si rifiutava di rimanere accordato. Ma, finito lidillio, divent una storia di sofferenza: sofferenza degli anni dinfanzia, quando non cerano soldi n un padre. Suo padre non sarebbe tornato a casa dalla guerra fino ai primi anni Cinquanta, e quando i sovietici finalmente lo liberarono era un uomo distrutto, estraniato. Visse altri dieci anni. Ma la storia di mia madre parlava di una ferita pi profonda e, durante la narrazione, la sua sicurezza aumentava, e ora che ci penso, si rivolgeva non tanto alladolescente che aveva davanti, quanto a un confessore immaginario.
Era nata a Berlino pochi giorni dopo che i russi avevano invaso la citt, allinizio del maggio 1945. Ovviamente non aveva memoria dei mesi successivi. Non poteva ricordare lindigenza assoluta, i giorni passati a mendicare e vagare con sua madre tra le macerie di Brandeburgo e della Sassonia. Ma aveva conservato il ricordo di essere stata conscia di quel periodo: non della sofferenza in s, ma della consapevolezza della situazione in cui era nata. Alla povert di Magdeburgo, quando finalmente ci erano ritornate, si erano aggiunti gli orrori che ciascun parente, vicino e amico aveva vissuto durante la guerra. La regola era evitare di parlarne: nulla si poteva dire dei bombardamenti, degli omicidi e dei continui tradimenti, nulla di coloro che vi avevano partecipato con entusiasmo. Fu solo anni dopo, quando avevo cominciato a interessarmi di queste cose per conto mio, che arrivai a supporre che la mia oma, mentre era in gravidanza avanzata, era stata una delle tante donne violentate dagli uomini dellArmata Rossa quellanno a Berlino e che quellatrocit era stata cos diffusa e capillare che non avrebbe potuto evitarla.
Era impensabile che mia nonna e mia madre ne avessero parlato, ma mia madre avrebbe potuto saperlo o intuirlo. Era nata in un mondo terribilmente crudele, un mondo in cui nulla era sacro. Era naturale, decenni dopo, perdere il proprio marito e trasferire il lutto della vedovanza in quella sofferenza originaria, trasformando i due dolori in un continuum. Ascoltavo solo in parte, mi imbarazzava vedere mia madre tremante ed emozionata. Non capivo perch mi stesse raccontando della sua infanzia, di pianoforti e mirtilli. Anni dopo che avevamo smesso di parlarci, cercai di immaginare i dettagli di quella vita. Era un mondo di persone, esperienze, sensazioni e desideri ormai scomparsi, un mondo di cui, stranamente, ero linconsapevole continuazione.
A quanto ricordo, quel giorno a casa fu lultima volta in cui mia madre e io avemmo qualcosa che si avvicinava a una conversazione intima. Quel pomeriggio era tempo sottratto al tempo. Dopo, il silenzio ci avvolse di nuovo, un silenzio pi facile, che ci permise di vivere il nostro dolore. Ma poi torn a essere un silenzio pesante, e con i mesi si trasform in una rottura che non si risolse mai.
Dopo il funerale di mio padre, ero impaziente di tornare a scuola. Non recitai la parte dellorfano smarrito, non mi interessava. Un numero sorprendente di miei compagni ci era gi passato, avevano perso i genitori per malattie o incidenti. Un buon amico aveva perso suo padre durante le esecuzioni che erano seguite al colpo di stato militare fallito nel 1976. Non parlava mai di quellevento, ma lo esibiva come una sorta di marchio donore. Quellanno avevo bisogno di un senso di appartenenza e, paradossalmente, perdere mio padre mi aiut. Mi buttai a capofitto negli addestramenti militari, nelle lezioni, negli allenamenti, nei compiti e nellattivit manuale (tagliare lerba con il falcetto o dare una mano nelle coltivazioni di mais della scuola). Non che mi piacesse il lavoro fisico in s, anzi, ma ci trovavo qualcosa di vero, qualcosa di me stesso. Poi quellatmosfera seria, in cui acquisivo virt virili, fu interrotta da un incidente che sembrava inutilmente tragico a quel tempo, ma che divent comico con il passare degli anni.
Era cominciato tutto nella sala mensa un giorno dopo pranzo, quando fu ora di ritirarsi per la siesta. Come sempre, ero tornato al dormitorio. Mi aspettavano le due ore di quiete pomeridiana, a cui mi ero abituato. Il primo anno ero molto irrequieto per tutto il tempo, non capivo chi potesse aver voglia di dormire di pomeriggio, ma al terzo anno quelle due ore erano diventate una piacevole pausa nel caos delle giornate di scuola. Dormivamo nei letti a castello, senza zanzariere. I pi piccoli, che chiacchieravano o si rifiutavano di dormire, venivano puniti secondo le regole, e un ragazzo convinto che la siesta fosse ideale per masturbarsi fu subito messo in riga dal bastone del capo dormitorio. Tutti impararono a dormire quando scattava lordine di dormire. Ma quel pomeriggio delle grida mi svegliarono molto prima che le due ore fossero passate. Una voce urlava il mio nome. Saltai gi dal letto. La persona che mi stava chiamando era Musibau, un sergente maggiore di seconda classe. Era il nostro insegnante di musica, e aveva un alloggio privato tra i dormitori.
Mi prese per il colletto e mi trascin in mezzo alla grande sala. Era accecato da una rabbia che faticavo a capire. Non mi veniva in mente niente: per quanto ricordavo, era stata una settimana qualunque. Si era formato un capannello. Musibau era un uomo minuto: quasi tutti i ragazzi pi grandi erano pi alti di lui e io, a quattordici anni, gli assomigliavo per altezza e corporatura. Era famoso per le sue sfuriate e alle spalle lo chiamavamo Hitler. Perch era finito a insegnare musica a dei ragazzini? A un certo punto doveva aver servito nella banda dellesercito, la Nigerian Army Band Corps. Ell King, diceva, gli mangia in testa a Franz Schubert. Nelle sue classi non si ascoltava mai musica n si imparavano a suonare degli strumenti, la nostra educazione musicale si basava prevalentemente sulla memorizzazione di fatti: la data di nascita di Hndel, la data di nascita di Bach, i titoli dei lieder di Schubert, le note della scala cromatica. Oltre a una vaga idea delle risposte corrette da dare agli esami, nessuno di noi sapeva cosa fosse veramente una scala cromatica o che suoni producesse.
Maledetto civile, disse. Mi hai rubato il giornale, verme bugiardo. Qualcuno inspir rumorosamente quando il palmo aperto di Musibau mi colp la nuca. Rimasi in silenzio, confuso. Parecchie decine di occhi osservavano ogni mia mossa, e solo allora fui travolto dal terrore. Ma quando Musibau sibil di aver saputo, di essere stato informato, che gli avevo rubato il giornale dalla sala mensa, la pressione che mi schiacciava il petto si allent. Era un semplice caso di errore di persona.
Proprio allora arriv il capo dormitorio, fresco fresco di una perquisizione alle mie poche cose, con il giornale in mano. Laveva trovato vicino alla mia borsa, sotto il mio letto. Non era una trappola: ce lavevo messo io. Gli avevo dato unocchiata e, non avendo trovato nulla di interessante, lavevo buttato sotto il letto. Sotto i riflettori di un interrogatorio, con il colletto che mi sfregava dolorosamente il collo nella presa salda di Musibau, e con una improvvisa sensazione di isolamento, mi resi finalmente conto che quel presunto furto era associato alle mie azioni.
Quel pomeriggio dopo pranzo avevo visto una copia del Daily Concord su una panca, e me lero portato al dormitorio. Ecco dovera lerrore. Non avevo la coscienza pulita e cominciai a implorare e a spiegare, finch un altro ceffone non mi zitt.
Musibau mi fece fare il giro dei dormitori con le mani bloccate dietro la schiena e in ognuno il capo dormitorio ripet le accuse e Musibau, che con la mano mi stringeva ancora il colletto come un artiglio, ricominci il suo sermone: ladro, verme, giornale, maledetto civile. I ragazzi pi grandi scherzavano e ridacchiavano, i piccoli erano pi seri ma ugualmente rapiti. Ecco cosa succede ai ricchi ladruncoli, disse Musibau, mentre la sua rabbia formava uno schema, questi sono i piccoli vermi pasciuti che si stanno mangiando il nostro paese, li avete sotto gli occhi. Mi fece fare il giro dei sei edifici, sempre con le mani bloccate e le gambe che stavano per cedere, e alla fine ogni ragazzo della scuola mi conosceva come il ladruncolo. Ma di sicuro anche loro vedevano il rancore di Musibau: un tenente era alla guida del dipartimento di arte, un colonnello comandava la scuola, un gruppo di generali governava il paese. In quella gerarchia Musibau era al tempo stesso protetto e completamente smarrito. Non era pi giovane: probabilmente sarebbe morto come sergente maggiore di seconda classe. Mi guard: un nigeriano a met, uno straniero, e quello che vide furono lezioni di nuoto, vacanze estive a Londra, domestici. La sua rabbia nasceva da l, ma limmaginazione lo ingannava.
Quando quel tormento termin nel pomeriggio, tornai al dormitorio. Indossai ununiforme pulita, lucidai gli stivali, raddrizzai il berretto e mi preparai per lo studio serale. Il mattino dopo, mentre seguivo la lezione di disegno tecnico, Musibau ricomparve. Ebbe un breve scambio con il mio insegnante, poi mi invit davanti alla classe. Rimase in silenzio per un attimo davanti ai ragazzi, poi ripet la sua litania, questa volta ridotta a una dichiarazione minimalista di accuse: questo ragazzo  un ladro, ha rubato un giornale, un giornale che apparteneva di diritto a un membro dello staff.  una vergogna per la Repubblica federale della Nigeria e per la nostra scuola militare. Non ha pensato alle conseguenze e ora verr punito.
Musibau mi ordin con un cenno di slacciare il gancio laterale dei miei calzoncini. Li abbassai e mi chinai appoggiandomi alla lavagna. Inizi a prendermi a scudisciate. Sudava per lo sforzo, e mi colpiva con metodo. Trasalii ma trattenni le lacrime mentre, rapide e nette, si aprivano le piaghe. Avevo pensato che si sarebbe fermato a sei, invece si interruppe un istante e poi continu, fino a dodici. I miei compagni rimasero in silenzio. Mi trovavano simpatico, ed erano sinceramente dispiaciuti per me. Mi tirai su i calzoncini. Facevo fatica a stare seduto, mi bruciava tutto il corpo. Linsegnante di disegno tecnico prosegu la lezione senza commentare.
Quando tornai a casa alla fine del semestre, non raccontai niente di quellepisodio a mia madre. Se non mi fossi costretto a riprendere la normale vita scolastica forse sarei crollato. Imparai a non prendermela quando i ragazzi pi grandi mi chiamavano Daily Concord. I pi piccoli non osavano dirmi niente in faccia. Riacquistai un certo rispetto, anzi, la mia performance sotto le scudisciate divenne quasi leggendaria. In alcune narrazioni erano ventiquattro colpi sulla schiena, in altre il sangue scorreva copioso e avevo detto a Musibau di impiccarsi. Diventai famoso per il mio coraggio e, forse per una coincidenza, cominciai ad andare meglio nello studio. Al quarto anno avevo raggiunto una certa popolarit con le ragazze di altre scuole, e sviluppato una notevole fiducia in me stesso unita a una buona dose di insensibilit. Allultimo anno di Nms fui nominato capo infermeria. Alcuni dei miei compagni erano convinti che, se non fosse stato per lincidente con Musibau, sarei diventato capoclasse.
Il termine della scuola coincise con la fine della mia permanenza in Nigeria. Mia madre sapeva che avevo fatto il Sat, lesame per lammissione nei college americani, ma non le avevo detto niente delle domande che avevo mandato in vari college; una casella postale contribu a perfezionare il mio piano segreto. Usai i pochi soldi che avevo risparmiato per le spese di inoltro domanda. Non ebbi fortuna con il Brooklyn College, con Haveford e Bard (nomi che avevo scelto da un volume consunto alla biblioteca dello United States Information Service di Lagos). Macalester mi avrebbe accettato ma senza nessun aiuto economico, mentre Maxwell mi offriva una borsa di studio completa. La mia via era tracciata. Con i soldi che mi prestarono gli zii comprai un biglietto per New York, per ricominciare da zero nel nuovo paese, del tutto a modo mio.

7.

Linverno avanzava senza diventare sensibilmente pi freddo. Alla fine avevo deciso di passare a Bruxelles tutte le ferie, poco pi di tre settimane. I giorni che avevo accumulato erano troppi per considerare lopzione di un albergo o persino di un ostello, quindi mi misi a cercare in internet e trovai un affitto temporaneo in una zona centrale. Da quello che si vedeva dalle foto, lappartamento era essenziale, quasi spartano, ideale per il mio scopo. Scambiai qualche e-mail con una donna di nome Mayken e, una volta risolta la questione dellalloggio, acquistai un biglietto per partire il fine settimana successivo.
In aereo, ero accanto a una donna anziana. Era pi vecchia di mia madre, ma forse non abbastanza da poter essere mia nonna. Avevamo preso posto in silenzio e la sua voce, quando mi raggiunse per la prima volta, usciva dalloscurit. Avevo gli occhi chiusi; ero sollevato allidea che quella lunga giornata di preparativi fosse terminata, perch il giorno prima avevo lavorato fino a notte fonda. Annebbiato dalla stanchezza, avevo preparato le borse, preso la metro fino al Kennedy Airport, affrontato il caos delle folle di vacanzieri, e trattenuto la rabbia di fronte allinetto personale allimbarco del terminal tre. Subito dopo essermi seduto in aereo, mi ero lasciato sprofondare nel sedile, pronto per un sonnellino gi prima che gli altri passeggeri avessero infilato i bagagli in cabina o preso posto.
Di solito ero curioso della persona seduta accanto a me, una curiosit che veniva quasi sempre delusa. Ben presto non vedevo lora di smetterla con i convenevoli e di ritornare al libro che stavo leggendo dopo aver accertato lassenza di interessi comuni. In questo caso, invece, ero gi addormentato quando arriv la mia vicina di posto. Avevo messo la mascherina e fu solo quando eravamo in volo che, sentendo il tintinnio del carrello dei pasti, mi risvegliai e la tolsi. Non aprii gli occhi subito: stavo cercando di decidere se interrompere o meno il sonnellino per del cibo da aeroplano, ed ero sospeso nellincertezza. Fu allora che sentii quella voce, la voce pacata di una donna anziana. Invidio la gente come lei, disse. Vorrei essere il tipo di persona che riesce ad addormentarsi in qualsiasi situazione.
Quando aprii gli occhi mi trovai davanti una testa di capelli grigi, cos sottili che era come se la sostanza stessa, e non soltanto il colore, stesse svanendo. Il viso sotto quella fragile corona era sottile e rugoso, la pelle ricoperta di chiazze quasi invisibili. Ma la bocca e gli zigomi erano tonici, la fronte prominente, lo sguardo penetrante. Sicuramente, per quasi tutta la vita, era stata una bellissima donna. Mentre mettevo via la mascherina, mi colse alla sprovvista facendomi locchiolino e io contraccambiai con un sorriso. Era vestita in modo semplice, con un maglione di lana beige, pantaloni scozzesi e mocassini marroni. Portava una doppia fila di perle minuscole, e orecchini in pendant. Il libro che aveva in grembo, tenendo il segno con lindice, era Lanno del pensiero magico di Joan Didion. Non lavevo letto, ma sapevo che era un memoir in cui lautrice cercava di venire a patti con la perdita improvvisa del marito. La dottoressa Maillotte (in verit mi rivel il suo nome pi di unora dopo) portava la fede.
Di solito faccio molta fatica a dormire in ambienti rumorosi, dissi, quindi posso ammettere di invidiare anchio chi non ha problemi. Si anim e disse, Be, qualche volta  una necessit assoluta. A ogni modo, preferisce linglese o il francese? Mi ricordai che gli annunci sullinterfono erano gi in tre lingue mentre sorvolavamo Long Island; le dissi che il mio francese era scarso. Mi chiese da dove venivo. Oh Nigeria, disse, Nigeria, Nigeria. Be, conosco molti nigeriani, e devo proprio dirglielo, molti sono arroganti. Ero colpito dal suo modo di parlare, la schiettezza priva di rimorsi, il rischio di respingere la persona con cui stava parlando. Probabilmente aveva raggiunto unet in cui aveva smesso di preoccuparsi di cosa pensano gli altri. Quelle maniere dirette potevano di certo essere prese nel modo sbagliato se venivano da una persona pi giovane, ma non cera nessun rischio in questo caso.
I ghanesi, invece, prosegu la dottoressa Maillotte, sono molto pi calmi, ed  pi facile lavorare con loro. Non hanno una concezione cos grandiosa del loro posto al mondo. Be, immagino sia vero, dissi, siamo un po aggressivi, ma penso che il motivo sia che ci piace arrivare primi, far sentire la nostra presenza. Ci consideriamo i giapponesi dAfrica, ma senza labilit tecnologica. Rise. Ritir il libro e, quando il carrello arriv, entrambi scegliemmo il menu di pesce  salmone, patate e pane scaldati al microonde  e mangiammo in silenzio. Dopodich le chiesi cosa faceva. Sono un chirurgo, disse, ora in pensione, ma ho fatto chirurgia gastrointestinale a Philadelphia per quarantacinque anni. Le raccontai della mia specializzazione, e lei mi fece il nome di uno psichiatra. Be, una volta era l, magari adesso non c pi. Daltronde  passato cos tanto tempo Lei ha mai fatto dei turni allHarlem Hospital? Scrollai il capo e le dissi che avevo studiato medicina fuori dallo stato. Gliene parlavo solo perch ci sono andata di recente, sono in pensione ma volevo partecipare a un programma di volontariato, quindi sono stata ad Harlem. Sono stata un po ingiusta, prima, aggiunse. Avrei dovuto dire che i medici nigeriani sono fantastici. Oh, non si preoccupi, le dissi. Ho sentito di peggio. Ma, mi dica, non ci sono molti medici americani allospedale di Harlem, vero? Oh, qualcuno, ma in effetti ci sono un sacco di africani, indiani, filippini, ed  davvero un bellambiente. Quelli che si sono laureati allestero spesso hanno avuto una formazione migliore di chi ha studiato in America; in primo luogo hanno incredibili capacit diagnostiche, di solito.
Sceglieva con cura le parole e il suo accento era solo vagamente europeo. Mi disse che si era specializzata a Louvain. Ma devi essere cattolico per insegnare l, disse con una risatina. Non  facile per unatea come me. Sempre stata e sempre lo sar. E in ogni caso  meglio dellUniversit libre de Bruxelles, dove non puoi fare carriera se non sei un massone. Dico sul serio:  stata fondata dai massoni, ed  ancora una sorta di mafia massonica. Ma Bruxelles mi piace,  ancora casa dopo tutti questi anni. Ha i suoi vantaggi: per prima cosa la gente non bada al colore della pelle come in America. Ci passo tre mesi allanno da quando sono andata in pensione. Ho un appartamento, certo, ma preferisco stare dai miei amici. Hanno una grande casa, nella zona sud della citt, a Uccle. Dove pernotter lei? Ah s, non  lontano da dove sto io, basta andare a sud da Parc Lopold e si arriva al mio quartiere. Se avesse una cartina glielo farei vedere.
Poi, come se parlare di Bruxelles avesse aperto pian piano una porta della sua memoria, disse: Il Belgio  stato stupido durante la guerra. La seconda, non la prima, sono nata troppo tardi per la prima guerra mondiale. Quella  stata la guerra di mio padre. Ma ero quasi adolescente durante la seconda, e quei maledetti tedeschi, me li ricordo quando sono entrati in citt. Ma la colpa  di Leopoldo III, ha stretto le alleanze sbagliate, o meglio si  rifiutato di stringere alleanze, pensava fosse facile difendere il paese. Era un vecchio idiota. Da Anversa a Maastricht cera un canale, sa, e una serie di fortificazioni in cemento, e avrebbe dovuto essere una linea di difesa perfetta. Lidea era che lacqua avrebbe costituito un ostacolo troppo difficile da superare per un esercito numeroso. Ovviamente i tedeschi avevano aerei e par! Ci vollero solo diciotto giorni: i nazisti marciarono in citt e ci rimasero, come parassiti. Il giorno in cui se ne andarono, quando la guerra fin per il Belgio, fu il giorno pi bello della mia vita. Avevo quindici anni e me lo ricordo perfettamente, non lo dimenticher mai e mai sar pi felice di allora. A quel punto si interruppe, allung la mano e disse: Forse  il caso che mi presenti. Annette Maillotte.
Poi prosegu, immergendosi sempre di pi, o perlomeno cos mi pareva, nei suoi ricordi, raccontandomi di quando era ragazzina, di come era stata dura durante la guerra e di come Leopoldo III aveva negoziato con Hitler per migliorare i razionamenti, la devastazione delle campagne, punteggiate di poveracci che andavano di casa in casa a chiedere un po di cibo e un giaciglio, la sua decisione di fare medicina e la specializzazione in chirurgia, una scelta insolita per una donna, a quellepoca. A volte mentre parlava mi sembrava di vedere ancora quella ragazza risoluta.
Deve aver avuto molta determinazione, dissi. Be no, non la vedrei cos, disse lei, semplicemente capisci cosa fare e lo fai. Non mi sono mai fermata a pensare che ero stata brava, quindi non direi determinata. Annuii. Ascoltandola, mi parve che il fatto oggettivo della sua et  se aveva quindici anni quando la guerra era finita, era del 1929  fosse indirettamente proporzionale alla sua vitalit mentale e fisica. In quel momento, le hostess vennero a ritirare i vassoi, e la dottoressa Maillotte riapr il suo libro. Spensi la luce sopra il mio sedile e, chiudendo gli occhi, immaginai il gelido atlantico che nella notte sfrecciava sotto di noi.
Pur essendo stanco, riuscii a dormire solo a sprazzi, e mi svegliai poche ore dopo con il collo dolorante. Anche la dottoressa Maillotte doveva aver dormito un po, ma quando mi svegliai stava di nuovo leggendo. Le chiesi comera il libro.  bello, rispose annuendo, e ricominci a leggere. Le dissi che dovevo andare in bagno, scusandomi per il disturbo. Si alz e rimase in piedi nel corridoio fino al mio ritorno. Devo mantenere attiva la circolazione, disse,  importante, soprattutto alla mia et. Quando riprendemmo posto mi chiese: Conosce Heliopolis?  in Egitto, appena fuori dal Cairo. Helio-Polis, vuol dire la citt del sole. Be, le ho detto che di solito sono ospite di un amico a Bruxelles. Si chiama Grgoire Empain, e siamo amici fin da quando eravamo giovani, avremo avuto ventanni, e fu suo nonno a costruire Heliopolis.
Se avesse la possibilit di andarci ne approfitti.  un posto fantastico. douard Empain, o barone Empain come veniva chiamato, era lingegnere che disegn e realizz il progetto nel 1907. Era davvero una capitale grandiosa allepoca, con ampi viali, enormi giardini. C un edificio che si chiama Qasr al-Baron, il palazzo del barone, che si ispirava ad Angkor Wat in Cambogia, e anche a un tempio ind, uno in particolare, di cui non ricordo il nome. E sa, adesso  uno dei sobborghi pi importanti del Cairo, anzi, ora  allinterno dei confini della citt. Il presidente dellEgitto abita l. Ma gli Empain hanno un contenzioso con il governo adesso, perch parte di Heliopolis appartiene a loro, e stanno cercando di riprendersela o almeno di essere ricompensati. La famiglia  ancora ricca, in ogni caso, una delle pi ricche in Belgio. Il barone Empain era un grande industriale  non progett solo Heliopolis, ma anche la metropolitana di Parigi, visto che i belgi non gli permettevano di costruirne una a Bruxelles  e anche suo figlio era un industriale. Il nipote, il mio amico Grgoire,  un uomo discreto, non gli piace stare sotto i riflettori. Ma Grgoire ha un fratello, Jean, e lui  tutta unaltra storia.
Un tempo adoravo lo sci, come mio marito e tutti i nostri figli, andavamo sul Monte Bianco con Grgoire, Jean, e le loro sorelle, tutti a sciare a Chamonix, a Megve. Non Negev come in Israele, ma Megve, vicino alla catena del Monte Bianco nelle Alpi svizzere. L gli Empain avevano un grande chalet, e ci passavano un sacco di persone, gente come Jean-Claude Aaron, Edmond de Rothschild dei Rothschild francesi. E mi diverte sempre quando ci ripenso, ma una volta  arrivata la regina di Svezia, e la poveretta  venuta con il marito, sa, non penso che si rendesse conto che era una checca totale. Era evidente a tutti, ma lei non se ne accorgeva, e cos continuavano a stare insieme. Comunque andavamo l non perch ci fossero quelle persone, ma perch si sciava bene. E ogni tanto avevo bisogno di scappare dallAmerica, quel paese terribile, ipocrita, quel paese bigotto. A volte non lo sopporto proprio. Sa cosa intendo, vero?
Ma lasci che le racconti del fratello di Grgoire, Jean. Non  un tipo tranquillo come Grgoire, anzi,  lopposto: gli piace fare affari, frequentare il jet set.  lui che ha ereditato il titolo.  il barone Empain ormai, e gli piacciono macchine da corsa, famiglie reali, amici miliardari. Ma il poveretto  finito su tutti i giornali verso la fine degli anni Settanta. Penso che fosse il 1978 quando fu rapito e tenuto prigioniero per due mesi. I rapitori, francesi, chiedevano un riscatto di otto o nove milioni di dollari, una cifra astronomica, ma non impossibile per gli Empain. La famiglia era pronta a pagare. Ma cerano stati molti rapimenti in quel decennio, e il governo francese aveva adottato una severa politica contro i negoziati e il pagamento del riscatto. Cos i rapitori, penso che uno di loro si chiamasse Duchteau  strano che me lo ricordi ancora, ma deve capire che seguivamo quella vicenda giorno per giorno sui giornali, con grande apprensione , Duchteau e i suoi compagni dissero: Il denaro dona la libert. Cio,  assurdo, sembrano filosofi ma dicevano sul serio, e visto che i soldi non arrivavano, tagliarono a Jean un mignolo, lo misero in una busta e lo spedirono alla moglie. Glielo tagliarono con un coltello da cucina, senza anestetico, e minacciarono di amputare un dito al giorno se il riscatto non veniva pagato. Per fortuna, quando i negoziatori si rifiutarono di cedere, i rapitori non misero in pratica le loro minacce. Alla fine, la polizia fece unimboscata, uccise uno dei rapitori, cattur gli altri due e Jean venne liberato.
Mi creda, furono due mesi dinferno per la famiglia. E Duchteau, il rapitore, aveva scritto da qualche parte: Questi sono semplici foglietti di carta, ma significano tutto, i soldi portano la libert. Ora Jean ha un moncherino al posto del mignolo, ma la cosa peggiore, mi ha detto una volta, non  stata lamputazione ma il freddo. Ha avuto un freddo terribile in quei due mesi, lo hanno fatto dormire in una stanza non riscaldata, in una tenda e senza luce, in modo che non potesse riconoscere i suoi aguzzini. Freddo e buio, e tutto per quei semplici foglietti di carta strano, no?
Era mattina. Avevamo un banco di nuvole sopra e uno sotto, e lEuropa era vicina. Chiesi alla dottoressa Maillotte di raccontarmi qualcosa di pi sui suoi figli. Sono tutti medici, mi disse, tutti e tre come mio marito e me. Penso che sia quello che volevano, ma chi pu dirlo? Il pi grande, be, aveva trentasei anni quando  morto, lanno scorso. Aveva appena finito la specializzazione in radiologia. Cancro al fegato, e un peggioramento rapido.  una cosa impossibile da reggere, la morte di un figlio. Era sposato, e aveva una bambina di tre anni. Era impossibile e lo  ancora. Gli altri due, uno  in California e laltro a New York. Sono i pi piccoli. E mio marito  con me a Philadelphia, be, appena fuori, e fa il cardiologo; e anche lui  appena andato in pensione.
Il silenzio cadde tra noi. E lei, mi disse, come mai Bruxelles?  un posto strano per passarci le vacanze in inverno, no? Sorrisi. Cozumel era la seconda opzione, risposi, ma le immersioni non sono il mio forte. Be, disse, ecco il telefono di Grgoire.  gente simpatica, che non si d arie. Sar l per sei, forse otto settimane. Dovrebbe venire a cena. La ringraziai per linvito e le dissi che ci avrei provato. E mentre guardavo il numero che aveva scritto, pensai alla metropolitana di Parigi, simbolo di ottimismo e progresso, e alla citt di Heliopolis, nellantico Egitto, prima che il barone Empain costruisse la sua versione moderna, e ai mezzi sotterranei, a noi, milioni di persone che si muovono sotto le citt, abitanti di unepoca in cui, per la prima volta, percorrere grandi distanze sottoterra  diventato normale. Pensai anche al numero infinito dei morti in citt dimenticate, necropoli, catacombe. Il pilota annunci limminente atterraggio in inglese, francese e fiammingo, e mentre bucavamo il banco di nuvole, vidi la citt allargarsi nella distesa piatta del paesaggio.

8.

Mayken, la proprietaria dellappartamento di Bruxelles, si era offerta di venire a prendermi in aeroporto per quindici euro in pi. Laltra opzione, mi aveva detto al telefono, era prendere un taxi per trentacinque euro o usare i trasporti pubblici e rischiare di essere derubato. Cos, quando arrivai di notte, mi aspettava con un foglio su cui era scritto il mio nome. I capelli decolorati le stavano in testa come zucchero filato giallo che sembrava pronto a volare via alla prima raffica di vento. Salutai la dottoressa Maillotte e avanzai verso Mayken sventolando la mano finch non mi vide. Era sui cinquanta, cordiale ma con un modo di fare sbrigativo, quasi manageriale, che quando pi tardi mi fece rileggere i documenti per laffitto temporaneo  pagine e pagine di inutili dettagli legali  divent, insieme alla sua chioma gonfia, lunica parte evidente della sua personalit.
In origine, mi spieg mentre uscivamo dallaeroporto, Bruxelles era sia fiamminga sia vallona. Ovviamente non  pi cos, prosegu, ora  al novantacinque per cento vallona e francese, allun per cento fiamminga, e al quattro per cento composta da arabi e africani. Ridacchi, poi aggiunse in fretta: sono numeri veri. E i francesi sono pigri, detestano lavorare e invidiano i fiamminghi. Glielo dico subito, tanto lo verrebbe a sapere prima o poi.
Guardai fuori dal finestrino e con la mente cominciai a vagare in quel paesaggio, rievocando la mia conversazione notturna con la dottoressa Maillotte. La vidi a quindici anni, nel settembre 1944, seduta su un bastione nel sole di Bruxelles, al settimo cielo subito dopo la ritirata degli invasori. Vidi Junichiro Saito lo stesso giorno, a trentuno o trentadue anni, infelice, nel campo dinternamento, in una stanza spoglia di un complesso recintato nellIdaho, lontano dai suoi libri. L fuori quel giorno cerano tutti e quattro i miei nonni, i nigeriani e i tedeschi. Tre se ne erano andati ormai per certo. Ma che ne era della quarta, la mia oma? Li vedevo tutti, anche quelli che non avevo mai visto nella vita reale, li vidi tutti in quel giorno di met settembre, sessantadue anni fa, con gli occhi aperti come se fossero chiusi, per fortuna del tutto ciechi al brutale mezzo secolo che sarebbe seguito, semiciechi a tutto quello che stava succedendo nel loro mondo, ai cadaveri che riempivano le citt, i campi di concentramento, le spiagge, le campagne, allindicibile caos mondiale di quel preciso istante.
Linglese di Mayken aveva una leggera inflessione dovuta alle tremolanti vocali olandesi. Guardai fuori da entrambi i lati dellauto che sfrecciava, e ricordai la Bruxelles della mia infanzia. Era la mia terza visita in citt, ma le precedenti erano state brevi, pi di venti anni prima, in una sosta di due giorni mentre andavamo negli Stati Uniti dalla Nigeria, quando avevo sette anni. A quellepoca mia madre non aveva ancora accennato a sua madre, anche se la nonna abitava l ormai. I dettagli di quel viaggio erano rimasti sepolti nella mia memoria finch non vidi il Novotel Hotel vicino allaeroporto, dove avevamo pernottato. Tutto ci era sembrato perfetto allora: le Mercedes nere della compagnia aerea che ci erano venute a prendere, gli strani cibi al buffet dellhotel. Quella prima esperienza in Europa fu un assaggio di raffinatezza e benessere che ci parevano incredibili. Fuori dallhotel avevo notato lordine e il grigiore, le case regolari e modeste, latteggiamento formale e distaccato della gente, e a confronto la vita americana, con cui entrai in contatto per la prima volta qualche settimana dopo, sembrava volgare.
 facile farsi unidea sbagliata di Bruxelles. La si immagina come una citt di tecnocrati, ed essendo la culla dellUnione Europea si d per scontato che sia nuova, costruita, o perlomeno sviluppata espressamente per quello. Invece Bruxelles  antica, una particolare antichit europea che si manifesta nella pietra e che pervade le strade e i quartieri. Le case, i ponti, e le cattedrali erano stati risparmiati, non avevano conosciuto gli orrori delle campagne e delle foreste del Belgio, che avevano pagato il prezzo delle infinite guerre combattute sul territorio. I massacri e le distruzioni, feroci come di rado era accaduto nella storia, avevano insanguinato Somme, Ypres e, prima ancora, Waterloo.
Erano quelli i campi, opportunamente collocati allintersezione di Olanda, Germania, Inghilterra e Francia, che erano stati teatro delle battaglie fatali dEuropa. Ma Bruges, Gand, e Bruxelles non erano state bombardate. La resa, ovviamente, aveva rivestito un ruolo importante in questa forma di sopravvivenza, cos come i negoziati con gli invasori. Se durante la seconda guerra mondiale Bruxelles non fosse stata dichiarata citt aperta, e quindi esentata dai bombardamenti, sarebbe stata ridotta in macerie. Avrebbe potuto essere unaltra Dresda. Invece era rimasta una visione barocca e medievale, un paesaggio interrotto solo dalle mostruosit architettoniche fatte costruire in tutta la citt da Leopoldo II verso la fine del diciannovesimo secolo.
Durante la mia visita, linverno mite e le pietre antiche cingevano la citt in un malinconico assedio. Sembrava, per certi versi, una citt in attesa, o sotto vetro, con un viavai austero di tram e autobus. Cerano molte persone, molte di pi che in altre citt europee che avevo visto, e davano limpressione di essere appena arrivate da un altrove pieno di sole. Vidi donne anziane con un motivo di puntini neri intorno agli occhi e la testa avvolta in strati di stoffa nera, e anche delle ragazze, velate allo stesso modo. LIslam, nella sua forma conservatrice, era sempre ben visibile, non capivo perch: il Belgio non aveva forti legami coloniali con nessun paese del Nordafrica. Ma questa era la realt dellEuropa, i cui confini erano flessibili. La pressione psicologica era palpabile nella citt.
Sono certo che il quattro per cento di arabi e africani di cui parlava Mayken voleva essere una battuta velenosa, ma da quel che vidi mi pareva una stima moderata.
Anche in centro, o forse ancor di pi in centro, molti sembravano africani, dal Congo o dal Maghreb. Su certi tram, come avrei scoperto in fretta, i bianchi erano una minoranza risibile. Ma non era cos con la folla cupa che incontrai sulla metro qualche giorno dopo il mio arrivo. La gente tornava da una manifestazione allAtomium contro la violenza e il razzismo in generale, e in particolare per un omicidio avvenuto mesi prima, in aprile. Un diciassettenne si era rifiutato di consegnare il suo mp3 a due ragazzi, che lo avevano accoltellato alla Gare Centrale. Era successo su un binario affollato, allora di punta, sotto gli occhi di decine di persone: il fatto che nessuno avesse fatto qualcosa per aiutare il ragazzo aveva scatenato un dibattito infuocato nei giorni successivi allomicidio. La vittima era un ragazzo fiammingo, gli assassini, secondo i resoconti, erano arabi. Temendo scontri razziali, il primo ministro aveva esortato i cittadini a mantenere la calma, e durante lomelia domenicale, larcivescovo aveva deplorato una societ cos indifferente, in cui nessuno si era fatto avanti per aiutare un ragazzo moribondo. Dove eravate alle quattro e mezza di quel pomeriggio?, aveva chiesto alla congregazione affollata nella Cathdrale Saints-Michel-et-Gudule.
La ramanzina del vescovo era stata accolta con una reazione rapida e appassionata dal Vlaams Belang (il partito di destra fiammingo) e dai suoi simpatizzanti. Noti editorialisti si erano dimostrati offesi, lamentandosi di un razzismo al contrario. Si stanno incolpando le vittime, dicevano: il problema non era rappresentato dai cittadini indifferenti, ma dagli stranieri che avevano commesso il crimine. Era pi facile essere fermati per aver violato le regole delle piste ciclabili che per aver rubato una bici, perch la polizia temeva di essere marchiata come razzista. Un giornalista scrisse nel suo blog che la societ belga era stufa di omicidi, furti, stupri perpetrati da vichinghi venuti dal Nordafrica. Alcune fonti tradizionali citarono questa frase con tono di approvazione. Gli sforzi della comunit musulmana di Bruxelles per sanare quella ferita, come distribuire pane fatto in casa alla funzione commemorativa per la vittima, scatenarono le reazioni furibonde della destra. Qualche tempo dopo, durante le elezioni, i politici del Vlaams Belang ottennero altri consensi, consolidando la loro posizione come il partito pi forte del paese. Solo le coalizioni degli altri gruppi riuscirono a impedirgli di salire al potere. Ma si scopr che gli assassini della Gare Centrale non erano affatto arabi e neppure africani: erano polacchi. Ci fu un breve dibattito sul fatto che fossero o meno rom, zingari. Uno di loro, un sedicenne, fu rintracciato in Polonia, mentre il suo compare, di diciassette anni, fu arrestato in Belgio ed estradato in Polonia; da quel momento la tensione cominci a diminuire.
Ma cerano stati altri brutti incidenti. Era la fine del 2006 e vari crimini di odio razziale avevano dato sfogo al malessere dei non bianchi residenti nel paese. A Bruges cinque skinhead avevano ridotto in coma un nero francese. Ad Anversa, in maggio, un diciottenne si era rasato la testa, e, dopo aver inveito contro i makakken, si era diretto verso il centro con un fucile Winchester, e aveva cominciato a sparare. Aveva ferito gravemente una ragazza turca e ucciso una baby-sitter malese e il bambino fiammingo che era con lei. In seguito, aveva espresso un solo rimpianto: quello di aver ucciso per sbaglio il bambino bianco. A Bruxelles, un uomo di colore rimase cieco e paralizzato dopo essere stato aggredito in una stazione di servizio. Il risultato paradossale di questi crimini fu che persino i partiti di centro, come i Cristiani Democratici, cominciarono a propendere verso destra, adottando il gergo del Vlaams Belang per esprimere lo scontento dei votanti nei confronti dellimmigrazione. Il paese era in preda allinsicurezza, e la sensazione di anomia era tangibile anche per un visitatore.
Andai al Parc du Cinquantenaire. Era avvolto in una nebbia fitta che faceva sembrare i monumenti ancora pi grandi di quel che erano. Le gigantesche arcate salivano vertiginosamente verso il cielo, con le cime avvolte in lievi veli bianchi, e le file di alberi davanti e dietro, rigidi come sentinelle, si allungavano fino alleternit. Anche il parco, creato da un re senza cuore, aveva dimensioni disumane. Un gruppetto di turisti, resi cos piccoli dai monumenti che da lontano sembravano giocattoli, vagavano in silenzio scattando foto. Quando si avvicinarono sentii che parlavano in cinese.
Erano le quattro e mezza, il buio scendeva in fretta e laria era umida e fredda; larea a sudest del parco dava su Etterbeek e sulla stazione della metropolitana di Mrode, una rete intricata di strade, rotaie del tram e insegne, ma cera in giro poca gente alla vigilia di Natale. Nel parco, a destra dei Muses royaux dArt et dHistoire, che inizialmente avevo scambiato per i pi noti Muses royaux des Beaux-Arts, un cavallo imponente stazionava vicino a una carrozza con la scritta POLITIE, ma non cerano poliziotti allorizzonte, e il museo era chiuso. Sotto larco spiccava una targa di bronzo su cui cerano i ritratti in rilievo dei primi cinque re del Belgio: Leopoldo I, Leopoldo II, Alberto I, Leopoldo III e Baldovino I, con la scritta HOMMAGE  LA DYNASTIE  LA BELGIQUE ET LE CONGO  RECONNAISSANTS  MDCCCXXXI. Non trionfo quindi, ma gratitudine, o forse gratitudine per i propri trionfi. Rimasi sotto larco a guardare la famiglia cinese che saliva in macchina. Si allontanarono lasciandomi solo con il cavallo paziente. Eravamo gli unici due esseri viventi in quel posto, e a ogni respiro la nebbia fredda ci entrava nei polmoni. Mi sembrava di essere l senza nessun motivo, a meno che il fatto di trovarsi nello stesso paese, come io e la mia oma ora (sempre che fosse ancora viva), fosse di per s un conforto.
Nei primi giorni a Bruxelles feci qualche vago tentativo di trovarla. Non sapevo bene da dove cominciare e gli elenchi telefonici non mi erano di aiuto: non cera nessuna Magdalena Mller nella copia che trovai nel mio appartamento, n in quella che consultai in una cabina telefonica. Considerai brevemente lidea di fare un giro delle case di cura e allimprovviso provai una vergogna irrazionale per il fatto di parlare male il francese e per nulla il fiammingo. A cinque minuti da dove stavo cera un internet caf al piano terra di un edificio stretto. Ci andai con lidea di fare qualche ricerca online.
Nel negozio cerano una fila di postazioni telefoniche in legno con il frontale di vetro e cinque o sei computer. Luomo al bancone doveva avere poco pi di trentanni. Il viso sottile, piacevole, era ben rasato, e aveva capelli neri e dritti. Mi indic una postazione in fondo al negozio. Trovai in fretta il sito delle pagine bianche, in inglese con mia grande sorpresa, e digitai subito le parole da ricercare: Magdalena Mller. Usc un elenco formato da molte Magdalena M., altrettanti M. Mller, e due Magdalena Mller, ma in entrambi i casi con un altro cognome unito dal trattino.
Abbandonai la ricerca, andai dalluomo al bancone, e in pessimo francese gli chiesi quanto gli dovevo per il servizio. Erano cinquanta centesimi per i venticinque minuti di utilizzo.
Il giorno dopo tornai a controllare le-mail e pagai. Ma questa volta, prima di andarmene, lo sorpresi chiedendogli come si chiamava, in inglese. Farouq, rispose. Mi presentai stringendogli la mano e aggiunsi: Come ti va, fratello? Bene, disse, con un rapido sorriso stupito. Uscendo, mi chiesi come mai avessi pronunciato quella frase e anche come Farouq avesse preso quella familiarit aggressiva. Una nota falsa, decisi. Ma poco dopo cambiai idea. Visto che avrei dovuto tornare in quel negozio nelle settimane seguenti, era meglio diventare amici, e quellinterazione, scoprii poi, segn la giornata successiva.
Il negozio era pieno. Farouq stava leggendo un libro seduto dietro il bancone, e si interrompeva ogni volta che qualcuno entrava o usciva. Tutti i computer erano occupati, e sentivo le varie conversazioni nelle postazioni telefoniche. Chiamai la sorella di mio padre, la zia Tinu, a Lagos, e degli amici in Ohio. Telefonai in ospedale, a New York, per approvare e rinnovare alcune prescrizioni. Anche quella di V.: aveva preso Paxil e Wellbutrin ma nessuno dei due sembrava funzionare, e da poco lavevo fatta passare ai triciclici. Diedi il permesso necessario alla capo infermiera, la quale mi disse che V. aveva chiesto come potevo essere contattato. Non posso essere contattato, risposi, le dica di chiamare il dottor Kim, che mi sta sostituendo. Poi, allettato dallidea di spuntare le cose da fare dallelenco, chiamai anche il dipartimento delle risorse umane per controllare dei documenti che avevano a che fare con le mie ferie. Mi dissero che avevano chiuso presto, e che avrebbero riaperto solo il 3 di gennaio. Seccato, uscii dalla cabina, e aspettai che Farouq finisse di parlare con un altro cliente. Guard i dati annotati sul suo computer, poi rivolto a me disse: Stati Uniti? S, giusto, risposi, e tu, di dove sei? Marocco, disse. Rabat? Casablanca? No, Ttouan, una citt nel Nord. Questa, nella foto dietro di me.
Mi indic una vecchia fotografia a colori in una cornice di metallo: un vasto agglomerato di edifici bianchi e, alle loro spalle, gigantesche montagne verdi. Ho appena finito un romanzo di uno scrittore marocchino, dissi, Tahar Ben Jelloun. S, lo conosco, ha una gran reputazione, fece lui. Stava per aggiungere altro ma proprio in quel momento un cliente arriv a pagare e, mentre lui faceva i conti, prendeva i soldi e dava il resto, mi resi conto, in ritardo, della sfumatura sprezzante nelle parole gran reputazione. Vidi che il libro che Farouq stava leggendo era in inglese. Notando la mia curiosit mi mostr la copertina. Era un testo critico che analizzava Sul concetto di storia di Benjamin.  una lettura difficile, disse, richiede molta concentrazione. Sar difficile trovarla, qui, dissi io. Arriv un altro cliente, e ancora una volta Farouq pass senza problemi al francese e poi di nuovo allinglese. Parla di come questuomo, Walter Benjamin, concepisce la storia in maniera completamente opposta al pensiero di Marx, anche se molti lo considerano un filosofo marxista. Ma Tahar Ben Jelloun, come ti dicevo, lui scrive di una certa idea del Marocco. Ben Jelloun non racconta la vita della gente, ma storie che hanno qualcosa di orientale. La sua scrittura  mitizzante. Non centra nulla con la vita reale.
Annuii mentre parlava, e cercavo di trovare un nesso tra lo squallido quartiere di Bruxelles, il brusio dei piccoli affari, le confezioni vivaci di caramelle e gomme da masticare sulla mensola alla parete e il pensatore serio e sorridente seduto davanti a me. Cosa mi aspettavo? Non questo. Un uomo che lavora in un negozio, s, un uomo che lavora in un negozio aperto il giorno di Natale, certo. Ma non questo: il gergo intellettuale, sicuro di s. Ammiravo molto Tahar Ben Jelloun per la sua scrittura flessibile, per nulla sentimentale, ma non contraddissi la dichiarazione di Farouq. Ero troppo sorpreso, e mi limitai a controbattere debolmente che forse Ben Jelloun aveva catturato il ritmo della vita quotidiana nel romanzo Corrotto. Il libro parlava di un funzionario governativo e del suo dilemma con lidea di accettare bustarelle: cosa ci poteva essere di pi vicino alla vita quotidiana? Linglese di Farouq usciva in una successione di lucide frasi che smorzarono la mia protesta. Non riuscivo a seguire la sua tesi. Non stava dicendo proprio che Ben Jelloun volesse assecondare gli editori occidentali, ma riteneva che la funzione sociale dei suoi romanzi fosse sospetta. Quando per riuscii ad afferrare quellidea, lui laccanton, limitandosi a dire: ci sono altri scrittori le cui opere sono associate alla vita quotidiana e alla storia della gente, e questo non significa che non abbiano un legame con gli ideali nazionalisti. Anzi, a volte soffrono proprio per mano dei nazionalisti.
A quel punto gli chiesi di consigliarmi qualcosa di diverso, qualcosa che fosse in sintonia con la sua idea di romanzo autentico. Con aria solenne, Farouq prese un pezzo di carta dal bancone e scrisse, in un corsivo lento, frastagliato: Mohamed Choukri  Il pane nudo  tradotto in inglese For Bread Alone da Paul Bowles. Studi il foglietto per un istante, poi disse che Choukri era rivale di Ben Jelloun. Erano in disaccordo. Vedi, la gente come Ben Jelloun fa la vita dello scrittore in esilio, e questo gli d una certa  e qui Farouq si ferm per trovare il termine esatto , gli d una certa poeticit, se posso definirla cos, agli occhi dellOccidente. Essere uno scrittore in esilio  una gran cosa. Ma cos lesilio al giorno doggi, ora che tutti vanno e vengono liberamente? Choukri era rimasto in Marocco, a vivere con la sua gente. Quello che mi piace di pi di lui  che era un autodidatta, se  corretto usare questa parola.  cresciuto in strada e ha imparato da solo a scrivere larabo classico, ma non ha mai lasciato la strada.
Farouq parlava con una calma assoluta. Non afferravo tutte le distinzioni che faceva, ma ero impressionato dalla loro raffinatezza. Aveva la passione tipica dei giovani, ma anche una lucidit cristallina, quella (o perlomeno cos me la figurai) di chi ha intrapreso lunghi viaggi. La sua pacatezza mi metteva a disagio. Alla fine dissi:  sempre difficile, vero? Intendo, resistere allimpulso di orientalizzare. Se non lo fai, chi ti pubblica? Quale editore occidentale vuole uno scrittore marocchino o indiano che non offra spunti di immaginario orientale, o che non soddisfi il desiderio di esotismo?  per quello che esistono il Marocco e lIndia, per essere orientali.
Per questo Sad significa cos tanto per me, disse. Vedi, Sad era giovane quando sent Golda Meir dichiarare: Non c nessun popolo palestinese, e subito decise di entrare nel dibattito sulla questione palestinese. Aveva capito che la differenza non viene mai accettata. Sei diverso, va bene, ma quella differenza non  mai vista come portatrice di un proprio valore. La differenza come intrattenimento orientalista  accettata, al contrario della differenza con valore intrinseco. Puoi aspettare per sempre, ma nessuno ti riconoscer quel valore. Lascia che ti racconti una cosa che mi  successa a lezione.
Farouq apr il registro. Avrei voluto che i clienti smettessero di interromperci. Per un attimo fui anche tentato di correggere la leggera imprecisione nella sua citazione della Meir. Ma non ne ero sicuro al cento per cento, e lui prosegu come se non fossimo mai stati interrotti. Durante una discussione di filosofia politica, prosegu, ci  stato chiesto di scegliere tra Malcolm X e Martin Luther King, e io sono stato lunico a scegliere Malcolm X. Erano tutti in disaccordo con me, e hanno detto, Oh certo, lhai scelto perch  musulmano come te. S certo, sono musulmano, ma non  quello il motivo. Lho preferito perch sono daccordo con lui dal punto di vista filosofico, e non approvo Martin Luther King. Malcom X riconosceva che la differenza contiene un valore intrinseco, e che bisogna lottare per difendere quel valore. Martin Luther King  ammirato da tutti, vuole che tutti lottino insieme, ma questa idea di porgere laltra guancia, be, per me non ha senso.
 unidea cristiana, dissi. Era un uomo di Chiesa, capisci, questi princip venivano dal concetto cristiano. Esattamente, disse Farouq.  unidea che non posso accettare. C sempre laspettativa che lAltro vittimizzato sia quello che copre la distanza, che ha le idee nobili. Io rifiuto quellaspettativa. Ogni tanto funziona, dissi, ma solo se il tuo nemico non  uno psicopatico. Hai bisogno di un nemico capace di provare vergogna. Ogni tanto mi chiedo fin dove si sarebbe spinto Gandhi se gli inglesi fossero stati pi brutali. Se fossero arrivati a uccidere schiere di manifestanti. Un dignitoso rifiuto pu portarti solo fino a un certo punto. Chiedi ai congolesi.
Farouq rise. Io guardai lorologio, anche se in realt non dovevo andare da nessuna parte. LAltro vittimizzato: strano, pensai, che usasse unespressione del genere in una conversazione casuale. Eppure, quando laveva pronunciata, aveva avuto una risonanza molto pi profonda di quanto sarebbe successo in una situazione accademica. E nello stesso momento mi resi conto che la nostra conversazione non era stata preceduta dai consueti convenevoli. Dopotutto era ancora un giovane in un negozio. Ed era anche uno studente, o lo era stato, ma di cosa? Eccolo qui, anonimo come Marx a Londra. Per Mayken e una miriade di altre persone come lei in questa citt, Farouq sarebbe stato solo lennesimo arabo a cui lanciare una rapida occhiata sospettosa in tram. E daltronde di me lui non sapeva nulla, solo che facevo delle telefonate negli Stati Uniti e in Nigeria, ed ero stato nel suo negozio tre volte in cinque giorni. Allungai la mano e dissi, Spero di poter continuare presto questa conversazione, pace. Lo spero anchio, disse, pace.
Ripensando alle affermazioni di Mayken decisi che mi ero sbagliato. Quello che Farouq subiva in tram, non erano rapide occhiate di sospetto, ma una paura latente, a malapena contenuta. La classica visione anti-immigrati, che li vedeva come nemici che competono per risorse gi scarse, convergeva con una rinnovata paura dellIslam. Quando Jan Van Eyck si ritraeva con un gran turbante rosso poco dopo il 1430, stava testimoniando il multiculturalismo della Gand quattrocentesca, quando il fatto di essere straniero non era per nulla insolito. Turchi, arabi, russi: tutti avevano fatto parte del vocabolario visivo dellepoca. Ma lo straniero era rimasto strano, ed esaltava i nuovi malumori. Mi venne anche in mente che non ero in una situazione radicalmente diversa da quella di Farouq. La mia presentazione  lo straniero dalla pelle scura, solitario, che sorride poco  mi rendeva facile bersaglio della rabbia che covava tra i difensori delle Fiandre. Se mi fossi trovato nel posto sbagliato, avrei potuto essere preso per uno stupratore o un vichingo. Ma coloro che provavano questa rabbia non avrebbero mai capito quanto erano meschini. Non si rendevano conto di quanto fosse comune e futile la loro violenza in nome di unidentit monolitica. Questa ignoranza era un tratto che i giovani arrabbiati, cos come i loro sostenitori pi vecchi, politicamente potenti e retorici, avevano in comune in tutto il mondo. E cos da quel momento, per precauzione, decisi di accorciare le mie passeggiate notturne a Etterbeek. Decisi anche di non andare pi nei bar o nei ristoranti prevalentemente bianchi dei quartieri pi tranquilli.
Speravo, nella mia prossima visita al negozio, di parlare con Farouq del Vlaams Belang, e di come era cambiata la vita quotidiana dopo tutti quegli episodi di violenza. Ma il giorno dopo, quando arrivai, stava parlando con qualcun altro, un marocchino pi grande di lui, sui quarantacinque anni. Salutai entrambi con un cenno del capo, entrai in una delle postazioni, e feci una telefonata a New York. Quando uscii stavano ancora parlando. Luomo pi vecchio calcol il costo della mia chiamata e Farouq disse, Amico, amico mio, come stai? Ma allimprovviso mi resi conto che, se anche fosse stato solo, non avrei avuto voglia di parlare. Anche lui era nella morsa della rabbia e della retorica. Lo capivo nonostante il fascino apparente del suo schieramento politico. Il cancro della violenza stava divorando ogni idea politica, anzi le aveva soppiantate, e per molti contava solo la volont di fare qualcosa. Lazione porta allazione, libera da qualsiasi vincolo, e il mezzo per attirare lattenzione dei giovani e avvicinarli alla propria causa era la rabbia. Sembrava che lunico modo per evitare il richiamo della violenza fosse non aderire a nessuna causa, rimanere magnificamente isolati da qualsiasi alleanza. Ma non era un errore etico pi grave della rabbia stessa?
Un euro esatto, disse luomo, in inglese. Pagai e uscii dal negozio.

9.

Le giornate trascorrevano lentamente, e la mia sensazione di essere del tutto solo in citt si intensificava. Passavo molto tempo in casa a leggere, ma senza trarne piacere. Le poche volte che uscivo, vagavo senza meta nei parchi e nel quartiere dei musei. Le pietre che lastricavano le vie erano viscide, liquide sotto i piedi, e il cielo, sporco per giorni e giorni, era carico di umidit.
Un pomeriggio, poco dopo lora di pranzo, entrai in un caff di Grand Sablon. Eravamo solo in due, la citt era quasi deserta nella settimana tra Natale e Capodanno. Laltra persona, come notai varcando la soglia, era una turista di mezza et che stava studiando una mappa. Nel locale piccolo, illuminato dalla luce soffusa allesterno, sembrava pallida, e i capelli grigi riflettevano la luce con un bagliore smorto. Era un caff vecchio stile, oppure era stato arredato cos per sembrare vecchio stile, con una lucida boiserie scura e vari dipinti a olio in cornici ricoperte di foglia doro ossidata. Erano quasi tutte marine, acque increspate in cui furieri e navi mercantili ondeggiavano pericolosamente. Cieli e mari erano di certo molto pi scuri di quando erano stati dipinti e le vele, un tempo bianche, erano ormai ingiallite.
La ragazza alta che mi serv il caff aveva un accento di Parigi pi che di Bruxelles. Appoggi la tazza sul tavolo e, con mia grande sorpresa, si sedette di fronte a me e mi chiese da dove venivo. Poteva essere fra i ventidue e i venticinque anni, aveva un sorriso radioso e le palpebre pesanti. Ero lusingato dal suo approccio, e dal suo evidente interesse per me; di sicuro era abituata ad avere un effetto immediato e potente sugli uomini. Ma per quanto fossi compiaciuto non mi interessava, e le risposte che le diedi erano educate e leggermente brusche, e quando si rialz con il vassoio aveva unaria pi stupita che scontenta.
Pi o meno un quarto dora dopo, andai a pagare il conto. Nello stesso istante, arriv la turista pallida per saldare il suo. Parlava un inglese zoppicante, con una cadenza dellEst Europa. Fuori pioveva forte e restammo sotto il tendone del caff. Vidi che era pi bionda che grigia, con occhi pesantemente cerchiati, e un sorriso gentile. Io avevo lombrello, lei no. Cera una cordialit pacata nei suoi modi, forse una certa aspettativa. Mi voltai verso di lei e le chiesi se era polacca. No, disse, sono ceca.
Verso i cinquantanni  doveva avere pi o meno quellet  le donne devono fare uno sforzo per mantenere un certo aspetto. Allet della cameriera, sui ventanni, basta essere appena un po carine. A quellet tutto il resto va da s: pelle tonica, postura eretta, passo sicuro, capelli sani, voce chiara e decisa. Raggiunti i cinquanta si deve lottare. Per questo il pomeriggio fu una sorpresa: una sorpresa per la turista davanti al mio evidente ma quasi del tutto tacito interesse, e una sorpresa per me, davanti ai suoi grandi occhi grigio-verdi, alla loro triste intelligenza, allintensa e del tutto inaspettata sensualit. Il pomeriggio aveva acquisito il carattere del sogno, un sogno che ora si estendeva a lei che mi toccava per un istante la schiena, mentre spostavo lombrello in modo che la proteggesse. Rimanemmo per un attimo immobili a guardare il muro di pioggia, poi ci incamminammo insieme tra le stradine ricoperte di ciottoli, su per la trafficata rue de la Rgence, senza parlare, usando lombrello come pretesto finch funzionava. Ma quando mi propose di bere qualcosa al suo hotel, il tocco ambiguo sulla schiena divenne chiaro, cos come la mia decisione. Avrei portato avanti quella follia, mi dissi con il cuore che batteva sempre pi forte, fino al punto a cui lei era disposta ad arrivare. E la chiarezza diede coraggio a entrambi. La seguii con gli occhi fissi sullorlo della gonna grigia, che scendeva come una ghigliottina sul polpaccio.
Nella camera da letto in finto stile Luigi XV la sua timidezza scomparve. Mi strinse, e labbraccio divent un bacio sulla guancia. Le baciai il collo  lungo, una sorpresa  e la fronte, coperta da quella chioma che era tornata grigia nella luce della stanza, poi, per ultima, la bocca. Aveva fianchi ampi, morbidi; si mise in ginocchio in fretta, e sospir. La feci rialzare, scrollando il capo. Poi ci abbassammo di nuovo, insieme, contro il fianco del letto barocco, appoggiati ai cuscini di satin, e io le alzai la gonna di lino fino alla vita.
Dopo, mi disse il suo nome  Marta? Esther? lo dimenticai subito  e spieg, con una certa difficolt, che gestiva le prenotazioni di viaggio per la Corte costituzionale di Brno. Aveva una figlia gi grande che faceva la maestra di sci in Svizzera. Non accenn a un marito, e io non chiesi. Mi presentai come Jeff, commercialista di New York: quella menzogna poco originale sembrava squallida, ma aveva anche un lato di commedia che apprezzavo, e che ero rassegnato ad apprezzare da solo. Poi, dopo aver tirato indietro le lenzuola del letto intatto, ci addormentammo. Al risveglio, due o tre ore dopo, era notte. Senza parlare mi vestii, ma questa volta il silenzio era punteggiato di sorrisi. La baciai di nuovo sul collo e me ne andai.
Le luci nel parco erano accese, e aveva smesso di piovere. La gente camminava a coppie, a gruppi, diretta a spettacoli o ristoranti. Mi sentivo leggero e grato. Di rado Bruxelles mi era parsa cos generosa. Il vento frusciava tra le foglie e mi chiesi se mi sarei ricordato il suo viso; era improbabile. Ma mi aveva reso il tutto cos facile, la prima volta dopo Nadge, ed era qualcosa di indispensabile ma che avevo trascurato. Ora che era successo, non avrei potuto desiderare niente di diverso. Il meglio, pensai, era stato il suo piacere. Eravamo semplicemente due persone lontane da casa, che facevano quello che avevano voglia di fare. Alla mia gratitudine e leggerezza si un un lieve dolore. Etterbeek distava qualche chilometro, e mentre camminavo verso casa ritornai alla mia solitudine. Non potr succedere di nuovo, avrei voluto dirle: ma scoprii che non era proprio quello che intendevo, e che in realt non cera bisogno di dire nulla. Ritornai a casa e il giorno successivo non uscii. Rimasi a letto a leggere La camera chiara di Barthes. Nel pomeriggio pass Mayken e le diedi i soldi.
La sera dopo, o quella dopo ancora, trovai il foglietto su cui la dottoressa Maillotte aveva scritto il suo numero di telefono, e decisi di andare allinternet caf. Farouq non cera. Il tizio pi vecchio, con la pelle giallastra e unaria solenne, stava lavorando al bancone. Aveva occhi sporgenti e baffi a spazzola. Gli feci un cenno del capo ed entrai in una cabina. Un uomo rispose allaltro capo della linea, ma quando parlai in inglese chiam la dottoressa Maillotte.
Arriv al telefono e disse, Pronto, chi parla? Oh, certo, come sta, ma mi scusi mi ripeta dove ci siamo conosciuti. Glielo ricordai. Ah s, certo. Rimane in Belgio per un mese, tre settimane, giusto? Quando parte? Ah, cos presto. Be, perch non mi chiama luned, possiamo uscire a cena o vederci prima della sua partenza.
Quando riattaccai e uscii a pagare, Farouq era rientrato e stava chiacchierando con luomo dallaria solenne. Appena mi vide disse, Amico, come stai? Insistette per non farmi pagare la chiamata, che in ogni caso era stata breve e locale. Mentre il collega se ne andava entr una cliente. Farouq la salut. a va? Alhamdulillah, rispose la donna. Poi Farouq si volt verso di me e disse, C un sacco di gente, come vedi. Non solo quelli che fanno gli auguri per lanno nuovo, ma anche un sacco di gente che telefona a casa per lEid. Indic lo schermo del computer alle sue spalle, dove erano registrate tutte le chiamate in uscita delle dodici postazioni: Colombia, Egitto, Senegal, Brasile, Francia, Germania. Sembrava incredibile che un gruppo cos piccolo di persone potesse telefonare in una cos vasta gamma di paesi.  cos da un paio di giorni, disse Farouq, e questa  una delle cose che pi mi piacciono del mio lavoro.  una dimostrazione di quello in cui credo: la gente pu vivere insieme mantenendo intatti i propri valori. Vedere questa folla di individui che vengono dai posti pi diversi ha una forte presa sul mio lato umano oltre che intellettuale.
Tempo fa lavoravo come bidello, disse, in una scuola americana di Bruxelles. Era il campus di ununiversit degli Stati Uniti, e per loro ero soltanto il bidello, il tizio che puliva le aule alla fine delle lezioni. E io ero cordiale e tranquillo come devessere un bidello; fingevo di non avere nessuna opinione personale. Ma un giorno, mentre pulivo un ufficio, il preside della scuola, il capo degli accademici, pass di l e per caso finimmo a parlare, e io avevo avuto lidea di mostrare come sono davvero, non un bidello, ma qualcuno che ha delle idee proprie. Cos ho incominciato a chiacchierare, e ho attinto a un po del mio vocabolario. Ho citato Gilles Deleuze e, ovviamente, lui era sorpreso. Ma sembrava molto aperto, e io ho proseguito e abbiamo discusso il concetto di dune e onde di Deleuze, dellidea che sono gli spazi tra le forme, gli spazi necessari, a definirle come onde o dune. Il preside era assolutamente ricettivo a quella conversazione, e con la tipica generosit americana disse, Venga nel mio ufficio quando vuole, che facciamo unaltra chiacchierata.
Quando Farouq mi raccont questa storia, immaginai il tono di voce del preside. Era come un braccio intorno alle spalle, un gesto disarmante, una promessa di complicit. Venga nel mio ufficio quando vuole, conosciamoci meglio. Invece, continu Farouq, quando lo vidi la volta successiva, non solo si rifiut di parlarmi, ma finse di non avermi mai visto prima. Ero solo il bidello, che spazzava per terra, nientaltro che parte del mobilio. Lo salutai, cercai per un attimo di ricordargli la nostra conversazione su Deleuze, ma lui non disse niente. Cera un confine e io stavo perdendo tempo nel tentativo di oltrepassarlo. Mentre Farouq parlava, la gente entrava e usciva in fretta dalle postazioni, e lui salutava tutti. Immaginavo che il livello di familiarit fosse determinato da quante volte erano gi venuti al negozio. Parlava francese, arabo e inglese, e con luomo che aveva telefonato in Colombia scambi qualche parola in spagnolo. Capiva in fretta quale lingua usare con ciascuno, e aveva un modo di fare cos cordiale che mi chiesi come mai, la prima volta che lo avevo visto, avessi avuto limpressione che fosse distante.
Ho due progetti, disse Farouq. Uno pratico e uno pi profondo. Gli chiesi se quello pratico era il suo lavoro al negozio. No, disse, non quello, la cosa pratica, sul lungo termine,  lo studio. Sto studiando per diventare traduttore tra arabo, inglese e francese, e faccio anche dei corsi in traduzione per media e sottotitoli, quel tipo di cose.  cos che trover lavoro. Invece il mio progetto pi profondo  su quello che ti ho raccontato la scorsa volta, la questione della differenza. Sono fermamente convinto che la gente possa vivere insieme, e voglio capire come  possibile. Succede qui, in piccolo, in questo negozio, e mi interessa capire come pu avvenire su scala pi grande. Ma come ti ho gi detto, sono un autodidatta, quindi non so quale forma prender questaltro progetto.
Gli chiesi se pensava di poter fare lo scrittore, e lui rispose che anche quello non gli era chiaro. Prima doveva studiare per capire, e solo a quel punto sarebbe riuscito a decidere quale forma avrebbero preso le sue azioni. Ero colpito dalla purezza di quellobiettivo, dallidealismo, dallapproccio radicale vecchio stampo, e dalla sicurezza nel modo in cui lo esprimeva, come se fosse qualcosa che coltivava da anni; e mi fidavo, anche se controvoglia. Ma pensai anche al riferimento alla nostra precedente conversazione, quella in cui mi avrebbe detto di essere un autodidatta. Era una cosa da poco, ovviamente, ma (ed ero sicuro di non ricordare male) lui aveva usato quella parola solo riferendosi a Mohamed Choukri, non a se stesso. Era un segno, non tanto di inaffidabilit quanto di una certa imprecisione nei ricordi di Farouq, di cui, grazie allassoluta sicurezza delle sue maniere, era facile non accorgersi. In ogni caso, il dettaglio mi spinse a rivedere, anche se di poco, la mia precedente impressione sulla sua perspicacia. Quelle piccole distrazioni  ce ne furono altre, e tutte irrilevanti, tanto da non meritare letichetta di errore  mi facevano sentire meno intimidito da lui.
Lesperienza alla scuola americana, disse Farouq, si era unita nella mia mente allidea di Fukuyama sulla fine della storia.  impossibile, oltre che arrogante, pensare che la realt presente dei paesi occidentali sia lapice della storia umana. Il preside aveva utilizzato quei termini  melting pot, multiculturalismo, ibridazione  ma io li rifiuto. Credo fortemente nella differenza. Ricordi cosa ti dicevo di Malcolm X:  questo che gli americani non capiscono, che gli iracheni non potranno mai accettare un governo straniero. Anche se lEgitto invadesse la Palestina per salvarli da Israele, i palestinesi non vorrebbero mai un governo egiziano. A nessuno piace la dominazione straniera. Hai idea di quanto si odiano il Marocco e lAlgeria? Quindi ti puoi immaginare quanto sia peggio quando linvasore  una potenza occidentale. Credo che Benjamin possa aiutarmi a capire meglio, e che le sue raffinate analisi di Marx possano aiutarmi a comprendere la struttura storica che rende possibile la differenza. Ma credo anche nel principio divino. LIslam ha molte cose da offrire al nostro pensiero. Conosci Averro? Non tutto il pensiero occidentale viene unicamente dallOccidente. LIslam non  una religione,  uno stile di vita, che ha qualcosa da insegnare al nostro sistema politico. Non sto dicendo queste cose perch mi sento rappresentativo dellIslam. Anzi, sono un pessimo musulmano, ma un giorno torner a praticare. Al momento, non pratico granch.
Si interruppe e rise, cercando di valutare la mia reazione alle sue parole. Non feci trapelare nulla dei miei pensieri. Mi limitavo ad annuire, per comunicare che stavo ascoltando. Tre o quattro clienti si erano riuniti intorno al bancone e, con un sorriso, Farouq prosegu. Non credo nella coercizione violenta. Sai, anche se qualcuno venisse qui e puntasse una pistola contro la mia famiglia, io non potrei ucciderlo. Parlo sul serio, non devi essere sorpreso. Ma amico mio, disse, in un tono che indicava chiaramente che voleva concludere, vediamoci dopodomani. Sei un uomo di filosofia, ma sei anche americano, e voglio parlarti ancora di alcune cose. Di sabato smetto di lavorare alle sei. Perch non ci vediamo qui davanti? Quel locale portoghese, Casa Botelho, allangolo qui di fronte  indic laltro lato della strada , vediamoci l sabato sera.
Sabato salii la ripida collina di chausse dIxelles fino alla Porte de Namur, e da l mi feci strada tra la folla impegnata nelle compere del fine settimana fino allavenue Louise, e poi arrivai al Palazzo Reale. Ogni tanto, guardando le donne che si accalcavano alla fermata dei tram, immaginavo di poter vedere la mia oma. Era una possibilit che mi veniva in mente ogni volta che andavo in centro, quella di incontrarla, di incrociare percorsi che lei aveva seguito per anni. Poteva davvero essere una delle donne anziane con le scarpe ortopediche e una piccola borsa della spesa che ogni tanto si chiedeva come stava il figlio unico della sua unica figlia. Ma riconoscevo che allopera cera una nostalgica fantasia appagante. Non avevo quasi nessun indizio, e la mia ricerca, se i miei pochi sforzi potevano essere definiti tali, divenne inconsistente, e si esprimeva solo nel vago ricordo del giorno in cui eravamo andati insieme a Olumo Rock, e lei mi aveva carezzato la spalla in silenzio. Era con questi pensieri che cominciai a chiedermi se Bruxelles non mi avesse attirato per ragioni pi oscure di quel che immaginavo, se i percorsi che sceglievo distrattamente seguivano una logica irrilevante per la mia storia famigliare.
Il tempo era peggiorato di nuovo, ma era una foschia leggera, non pioggia. Non avendo lombrello decisi di andare ai Muses royaux des Beaux-Arts, ma una volta entrato scoprii che non ero affatto dellumore giusto per guardare dipinti. Uscii di nuovo, nella foschia. Da quel momento, mi limitai a vagare senza meta, attraversai Egmont Park e la sua tetra galleria di statue in bronzo, poi gi al Gran Sablon, con gli antiquari che ronzavano intorno alle loro vecchie monete senza valore, oltre al piccolo caff in cui ero gi stato, sbirciando dentro per vedere se cera la mia cameriera alta (non cera) e da l gi ancora fino a place de la Chapelle. La cattedrale somigliava allo scafo striato di una nave affondata, e le poche persone intorno alledificio sembravano minuscole e tutte uguali, come moscerini. Il cielo, che era gi cupo, aveva cominciato in fretta a scurirsi. Un giorno avevo visto un ristorante indiano in quella zona, e decisi di provarlo. Quando ci ero passato davanti la volta prima, avevo notato un menu che includeva il curry di pesce alla goana e mi venne una gran voglia di assaggiarlo; ma finii per perdermi, e mi aggirai in una zona di case popolari derelitte in cui non cera un singolo muro che fosse privo di graffiti. Il mio cappotto di lana era ormai fradicio. Non essendoci stazioni della metropolitana in zona, tornai alla Porte de Namur e presi un autobus per Philippe. Entrai in casa, cambiai il cappotto bagnato e uscii subito per andare a incontrare Farouq a Casa Botelho.
In un angolo del caff tre uomini stavano giocando a carte. Gli abiti trasandati, i gesti lenti, cauti, e il gruppo di bottiglie sul tavolo creavano un perfetto tableau alla Czanne. Era accurato fino al dettaglio dei folti baffi di un uomo che, potevo giurarlo, avevo gi visto in un quadro al Museum of Modern Art. La sala era affollata, ma quando entrai vidi Farouq in fondo, a un tavolo vicino alla finestra. Mi fece un cenno con la mano e sorrise. Con lui cera seduto un uomo e quando mi avvicinai si alzarono entrambi. Julius, disse Farouq, ti presento Khalil.  un mio amico, anzi  il mio migliore amico. Khalil, questo  Julius:  qualcosa di pi di un cliente. Strinsi la mano a tutti e due e ci sedemmo. Stavano gi bevendo  birra Chimay in bottiglia  e anche fumando. Alle spalle di Khalil, appena visibile nella foschia di nicotina, un cartello avvisava che non era permesso fumare nel ristorante. Era una nuova legge, entrata in vigore pochi giorni prima, con il nuovo anno, e nessuno, n i gestori n gli avventori, sembrava avere interesse a farla rispettare. La cameriera, che apparentemente loro conoscevano gi, venne a prendere il mio ordine. Lei parla inglese, disse Khalil in inglese, ma io no. Ci mettemmo a ridere, ma era vero; era la frase pi articolata che avrebbe pronunciato. Ordinai una Chimay.
Khalil, ciarliero e con il viso tondo, mi interrog in francese. Chiese da dove venivo, e io gli risposi in inglese. Voleva sapere perch ero a Bruxelles. Gli diedi una versione della verit. Questuomo si  appena sposato, disse Farouq. Mi congratulai con lui e chiesi a Farouq se era sposato. Risero entrambi, e lui scroll il capo e disse, Non ancora. Khalil disse qualcosa che non fui certo di capire, lAmerica  un grande paese che non  un grande paese. Gli chiesi di parlare pi lentamente, perch il mio francese era solo di poco migliore del suo inglese. LAmerica ha davvero una sinistra?, mi chiese. Sai, Khalil  marxista, disse Farouq, in tono vagamente canzonatorio. S, dissi, lAmerica ha una sinistra, ed  piuttosto attiva. Khalil sembrava sinceramente sorpreso. La sinistra vostra, disse, devessere ancora pi a destra della destra di qui. Farouq dovette tradurmi quella frase, perch Khalil aveva parlato troppo in fretta. Non proprio, dissi, le questioni vengono enfatizzate in modo diverso. Ci sono i democratici, che condividono il potere politico, ma c anche una vera e propria sinistra, che probabilmente sarebbe daccordo con te su molte cose. Quali solo le questioni importanti in America?, chiese Khalil. Su cosa non si intendono la destra e la sinistra? Mentre iniziavo a rispondergli, elencando i temi di disaccordo, mi parvero cos meschini che provai un vago imbarazzo: aborto, omosessualit, controllo delle armi  Khalil sembrava confuso da quellultimo termine, e Farouq glielo spieg. Anche limmigrazione  una questione importante, ma in modo diverso rispetto allEuropa. Be, disse Khalil, che dire della Palestina? Penso che i democratici e i repubblicani siano daccordo su quel tema.
La cameriera, che si chiamava Paulina, mi port il mio boccale e brindammo. La birra andava gi bene, e mi sentii pervadere da una nuova, piacevole sensazione. Non  cos semplice, dissi. Negli Stati Uniti c un forte sostegno dalla sinistra per la causa palestinese. A New York, per esempio, molti dei miei amici palestinesi pensano che Israele stia facendo cose terribili nei Territori occupati. Ma in termini pratici, per il nostro governo intendo, il sostegno a Israele  forte in entrambi i partiti. Penso che abbia a che fare con la religione, perch i cristiani accettano quasi tutte le idee degli ebrei su Gerusalemme, ma centra anche la potente lobby israeliana. O perlomeno  quello che dicono i giornali e le riviste di sinistra. E poi c la percezione che condividiamo con Israele elementi della nostra cultura e del governo.
Strano, disse Farouq. Dicono che Israele  uno stato democratico, ma di fatto  religioso, si basa su unidea religiosa. Tradusse quella frase in francese per Khalil ed entrambi annuirono. Fumavano tantissimo, tutti e due. Un pacchetto al giorno?, chiesi. Io ne fumo due, disse Khalil. Ma aspetta, questo mi interessa, questa ossessione americana del comunitarismo. Chiesi a Farouq cosa intendeva, se si riferiva alla politica identitaria, ma lui rispose che no, non era esattamente cos, e Khalil cominci a parlare del comunitarismo, di come dava un peso ingiusto agli interessi di minoranza, di come era errato dal punto di vista logico. Bianco  una razza, disse, nero  una razza, ma lo spagnolo  una lingua. La cristianit  una religione, lislam  una religione, ma lebraismo  unetnicit. Non ha senso. Il sunnismo  una religione, lo sciismo anche. I kurdi sono una trib. Capisci?
Continu cos per vari minuti e io persi il filo del discorso, ma non chiesi a Farouq di tradurre. Finii la birra. Khalil era ben allenato nella materia. Era pi facile annuire ogni tanto e far finta di seguirlo.
Mi era venuta fame, e quando Paulina venne al tavolo ordinai uninsalata e della carne alla griglia. Khalil sembrava aver esaurito il tema comunitarismo. Permettimi di chiederti una cosa, disse, con una certa malizia nello sguardo. I neri americani sono davvero come fanno vedere su Mtv? Il rap, lhip hop, le donne? Perch noi qui vediamo solo quello.  tutto vero? Be, dissi in inglese parlando lentamente, lascia che ti risponda cos: molti americani pensano che i musulmani europei siano vestiti di nero dalla testa ai piedi se sono donne, e barbuti se sono uomini, e che non facciano altro che prendersela per cose che a loro sembrano offensive per lislam. Luomo di strada  capisci questespressione? , lamericano medio in genere non immagina che in Europa i musulmani vanno nei caff e bevono birra, fumano Marlboro e discutono di filosofia politica. Allo stesso modo, i neri americani sono come qualsiasi altro americano, sono come tutti gli altri. Fanno gli stessi lavori, vivono in case normali, mandano i loro figli a scuola. Molti sono poveri, certo, per ragioni storiche, e molti sono patiti di hip hop e ci dedicano la vita, ma  anche vero che alcuni sono ingegneri, professori universitari, avvocati e generali. I due ultimi segretari di stato erano neri.
Sono vittime dello stesso ritratto, come noi, disse Farouq. Khalil annu. Lo stesso ritratto, dissi, ma il potere  cos, chi ha il potere controlla il ritratto. Annuirono. La mia cena arriv e li invitai a unirsi a me. Senza farselo ripetere entrambi si misero a sbocconcellare patatine fritte dal mio piatto e ordinarono altra birra. Se parliamo di ritratti, disse Khalil, Saddam  il meno tirannico dei dittatori del Medio Oriente. Il meno tirannico. Mi voltai verso Farouq per assicurarmi di aver capito bene.  vero, disse Farouq, anchio penso che Saddam fosse il pi moderato. Lhanno ucciso solo perch ha sfidato gli americani. Ma secondo me dovrebbe essere ammirato, perch ha difeso i diritti del suo paese contro limperialismo. Io non la vedo cos, dissi. Quelluomo era un macellaio, e lo sapete. Ha ucciso migliaia di persone. Farouq scroll il capo e disse, Quante migliaia di persone sono morte per mano degli americani? Saddam  stato condannato per aver ucciso centoquarantotto persone in tutto, disse Khalil. Il re del Marocco  molto peggio, te lo dico io: Gheddafi in Libia, Mubarak in Egitto, da una parte allaltra  e fece un movimento ampio con le mani  tutta quella regione  piena di dittatori, e in pi sono dittatori terribili. E rimangono al potere perch vendono gli interessi nazionali del loro paese agli americani. Noi odiamo il re del Marocco, alcuni di noi lo odiano profondamente. Questuomo, quando i comunisti erano in ascesa negli anni Settanta, si appellava allislamismo; ma vedendo che gli islamisti acquisivano sempre pi potere politico, si  rivolto a fazioni secolari e capitaliste. Sotto il suo governo sono morte migliaia di persone, e migliaia sono scomparse. In che cosa  diverso da Saddam? Ma ti posso dire con certezza che sostengo Hamas. Penso che stia facendo unopera di resistenza.
E gli Hezbollah, chiesi, sostieni anche loro? S, disse. Hezbollah, Hamas,  la stessa cosa.  resistenza, pura e semplice. In ogni casa israeliana ci sono armi. Guardai Farouq. Lui mi fiss con aria impassibile e disse, Anchio la penso cos.  resistenza. E cosa ne pensate di al-Qaida?, chiesi. Khalil disse,  vero,  stato un giorno terribile, le torri gemelle. Terribile. Hanno fatto una cosa tremenda. Ma capisco perch lhanno fatto. Questuomo  un estremista, dissi, hai capito Farouq? Il tuo amico  un estremista. Ma stavo fingendo di essere molto pi scandalizzato di quel che ero. In quel gioco, se di gioco si trattava, io facevo la parte dellamericano sconvolto, anche se provavo pi dolore che rabbia. La rabbia e luso semiserio di una parola come estremista erano pi facili da gestire del dolore. Gli americani sono convinti che gli arabi la pensino proprio cos, dissi a entrambi.  una cosa che mi rattrista, davvero. E tu che ne pensi, Farouq? Anche tu sostieni al-Qaida?
Rimase in silenzio per un po. Si vers la birra, la sorseggi e restammo in silenzio per quelli che sembrarono secondi lunghissimi.
Poi disse, Lascia che ti racconti una storia della nostra tradizione, la storia di re Salomone. Un giorno re Salomone diede linsegnamento del serpente e dellape. Il serpente, disse re Salomone, si difende uccidendo. Lape si difende morendo. Sapete che lape muore dopo aver punto, vero? Proprio cos, muore per difendersi. Quindi, ogni creatura ha un metodo che  adatto alla propria forza. Io non sono daccordo con quello che ha fatto al-Qaida, usano metodi che io non userei, quindi non posso dire di sostenerli. Ma non li giudico. Come ho detto prima, Julius, e penso che tu possa capirlo: secondo me la questione palestinese  centrale nella nostra epoca.
Il viso di Farouq  mi parve allimprovviso, ma dovevo averci riflettuto in modo subconscio  era nitido ora, e vidi una somiglianza sorprendente: era la copia perfetta di Robert De Niro, in particolare nel ruolo del giovane Vito Corleone nel Padrino  Parte II. Le sottili sopracciglia nere, lespressione mutevole, il sorriso che sembrava una maschera per nascondere lo scetticismo o la timidezza, e anche il corpo snello, la sua bellezza. Un famoso attore italoamericano trentanni fa, e uno sconosciuto filosofo politico attuale: la stessa faccia. Che meraviglia vedere la vita ripetersi in modi banali, ed era qualcosa che notavo solo perch non si era rasato per un paio di giorni e aveva unombra sulle guance e intorno alla bocca. Ma appena la notai, fu impossibile dimenticare quella somiglianza o evitare di esserne distratti, un insignificante contrappunto visivo a tutto quello che ci circondava mentre parlavamo sorseggiando la nostra birra.
Cosa significava il sorriso di De Niro? Lui, De Niro, sorrideva, ma uno non riusciva mai a capire perch. Forse era per quello che quando avevo visto Farouq la prima volta ero rimasto sorpreso. Avevo inconsciamente sovrainterpretato il suo sorriso, associando il suo volto a un altro, leggendolo come un viso bello ma temibile. Avevo letto il suo viso come quello del giovane De Niro, il viso di un affascinante psicopatico, per quel banalissimo motivo. Ed era quel viso, non cos imperscrutabile come avevo inizialmente temuto, che parlava ora: Per noi lAmerica  una versione di al-Qaida. Era una dichiarazione cos generica da risultare insignificante. Non aveva potere e laveva pronunciata senza convinzione. Non sentii il bisogno di contestarla e Khalil non aggiunse altro. LAmerica  una versione di al-Qaida. Quella frase si libr verso lalto insieme al fumo, e mor. Avrebbe potuto significare di pi settimane prima, quando chi parlava era ancora unentit ignota. Ora si era spinto troppo in l, e percepii uno scarto nella discussione, uno scarto in mio favore.
Cos cambi tattica. Quando eravamo giovani, disse, o dovrei dire quando ero giovane, lEuropa era un sogno. Non un sogno qualunque, era il sogno: rappresentava la libert di pensiero. Volevamo venire qui ed esercitare la mente in questo spazio libero. Quando studiavo a Rabat, sognavo lEuropa; tutti la sognavamo, i miei amici e io. Non lAmerica, dellAmerica non ci fidavamo gi allora, ma lEuropa. Per mi ha deluso. LEuropa sembra libera, ma non lo . Il sogno era una visione.
 vero, disse Khalil, lEuropa non  libera. La retorica sbandiera la libert ma  solo retorica. Se dici qualcosa su Israele ti tappano la bocca con i sei milioni. Non lo stai negando, dissi subito, non stai mettendo in discussione quel numero, vero? Non  quello il punto, disse Khalil, il punto  che  contro la legge negarlo, e anche solo accennarne va contro una legge non scritta. Farouq assent. Se cerchiamo di parlare della situazione palestinese, si ritorna ai sei milioni. I sei milioni:  stata una tragedia terribile ovviamente, sei milioni, due milioni, anche un solo uomo, non  mai giusto. Ma cosa centra con i palestinesi?  questa lidea europea di libert?
Non aveva alzato la voce, ma lintensit delle sue parole era palpabile. I palestinesi costruiscono campi di concentramento?, chiese. E che dire degli armeni: le loro morti significano meno perch non sono ebrei? Qual  il numero magico per loro? Ti dico perch i sei milioni sono cos importanti:  perch gli ebrei sono il popolo eletto. Chi se ne frega dei cambogiani, chi se ne frega dei neri americani, qui parliamo di una sofferenza incomparabile. Ma io rifiuto questa idea. Non  una sofferenza incomparabile. Che dire dei venti milioni sotto Stalin? Essere ammazzati per motivi ideologici non  meglio. La morte  morte, quindi mi dispiace ma quei sei milioni non sono speciali. Sono sempre frustrato da quel numero; quel numero sacro che non si pu nominare viene usato, come ha detto Khalil, per mettere fine a qualsiasi discussione. Gli ebrei lo usano per zittire il mondo. Non me ne pu importare di meno della cifra esatta. La morte  sempre sofferenza. Anche altri hanno sofferto, e la storia  fatta di questo: sofferenza.
Paulina venne a sparecchiare il nostro tavolo e ordinammo altre birre. Chiesi a Farouq se cucinava o mangiava fuori. N luno n laltro, disse. Fumare mi toglie lappetito, quindi non mangio molto. Fece il suo sorriso alla De Niro e riport la conversazione dove lavevamo lasciata. Hai mai letto un tizio che si chiama Norman Finkelstein? Scrollai il capo. Dai unocchiata quando puoi:  ebreo, ma ha fatto uno studio molto interessante sullindustria dellOlocausto. E sa quel che dice perch i suoi genitori sono sopravvissuti a Auschwitz. Non  anti-ebreo, ma  contro lo sfruttamento dellOlocausto, contro luso che ne viene fatto per guadagnarci. Vuoi che ti scriva il nome? Te lo ricordi, sei sicuro? Bene, allora leggilo e dimmi che ne pensi.
Un cellulare squill: era quello di Khalil. Rispose e parl in fretta in arabo. Quando riattacc, disse che doveva andare. Lui e Farouq scambiarono qualche parola in arabo, era la prima volta che lo facevano in mia presenza. Appena usc Farouq disse,  un bravo ragazzo, sai. Posso davvero dire che  il mio miglior amico.  lui il proprietario del negozio dove lavoro, e di molti altri in citt. Quindi  il mio capo. Ma non gli interessa fare il capo. Veniamo dalla stessa citt, Ttouan.  molto generoso sai, pensa, prima di uscire  andato al banco e ha pagato tutto, la tua cena e le birre.  cos, gli piace dare, senza pensarci troppo.
Secondo me, prosegu Farouq, la Germania dovrebbe essere responsabile per Israele. Se c qualcuno che deve portare il fardello sono loro, non i palestinesi. Gli ebrei arrivarono in Palestina. Perch? Perch ci vivevano duemila anni fa? Lascia che ti faccia un esempio di cosa significa. Khalil e io siamo marocchini, siamo i Mori. Un tempo la Spagna era sotto il nostro dominio. Ora, cosa succederebbe se invadessimo la penisola spagnola e dicessimo, I nostri antenati governavano queste terre nel Medioevo, quindi ci appartengono: la Spagna, il Portogallo, tutto quanto. Non ha senso, giusto? Ma gli ebrei sono un caso speciale. Non fraintendermi, non ho niente di personale contro gli ebrei. Ce ne sono molti in Marocco, anche al giorno doggi, e sono accettati come parte della comunit. Sono come noi, anche se molto pi bravi negli affari. Ogni tanto penso che dovrei diventare ebreo solo per motivi professionali. Riuscirei a fare tutto quello che ho in mente. Ma sono contro il sionismo, e le rivendicazioni religiose su una terra in cui abita gi qualcun altro.
Avrei voluto dirgli che in America eravamo particolarmente sospettosi nei confronti delle critiche pesanti a Israele perch potevano essere antisemitiche. Ma non lo feci, perch sapevo che la mia paura dellantisemitismo, come del razzismo, era diventata prerazionale grazie a una lunga pratica. Gli avrei imposto non tanto una tesi, ma la richiesta di adottare i miei riflessi, o i peccati di una societ diversa da quella in cui era cresciuto o da quella in cui ora viveva. Sarebbe servito a ben poco descrivergli le impercettibili sfumature di significato evocate in un orecchio americano alla parola ebrei invece di popolo ebreo. Avrei voluto rimproverarlo perch attaccava un ideale religioso quando anche la sua idea centrale era religiosa, ma la matassa della questione stava incominciando a sembrare un cumulo di futilit; era meglio risparmiare il fiato. Gli chiesi invece di raccontarmi della sua famiglia a Ttouan, e di come era stato crescere l. Nel frattempo, il bar si era fatto silenzioso, e i giocatori di carte se ne erano andati. Anche la pioggia sembrava essersi placata per quella sera. Qualche avventore era rimasto, come noi, a bere e chiacchierare. Quando Paulina torn al nostro tavolo chiese se volevo altro, ma io la ringraziai e dissi che ero a posto cos. Farouq ordin unaltra birra per s.
Sono il terzo di otto figli, disse, e mio padre era un soldato. Vivevamo in modo modesto, anzi, se devo essere sincero, molto modesto. I soldati erano pagati male, e non avevano uno status molto elevato in societ. Mio padre era un uomo duro, soprattutto con me, perch pensava che non fossi abbastanza virile; adesso  in pensione. Ma le cose andavano ancora peggio fra me e il mio fratello maggiore, che vive a Colonia ed  molto religioso. Be, tutta la mia famiglia  religiosa, io sono lunico che si  un po allontanato: mio fratello prende la religione troppo seriamente. C lui, mia sorella e poi io, siamo i primi tre. Mio fratello  convinto che i miei studi siano una perdita di tempo. Lui  un uomo daffari, e gli interessa solo quello. Non capisce perch per me  importante studiare, la vita intellettuale non ha senso per lui, ma  molto pi di unincomprensione. Mi  ostile. Non vado daccordo con mio padre, ma con mio fratello  molto peggio. Era sposato con una donna tedesca ma appena ha avuto il permesso di soggiorno ha divorziato,  tornato a casa e si  portato in Germania una moglie marocchina. Aveva pianificato tutto fin dallinizio? Non saprei. Mio fratello  un ipocrita.
Al resto della famiglia invece sono pi legato. Non vado spesso in Marocco, per problemi di soldi, ma sono molto affezionato a mia madre.  la persona pi importante della mia vita, e scommetto che  cos anche per te. Le madri sono cos. La mia  un po preoccupata per me, vorrebbe che mi sposassi, certo, ma soprattutto, che smettessi di fumare. Naturalmente non sa che bevo. Poi scrivo lunghe lettere a mio fratello minore, che ha ventanni. Questo  uno degli scopi dei miei studi: non dico ai miei fratelli pi giovani cosa devono pensare, ma voglio aiutarli a imparare a pensare; voglio che sappiano che possono valutare le situazioni e arrivare a una conclusione. Ero un bambino strano, sai, marinavo la scuola per starmene da qualche parte a leggere. La scuola non mi ha mai insegnato niente. Le cose pi interessanti erano nei libri, sono stati i libri a farmi capire quanto  vario il mondo. Per questo non vedo lAmerica come un monolite, e non sono daccordo con Khalil. So che ci sono persone diverse, con idee diverse, so di Finkelstein, di Noam Chomsky, e quello che mi importa  che il mondo si renda conto che neanche noi siamo monolitici, non siamo quello che chiamano il mondo arabo, siamo singoli individui. Non andiamo daccordo su parecchie cose. Mi hai appena visto in disaccordo con il mio migliore amico. Siamo individui.
Penso che tu e lAmerica siate pronti luno per laltra, dissi. Mentre parlavamo, faticavo a respingere la sensazione che il nostro dialogo avvenisse poco prima che il ventesimo secolo avesse inizio o quando aveva appena preso una svolta crudele. Allimprovviso eravamo ritornati allepoca dei pamphlet, della solidariet, dei viaggi in piroscafo, dei congressi mondiali e dei giovani che ascoltavano le parole dei radicali. Pensai a Fela Kuti, decenni dopo, a Los Angeles, alle persone che erano state formate e stimolate dallincontro con la libert americana e con lingiustizia americana, che vedendo il peggio dellAmerica nei confronti degli emarginati avevano sentito qualcosa risvegliarsi in loro. Anche se in ritardo, nel regime dellanti-terrore, Farouq poteva ancora trarre benefici da quellinferno.
Quel momento aveva un che di ingenua eccitazione, ma se avessi dovuto davvero invitarlo come ospite temevo la logistica di quella proposta, sempre che fosse stata accettata. Ma subito disse, No, non mi piace quel posto. Non ho nessun desiderio di visitare lAmerica, e di certo non come arabo, non adesso, non con tutto quello che dovrei sopportare. Pronunci quelle parole con unespressione disgustata. Avrei potuto dirgli che avevo amici arabi, che si trovavano bene, che i suoi timori erano infondati. Ma sarebbe stata una bugia. Nemmeno io avrei voluto andare negli Stati Uniti come musulmano nordafricano, solo e con idee di sinistra.
C uno scrittore che si chiama Benedict Anderson, disse Farouq, che ha criticato il come si dice les Lumires? LIlluminismo?, dissi. Ecco, disse Farouq, lIlluminismo. Anderson diceva che enfatizza la razionalit ma non riempie il vuoto lasciato dalla fede religiosa. Io penso che questo vuoto dovrebbe essere occupato dal Divino, dagli insegnamenti dellislam. E secondo me  un punto assoluto e centrale, anche se al momento non sono un buon musulmano.
E che mi dici della sharia?, chiesi. So che la sharia  molto pi di una serie di punizioni severe, quindi posso anticipare quello che dirai. Dirai che in verit la sharia  concepita per il funzionamento armonioso di una societ. Ma voglio sapere cosa pensi di quelli che tagliano le mani o lapidano le donne. Il Corano  un testo, disse Farouq, ma la gente dimentica che lislam ha anche una storia. Non  statico. C anche una comunit, lummah. Non tutte le interpretazioni sono valide, ma sono orgoglioso del fatto che lislam sia la pi terrena delle religioni. Si occupa di come viviamo nel mondo, della vita quotidiana. Sai, il fatto (e sul viso di Farouq comparve unespressione beata che non gli avevo mai visto prima), il fatto  che provo un grande amore per il Profeta. Amo sinceramente questuomo e la vita che ha vissuto. Di recente una rivista ha pubblicato uninchiesta, bisognava votare luomo pi influente nella storia. Sai chi ha vinto? Maometto. Dimmi, perch secondo te?
Ma pensi che potresti vivere alla Mecca o a Medina? Cosa succede alla libert individuale in quei posti? Se ti trasferissi nelle citt simbolo dellislam, che ne sarebbe delle tue sigarette e della birra?
La Mecca e Medina sono casi speciali. S, potrei vivere in Terra Benedetta. La vedrei come un paysage moralis. C unenergia spirituale in quella topografia, grazie alla quale si possono sopportare le limitazioni fisiche. Ora posso bermi questa  e indic la bottiglia della birra  e so che  una scelta che ho fatto, e la conseguenza di quella scelta  che non potr accedere al vino del paradiso. Di sicuro sai cosa dice Paul de Man a proposito dellintuizione e della cecit. Secondo la sua teoria, unintuizione pu di fatto oscurare altre cose, diventando cecit. E anche lopposto, ci che pare cieco potrebbe aprire varie possibilit. Quando parlo dellintuizione come forma di cecit mi riferisco alla razionalit, al razionalismo, che  cieco a Dio e alle cose che Dio pu offrire agli esseri umani. Questo  il fallimento dellIlluminismo.
E De Man, guarda caso, studiava a Bruxelles, nella stessa universit a cui ero approdato io quando arrivai dal Marocco sette anni fa. Avevo fatto domanda per un dottorato in teoria critica, perch il dipartimento era famoso per quel corso. Allora era il mio sogno, i giovani possono fare sogni molto precisi. Volevo essere il nuovo Edward Sad! E lo sarei diventato studiando letteratura comparata, usandola come base per la critica sociale. Ho dovuto iniziare tardi perch il mio permesso di soggiorno non era pronto, e luniversit mi ha concesso di fare tutto il corso in otto mesi, dal gennaio 2001 allagosto dello stesso anno. Poi ho scritto la tesi, che era sulla Poetica dello spazio di Gaston Bachelard.
Il dipartimento rifiut la mia tesi. Su che basi? Plagio. Non diedero spiegazioni. Dissero soltanto che dovevo proporne unaltra entro dodici mesi. Ero distrutto, lasciai gli studi. Plagio? Le uniche spiegazioni erano che si rifiutavano di credere alla mia padronanza dellinglese e della teoria oppure, e penso sia pi probabile, mi volevano punire per eventi di portata planetaria in cui non avevo avuto nessun ruolo. La mia commissione di laurea si era riunita il 20 settembre 2001 e per loro, con tutto quello che era successo e continuava a finire sulle prime pagine, cera un marocchino che scriveva di differenza e rivelazione. Quellanno tutte le mie illusioni sullEuropa svanirono. LEuropa avrebbe dovuto essere la risposta perfetta alloppressione del re in Marocco. Ero deluso.
Il mio stupido sogno di giovent era ottenere il dottorato a venticinque anni. Mi sono laureato a Rabat a ventun anni, e sapevo esattamente quale strada prendere. Be, adesso ho ventinove anni. Sono passato alluniversit di Liegi, e sto facendo un master part-time in traduzione. Vado due, tre volte a settimana ma nel profondo so che non centra niente con me. Io avrei dovuto diventare ricercatore. Forse far domanda per un dottorato in traduzione. Voglio scrivere di Babele, di come da una sola lingua ne nacquero molte altre, unidea religiosa forse, ma posso farne un percorso di ricerca. Non  la mia priorit, ma cosa posso farci? Laltra porta sembra chiusa ormai.
Farouq aveva gli occhi lucidi. La ferita era profonda. Quanti aspiranti radicali come lui erano diventati tali per unanaloga mancanza di rispetto? Era ora di andare. Mi aveva fatto avvicinare troppo al suo dolore, e non lo vedevo pi. Al suo posto cera il giovane Vito Corleone, che si muoveva svelto tra i tetti di Little Italy, avanzando verso la casa del padrino locale, il cui potere sarebbe stato ben presto usurpato; la sua volont lavrebbe portato molto pi lontano di quel che avrebbe potuto immaginare o desiderare, il suo futuro sarebbe parso sproporzionato a quel giovane snello che saltava agile da un tetto allaltro con un omicidio in mente.
Farouq fin la birra. Cera qualcosa di potente in lui, unintelligenza viva, che si considerava indomita. Ma lui era fra quelli che avevano fallito. Avrebbe seguito un copione conforme a questo.

10.

Correvo per le strade di Lagos con mia sorella. Stavamo facendo una maratona, schivando cani randagi e vagabondi. Ma io non ho sorelle, sono figlio unico. Quando mi svegliai, era completamente buio. I miei occhi cercarono di abituarsi alloscurit. Dal calore del letto sentivo i suoni del traffico. Come sempre quando ci si sveglia cos, era impossibile capire che ora fosse. Ma un terrore ancora pi profondo mi travolse: non sapevo dovero. Un letto caldo, il buio, il rumore del traffico. Che paese ? Di chi  questa casa, con chi sono? Allungai una mano, non cera nessun altro nel letto. Ero da solo perch non avevo una compagna o perch la mia compagna era lontana? Galleggiavo nel buio, anonimo a me stesso, smarrito nella sensazione che il mondo esisteva ma io non ne facevo pi parte.
La prima questione che trov risposta era sulla compagna: non avevo nessuna compagna, ero solo. Quella consapevolezza mi plac immediatamente. Era il non sapere che mi aveva angosciato. Laltra informazione arriv subito dopo: ero a Bruxelles, in Belgio, in un appartamento in affitto, al piano terra, e il rumore che arrivava da fuori era quello dei camion della nettezza urbana. Arrivavano il venerd, prima dellalba. Ero qualcuno, non un corpo senza anima. Ero tornato pian piano a me stesso. Lo sforzo di mettere insieme quella zavorra per stabilizzare la mia identit, una zavorra apparentemente banale senza cui il mio cuore avrebbe potuto cedere, fu sfiancante. Ricaddi in un sonno senza sogni, mentre fuori i camion continuavano a rombare. Quando mi risvegliai era quasi mezzogiorno. La luce naturale che entrava nella stanza era diluita dalla pioggia. Era il settimo giorno di pioggia, una pioggia fastidiosa, che scendeva piano, gocciolando senza grandiosit biblica. Ma la sua durata mi fece tornare in mente lunica altra occasione che ricordavo in cui aveva piovuto per giorni. Di sicuro era capitato altre volte, ma solo quellincidente solitario spiccava nella mia memoria. Avevo nove anni, un anno dopo sarei andato in collegio.
Era una mattinata tersa, calda, come tutte le altre nella serie infinita di giornate calde che ci accompagnavano tutti i mesi dellanno. Ero tornato da scuola alle due, avevo pranzato e poi avevo fatto un pisolino, cosa per me insolita. Quando mi ero svegliato, mia madre era uscita, per fare delle compere o andare in banca. Mio padre sarebbe tornato dal lavoro pi tardi e a casa cera solo la madre di mio padre. La sua stanza era a pianterreno, dietro la cucina, nella parte della casa in cui cera anche lo studio. Andai a cercarla, stava dormendo. Non cera elettricit in quel momento della giornata, altrimenti avrei guardato un po di televisione. Durante i giorni di scuola non avevo il permesso di guardare la tele, e lunica cosa interessante nel fine settimana erano i programmi sportivi: calcio dallInghilterra il sabato sera e campionato italiano la domenica. Quindi mi capitava di rompere la regola della televisione se mia madre usciva durante la settimana. La nonna non ci sentiva bene. Se era al piano di sotto, potevo dirle che stavo andando di sopra a fare i compiti e poi invece guardavo due ore di televisione finch sentivo il clacson della macchina di mia madre al cancello. Quando andava via la luce e non potevo guardare la tele, ero perduto. Scesi in cucina e aprii il frigorifero. Non ronzava, e non si accese nessuna luce. Dentro, le bottiglie cominciavano a ricoprirsi di gocce: lacqua bollita che bevevamo, logi fermentato che prendevamo a colazione, la Coca-Cola e le altre bibite che tenevamo per eventuali ospiti.
Le bevande erano per feste ed eventi speciali. Quando venivano a trovarci altre famiglie, gliele servivamo e i bambini sgomitavano sempre per avere la Fanta  la pi ambita  o la 7 Up oppure, in fondo alla gerarchia, la Coca-Cola. Era una classificazione assurda. Certi bambini erano convinti che la Coca-Cola li avrebbe resi pi neri, proprio come credevano che mangiare lamala scurisse la pelle. I pi piccoli si mettevano a piangere se la Fanta era finita e dovevano accontentarsi della Coca-Cola. Essendo un meticcio, non avevo idea di cosa significasse essere pi scuri: era la minore delle mie preoccupazioni. Come figlio unico, avevo formato i miei gusti in modo semplice, sulla base di quello che mi piaceva. La Coca-Cola mi piaceva perch nientaltro aveva lo stesso sapore. Nelle altre bibite, le bollicine non erano mai cos convincenti, e la Fanta era dolce in modo nauseabondo. Ma a casa nostra, come per tutte le cose buone dellinfanzia, la Coca-Cola era una sostanza controllata. Prendere la Coca dal frigo sarebbe stato come aprire larmadietto degli alcolici di mio padre. E cos, in quella giornata torrida, non potei resistere alla tentazione: volevo una Coca. Non pestai i piedi, n strinsi i pugni: non avrei avuto testimoni per un capriccio. La nonna dormiva e, in ogni caso, non aveva voce in capitolo. Aprii il frigorifero, e feci dondolare la porta avanti e indietro.
Solo mia madre poteva darmi il permesso. Potevo aspettare che ritornasse, ma il mio desiderio non aveva nulla di razionale, sarebbe stato come chiederle il permesso per aggiungere i miei vestiti alla pila del lavandaio invece di lavarmeli da solo. Mi avrebbe guardato stupita, e commentato che non ero pi un bambino, e che dovevo ritenermi fortunato rispetto ad altri ragazzi. La mia richiesta infantile mi avrebbe imbarazzato allistante e la sua finta sorpresa sarebbe stata insopportabile per un ragazzo orgoglioso come me. Ma quelle regole erano state create da mio padre. Aveva le idee molto chiare su come non viziare un bambino. Per toccava a mia madre farle rispettare, e se io mi ribellavo  cosa che succedeva di rado visto che per me coincidevano con linfanzia  lo facevo con mia madre, senza tenere conto del ruolo di mio padre. Cos mi ero creato unimmagine innocente di lui. Ma gradualmente, il sogno di sfuggire a questi ruoli parentali si era cristallizzato nella mia mente come ideale adulto. Non cera nessun punto di partenza per la ribellione, ma potevo sceglierne uno in modo arbitrario: un grande era in prima istanza qualcuno che poteva bere una Coca-Cola quando gli pareva. E cos, dopo aver chiuso la porta del frigo, la riaprii, presi una delle bottiglie gocciolanti e senza volerlo la appoggiai rumorosamente sul lavello (la camera della nonna era l accanto).
Rimisi la bottiglia in frigorifero e uscii. Faceva meno caldo e le nuvole avevano incominciato a muoversi nel cielo pi scuro. Non dimenticher mai lintensit della sensazione che provai in quel momento. Promisi a me stesso, elettrizzato dalla consapevolezza di pronunciare un giuramento, che da grande avrei bevuto impunemente tutta la Coca-Cola che volevo. Nella mia immaginazione, la scena avveniva in cucina. Vedevo una versione adulta di me stesso che avanza disinvolta verso il frigo e lo apre. Per un attimo, la mia versione futura medita con calma su cosa vuole, e vuole sempre una Coca. La prende, la stappa con lapribottiglia, e versa il liquido sibilante in un bicchiere pieno di ghiaccio. Questa versione adulta di me ripete la scena ogni giorno, ogni benedetto giorno: il pensiero di quellassiduit mi rendeva pazzamente euforico. Il cuore accelerava al pensiero di quella vendetta e avrei voluto farla finita, subito, con linfanzia. Invece, non potevo andare contro le regole. Tornai sul retro della casa.
Levai il coperchio dacciaio che copriva il pozzo e ci guardai dentro. Lacqua era trenta metri pi in basso. Cerano ancora gli spiriti? Gli uomini che avevano scavato il pozzo si erano anche premurati di offrire agli spiriti degli alcolici, che mio padre aveva pagato. Gli spiriti erano stati soltanto placati o scacciati per sempre? La superficie era troppo lontana per essere visibile. Per quando mi sforzassi non vedevo niente, cos presi un sasso e lo lasciai cadere. Colp la parete del pozzo con un tonfo e a quello rispose uno schiocco quando arriv. Forse avrei dovuto salire a fare le divisioni. Presi un sasso pi grosso e lo lanciai con pi forza. Rimbalz varie volte finch lacqua invisibile lo inghiott rumorosamente. Mi sfilai le ciabatte di gomma e mi sedetti sul bordo del pozzo, prima con i piedi verso lesterno, poi, uno alla volta, verso linterno, e rimasi con le gambe che penzolavano nel vuoto. Mi sentivo eroico, coraggioso; ma cosa sarebbe successo se uno spirito mi avesse dato uno spintone? Il pozzo era vicino al muro di cinta. Un programma che avevo visto di recente alla tele mi aveva convinto che gli spiriti si riunivano negli angoli dei muri di cinta, e quei quattro punti erano lunica parte della propriet che temevo davvero. Riportai pian piano le gambe verso la salvezza, rimisi il coperchio al suo posto e rientrai in casa.
Al piano di sopra, le lunghe divisioni sembravano improponibili. Infilai una mano nei calzoncini. Poi li sfilai, tolsi le mutande e anche la maglietta. Mi distesi e cominciai a toccarmi, ma non avevo fantasia e non sapevo cosa fare. Me ne stavo l con i genitali in mano, quando allimprovviso mi resi conto che avevo visto un giornaletto, molto tempo prima, avr avuto sei o sette anni. Leccitazione mi tolse il respiro, cos come il pensiero che il giornaletto potesse ancora essere in casa. Mi rivestii in fretta, scesi in studio, e mi misi a cercare, freneticamente ma in silenzio, nelle pile di vecchie riviste. Doveva essere stato lasciato in giro da qualche zio ribelle, era un giornale patinato (non avrei potuto inventare quel dettaglio) e conteneva ci che ora cercavo disperatamente di rivedere. Controllai metodicamente tutte le riviste nello studio, i vecchi faldoni con le stampate e i grafici di quando mio padre studiava, i resoconti annuali delle societ nigeriane di cui i miei genitori avevano comprato azioni. Cercai per quasi unora, sfogliando un polveroso tascabile intitolato Il linguaggio del corpo, un libro anni Settanta di psicologia divulgativa, ma non cera nulla che facesse al caso mio. Frugai tra i raccoglitori sulla mensola pi bassa, poi lasciai perdere e tornai di sopra. Dopo un po ritentai, spinto da un desiderio che mi sembrava quasi esterno a me, e guardai sotto i materassi, il mio, quello di mio padre e di mia madre, invano. Rifeci i letti. Ero agitato, ansimante.
Scesi in cucina, presi dal frigo una bottiglia di Coca e uscii in giardino, sul retro. Sembrava che il cielo si fosse di nuovo schiarito. Mi sedetti sul coperchio del pozzo, aprii la bottiglia con i denti, e mandai gi il liquido cos in fretta che mi bruciava la gola. Mi asciugai la bocca e portai la bottiglia vuota nel magazzino, dove ne presi una piena da mettere in frigo. Era un giorno infrasettimanale e non avevo ancora fatto i compiti per lindomani; mi misi al lavoro mentre sentivo la nonna che si aggirava al piano di sotto. Fu allora che inizi a piovere, e poco dopo sentii il clacson di mia madre. Corsi gi ad aprire il cancello. Cera una pioggia torrenziale ed ero gi fradicio quando aprii il lucchetto e spalancai la grossa porta di metallo. Lauto entr trasportando mia madre, lautorit verso cui avevo diretto tutta la mia rabbia silenziosa nel pomeriggio. Persi tempo a chiudere il cancello, poi buttai allindietro la testa e la pioggia dilu il dolce sapore appiccicoso che avevo ancora in bocca. Quindi corsi da mia madre per aiutarla a portare i sacchetti della spesa. Avrei preferito rimanere l, a farmi fustigare dalla pioggia e a berla, ma entrai e mi cambiai i vestiti zuppi. Lelettricit non era tornata, ma arriv poco prima che mio padre rientrasse con il suo autista, verso le otto.
Da quello scroscio improvviso, la pioggia continu a scendere per tutta la notte e il giorno dopo e quello dopo ancora. Era cos implacabile e intensa che eravamo tutti spaventati, confusi. Avevamo visto spesso la pioggia, ma niente del genere. Anche il vialetto asfaltato di casa nostra sembrava cedere sotto lacqua. I capienti canali di scolo drenavano lacqua, ma sulle strade la vita era un caos di fango. Molte auto si bloccavano nelle strade inondate e ci mettevo il doppio ad andare a scuola. Io ero sempre di cattivo umore. Non rivelai a nessuno cosa non andava, e nessuno me lo chiedeva. Nel pozzo, dove non ero pi tornato, lacqua doveva essere salita tantissimo, e forse ora si sarebbero visti i riflessi nelle acque scure. Era quasi impossibile pensare  allora non mi era capitato, ma mi veniva in mente ora  che quella pioggia non cadesse dappertutto. Sembrava non avere confini ed era destinata a durare tre lunghi giorni prima di esaurirsi.
La pioggia a Bruxelles non era certo cos forte, ma le previsioni dicevano che si sarebbe trasformata in un violento temporale nel fine settimana. Nei miei pensieri era diventata uneco distante, smorzata, di quellacquazzone della mia infanzia. Ma la storia associata a quella pioggia antica era passata, e non aveva nessun significato per il presente. In parte  il desiderio sovreccitato, il giuramento  era una cosa buffa, un pensiero che, quando mi passava per la testa, mi divertiva. Ormai non sopportavo la Coca-Cola, n il gusto n lavida multinazionale che la produceva, n lo stridio onnipresente della pubblicit. Per molti anni avevo avuto la tentazione di sovrinterpretare gli altri eventi della giornata, ma quello che successe dopo, tra me e mia madre, era collegabile a qualsiasi altra giornata della mia adolescenza oltre che a quel giorno di pioggia.
Guardando in strada dalla finestra del mio appartamento, vidi un lampione rotto e un giornale in una pozzanghera. Il marciapiedi pulsava, battuto dalle gocce, e su un muro qualcuno aveva scritto a spray la parola ZOFIA e, pi in piccolo, JE TAIME.

11.

Arrivai troppo presto al ristorante Aux Quatre Vents, dove avrei cenato con la dottoressa Maillotte. Il cielo, dopo sette giorni di pioggia, era sempre pi scuro, e rimasi sotto il tendone a cercare di aggiustare una molla dellombrello. Al di l della strada vedevo limponente facciata ovest di Notre-Dame-de-la-Chapelle. Il vento torturava tutto quello che incontrava sul suo percorso, ribaltava bidoni della spazzatura, scrollava alberi senza foglie e travolgeva i passanti, ma con la cattedrale era una battaglia persa. La struttura di pietra era fustigata dalla pioggia, nientaltro. La dottoressa Maillotte non sarebbe arrivata prima di unaltra mezzora, quindi attraversai la strada per andare in chiesa.
Le porte erano aperte ed entrando la prima impressione fu di totale silenzio. Ma subito dopo il mio udito si abitu e sentii il suono debole dellorgano. Guardai nella navata centrale, ma non si vedeva nessuno. Avanzai lungo la navata sud della cattedrale, sotto le svettanti campate. Non si sentiva nulla della pioggia di fuori, e man mano che mi avvicinavo allaltare la musica si faceva pi forte. Di solito in queste grandi chiese cera sempre qualcuno del personale e qualche turista. Quindi mi sorprese trovarmi in quellantro completamente solo, a eccezione dellinvisibile organista: una situazione desolata anche per un piovoso venerd pomeriggio. Proprio allora notai una dissonanza nel suono dellorgano. Cerano note di fuga ben distinte che affioravano nella struttura musicale, come frammenti di luce che si rifrangevano dalle vetrate. Ero sicuro che si trattasse di un pezzo barocco, non che lavessi mai sentito prima, ma riconoscevo tutte le ornamentazioni tipiche di quel periodo, eppure aveva assunto lo spirito di qualcosaltro  mi veniva in mente O God Abufe di Peter Maxwell Davies , un senso di dispersione, di frattura. Ma il volume era cos basso che, anche se sentivo linquietante semitono di un tritono la melodia era difficile da cogliere nel suo insieme.
Poi vidi che non cera nessun organista. La musica era registrata e diffusa da minuscoli altoparlanti appesi agli enormi pilastri del transetto centrale. Vidi anche la fonte della frattura nel suono: un piccolo aspirapolvere giallo. Il brusio della macchina era aumentato, fondendosi con la musica dellorgano registrata e creando un diabolus in musica. La donna delle pulizie non alz lo sguardo mentre si muoveva tra le piccole sedie di legno della navata nord. Indossava una sciarpa verde acceso e un cappotto che le arrivava fino ai piedi. Invece di andare verso il transetto centrale avanzai nella navata sud, verso laltare. La donna continuava a lavorare, del tutto assorta nel suo lavoro, mentre la musica dorgano si intrecciava al tremolante ronzio dellaspirapolvere.
Qualche settimana prima avrei pensato che la donna fosse congolese. Ero arrivato a Bruxelles con lidea che tutti gli africani in citt venissero dal Congo. Conoscevo il legame coloniale del paese e la storia dello stato degli schiavi, e quelle nozioni avevano spazzato via qualsiasi altra idea dalla mia testa. Ma poi una sera ero andato al Le Panais, un club-ristorante su rue du Trne. Passai la serata da solo a un tavolo, a bere e a guardare i giovani congolesi, eleganti e alla moda, che flirtavano. Le donne avevano grandi chiome ricciute o treccine e gli uomini portavano camicie a maniche lunghe infilate nei jeans e sembravano marcatamente africani, come se fossero appena arrivati. In sottofondo cera hip hop americano, e let media era venticinque, trentanni. Era una scena comune in qualsiasi citt africana o occidentale: un venerd sera con giovani, musica, alcol. Stavo per andarmene dopo aver pagato il conto, quando il barista venne a parlarmi. Mi chiese da dove venivo e cominciammo a chiacchierare. Lui era mezzo maliano e mezzo ruandese. E questi giovani, chiesi, sono tutti congolesi? Scroll il capo. Venivano tutti dal Ruanda.
Lidea di essere circondato da una sessantina di ruandesi cambi lo spirito della serata. Era come se allimprovviso laria fosse satura di tutte le loro storie. Quali perdite si nascondono dietro le risate e gli ammiccamenti?, mi chiedevo. Molti di loro erano adolescenti durante il genocidio. Chi, tra i presenti, aveva ucciso o era stato testimone di un omicidio? I volti sereni di certo mascheravano un dolore che non potevo vedere. Chi tra loro aveva cercato la salvezza nella religione? Cos cambiai idea e, invece di andarmene, ordinai ancora da bere. Osservai le coppie, i gruppetti di quattro o cinque, gli uomini in terzetti, palesemente rapiti dai corpi delle belle donne che ballavano. Linnocenza in mostra era impenetrabile e ordinaria. Erano esattamente come i giovani di tante altre citt. E percepii parte di quella gabbia mentale  impalpabile a volte, ma sempre presente  che provavo ogni volta che mi venivano presentati dei ragazzi serbi o croati, o provenienti dalla Sierra Leone o dalla Liberia. Era il dubbio che anche loro forse avevano ucciso pi e pi volte, e solo in seguito imparato a sembrare innocenti. Quando uscii dal Le Panais era tardi. Camminai per cinque chilometri nelle strade silenziose, fino a casa.
In chiesa, guardando la donna che lentamente faceva rientrare il tubo dellaspiravolvere, pensai che anche lei potesse essere venuta in Belgio per dimenticare. La sua presenza in chiesa poteva essere un duplice strumento di fuga: un rifugio dalle pressioni della vita famigliare e un nascondiglio da quello che probabilmente aveva vissuto in Camerun o in Congo, o forse in Ruanda. E forse la sua fuga non era da qualcosa che aveva fatto ma da quello che aveva visto. Era unipotesi. Non avrei mai scoperto la verit, perch custodiva gelosamente il suo segreto, come facevano le donne che Vermeer dipingeva nella stessa perpendicolare luce grigia. Superai il coro e, quando le passai vicino dalla navata a nord, le feci un cenno di saluto con il capo prima di dirigermi verso luscita. Ma davanti allentrata era comparso allimprovviso qualcun altro. Ero sorpreso. Non lavevo visto avvicinarsi alle mie spalle: un bianco di mezza et, con una barba folta. Sembrava un parroco, o un sagrestano. Mi ignor e prosegu verso la navata sud. I suoi passi non emettevano alcun suono.
Allentrata del ristorante cera un televisore che trasmetteva il notiziario a basso volume. Sullo schermo stava passando unimmagine aerea di un mare in burrasca, con la didascalia la Manche, la Manica. Riuscivo a vedere solo una nave container in difficolt. Tutti e ventisei i membri dellequipaggio si erano gettati in mare con le scialuppe di salvataggio. La nave, un rettangolo arancione, sembrava un giocattolo, e oscillava pericolosamente nel mare gonfio, circondata da minuscole, vacillanti scialuppe arancioni. Limmagine si spost su un annuncio meteorologico secondo cui il maltempo si stava diffondendo in tutta Europa, muovendosi rapidamente verso est. Aveva gi fatto gravi danni in Germania: un ponte crollato, numerosi alberi spezzati, automobili ribaltate. Poi qualcuno mi tocc il braccio. Era la dottoressa Maillotte. Mi baci sulla guancia e disse: Il tempo non  mai cos brutto,  linverno pi strano che io abbia mai visto; venga, ceniamo. Poi aggiunse, Aspetti, mi sono dimenticata, preferisce linglese, vero? Va bene, lo terr a mente, parleremo inglese.
Ci sedemmo vicino a una grande finestra che arrivava fino a terra, al di l della quale la pioggia scendeva come una lastra. Disse che era appena uscita da una riunione per una fondazione con cui collaborava. Odio le riunioni, aggiunse, certe cose sono molto pi facili quando  una sola persona a decidere. Era facile immaginare il suo stile in sala operatoria o in una riunione ufficiale. Prese un pezzo di pane e lo mastic in fretta mentre studiava il menu, poi disse, con aria distratta, Abbiamo parlato di jazz in aereo? Mi pare di s, giusto? Ma se le piace il jazz le racconto di Cannonball Adderley.  stato un mio paziente. Le sue mani ricoperte di vene sottili continuavano a spezzare abilmente il pane. Mi sembrava molto pi vecchia di quando ci eravamo incontrati. A dire la verit era suo fratello, Nat Adderley, che avevo in cura a Philadelphia. Gli avevo tolto dei calcoli, e tramite lui ho conosciuto Cannonball, che poi  diventato a sua volta mio paziente. Aveva la pressione alta. A ogni modo, grazie ai fratelli Adderley mio marito e io abbiamo conosciuto molti dei jazzisti pi famosi degli anni Sessanta. Chet Baker.
Il cameriere, un sosia di Obelix, venne a prendere il nostro ordine, waterzooi per lei, vitello per me. Mi chiese se mi piaceva il vino, e quando dissi di s, ordin una caraffa di beaujolais. Philly Joe Jones, il batterista. E anche Bill Evans. Conosce Art Blakey? A Cannonball piaceva presentare i suoi amici, quindi grazie a lui abbiamo conosciuto un sacco di personaggi incredibili. Siamo andati a cos tanti concerti che non riuscirei a contarli. Poi quando Cannonball  morto, a met degli anni Settanta, non ne abbiamo visti pi. Aveva avuto un infarto, e come tutti gli altri jazzisti, era giovanissimo. Quarantadue anni, o forse quarantasei.
Ero felice di essere l con lei, e mi piaceva il modo in cui presentava quegli aneddoti, estraendoli come conigli dal cappello. Non conoscevo i jazzisti che andava elencando, ma capivo che il fatto di aver fatto parte, o meglio, di essersi imbattuta in quellambiente, era stato incredibilmente significativo per lei.
Mi resi conto di quando fosse fugace il senso di felicit, e debole la sua fonte: un ristorante confortevole dopo essere stati sotto la pioggia, il profumo del cibo e del vino, una conversazione interessante, la luce soffusa che si posava sul ciliegio lucido dei tavoli. Ci voleva cos poco per spostare lumore da un livello a un altro, come muovere le pedine su una scacchiera. Il fatto stesso di rendersene conto, durante un istante di felicit, equivaleva a spostare una pedina, e a essere leggermente meno felici. E suo marito, le chiesi, non viene a Bruxelles spesso quanto lei? No, lui sta molto meglio negli Stati Uniti. Pian piano ha perso i contatti con il Belgio. Io torno ancora per gli amici. E anche perch non sopporto il moralismo americano. E lei va spesso in Nigeria? No, dissi, lultima volta  stato due anni fa, e prima non ci ero andato per quindici anni; e in pi mi sono fermato poco. Centra il fatto che sono stato molto impegnato, e poi ho perso i contatti, come diceva lei poco fa. In pi, mio padre  morto appena prima che me ne andassi, e non ho fratelli.
I nostri piatti arrivarono. Quindi linglese  la sua seconda lingua, disse. E qual  la prima? Per un secondo pensai che avrei potuto dire che il tedesco, e non linglese, era la mia seconda lingua, lidioma che avevo usato solo con mia madre fino ai cinque anni, e che poi avevo completamente dimenticato. Anche se persino ora, sentire un bambino gridare in un supermercato, Mutter, wo bist du?, mi faceva soffrire; probabilmente anchio dicevo spesso quella frase, un tempo. Linglese venne solo in un secondo momento, a scuola. Ma preferivo non entrare nei dettagli di quella storia, quindi le dissi che la mia prima lingua era lo yoruba.  la seconda lingua nativa pi parlata in Nigeria, dissi. Fino alle elementari parlavo solo yoruba.
E lo parla ancora bene? S, dissi, me la cavo, ma ormai linglese  pi forte. Volevo chiederle una cosa, le dissi. Lei  stata via per molto tempo, quindi non  affatto la tipica donna belga, per mi chiedevo che ne pensa di una cosa che un amico mi ha detto di recente. Ha descritto il Belgio come un posto difficile per gli arabi. Il suo problema  vivere qui e mantenere la sua unicit, il suo essere diverso. Secondo lei  davvero cos? Non so se si ricorda, ma in aereo mi ha detto che in Belgio non si bada troppo al colore della pelle. Ma a quanto pare lesperienza di Farouq  il mio amico   stata diversa nei sette anni in cui ha vissuto qui. Penso che gli abbiano persino rifiutato la tesi in universit perch affrontava un tema che metteva a disagio la commissione.
Non aveva ancora toccato il suo waterzooi. Continu a mangiucchiare pane mentre rispondeva in modo spassionato alla mia domanda. Senta, conosco quel tipo di persona, disse, questi giovani che se ne vanno in giro come se il mondo li offendesse di continuo.  pericoloso. Pensare di essere gli unici a soffrire  molto pericoloso. Avere un risentimento cos profondo vuol dire andare in cerca di guai. La nostra societ ha aperto le porte a queste persone, ma quando arrivano senti solo lamentele. Perch trasferirsi in un posto solo per dimostrare quanto si  diversi? E perch una societ del genere dovrebbe darti il benvenuto? Ma se si vive a lungo quanto me  facile capire che c una variet infinita di ostacoli al mondo.  difficile per tutti. Annuii. Ma sarebbe stato diverso, dissi, se avesse sentito la storia narrata da lui. Non  un lamentoso, e non mi pare pieno di risentimento, non proprio. Penso che la sua sofferenza sia sincera. Sono sicura che lo sia, disse, ma se sei troppo fedele alla tua sofferenza ti dimentichi che anche gli altri soffrono. Se ho dovuto lasciare il Belgio e cercare di ricrearmi una vita in un altro paese c un motivo ben preciso. Ma non mi lamento e, se devo essere onesta, ho poca pazienza per chi lo fa. Lei non  uno che si lamenta, vero?
Mentre mangiavo, pensai a suo figlio, il figlio che era morto. Avrei voluto sapere qualcosa di lui, e della fondazione che era stata creata in sua memoria, ma non osavo chiedere. Alla fine, la dottoressa immerse il cucchiaio nella zuppa cremosa che aveva di fronte. Il ristorante era quasi vuoto; era unora insolita, tardi per il pranzo e qualche ora prima di cena. Quindi, disse, quanto si ferma qui? Parto domani mattina, risposi. Disse che lei sarebbe rimasta ancora per qualche settimana, e che aveva in mente di comprarsi una piccola macchina sportiva, depoca, visto che passava sempre pi tempo in Belgio, e poi ricominci a parlare di jazz. Il pomeriggio pass piacevolmente. Speravo che non cercasse di offrirmi il pranzo, e non lo fece. Deve chiamarmi se passa da Philadelphia, disse. Abbiamo una casa vicino ai boschi, in periferia,  un posto bellissimo in estate e ancora di pi in autunno. Mentre parlava percepii ancora quella sensazione di benessere che mi pervadeva, una sensazione che, anche allora, non riuscivo a coniugare col modo in cui aveva liquidato la storia di Farouq. E si ricordi di ascoltare Somethin Else, di Cannonball.  il migliore dei suoi album, un classico. Promisi che me lo sarei procurato.
Mentre attraversavo place de la Chapelle e poi Sablon, diretto ai musei, mi chiesi se avrei incontrato la donna ceca, pur sapendo che era improbabile che si trovasse ancora in citt. La pioggia era diminuita leggermente, ma allimprovviso il vento si era alzato, rivoltando il mio ombrello come un calzino. Uno dei raggi si ruppe, sfilando una delle molle che avevo cercato di aggiustare, e lombrello rimase aperto solo a met. E anche se volevo ripararmi dalla pioggia e andare a casa, fui attirato da un piccolo monumento in un giardino su rue de la Rgence, allincrocio con rue Bodenbroek. Lavevo gi visto prima, con il bel tempo, ma non mi ero mai fermato a osservarlo attentamente. Era un busto bronzeo del poeta Paul Claudel che torreggiava su un piedistallo a lato della strada come un tempietto dedicato a Ermes.
Claudel era stato ambasciatore francese del Belgio negli anni Trenta, e in seguito era diventato famoso per le sue opere teatrali fortemente cattoliche e per le sue tendenze di destra. Il suo sostegno ai collaboratori e al maresciallo Ptain durante la guerra gli procur il disprezzo di molti, ma W. H. Auden, un agnostico di sinistra, lo stimava. Auden scrisse: Il tempo perdoner Paul Claudel, lo perdoner perch scrive bene. E mentre osservavo il busto sotto la pioggia, fustigato dal vento, mi chiesi se fosse davvero cos semplice, se il tempo fosse davvero cos libero dai ricordi, cos generoso di perdoni, se scrivere bene poteva davvero sostituire una vita retta. Ma Claudel, dovetti ricordare a me stesso, non era certo lunica figura problematica tra le centinaia di statue e monumenti di Bruxelles. Era una citt di monumenti, una grandeur di metallo e pietra, caparbie risposte a domande scomode. In ogni caso, era ora di andare a casa, di lasciare Claudel con la sua testa di bronzo bagnata, di lasciare, nel museo accanto, il Bruegel di Auden con il suo Icaro caduto, e lindimenticabile dipinto anonimo della bambina con in mano un passero morto.
Aspettai alla fermata davanti alla magnifica facciata in ferro del Muse des instruments de musique, e lautobus, quando arriv, era quasi pieno, umido e caldo, e tutti faticavamo a respirare. Attraversammo la citt in quello spazio soffocante, cercando di sbirciare dai finestrini appannati le strade battute dal vento. Scesi a Flagey. Il mio ombrello era ormai inservibile, e lo buttai via. In rue Philippe mi trovai a camminare dietro una donna che spingeva una carrozzina. Camminavamo in fila indiana tra gli edifici e una serie di ostacoli temporanei, grossi pannelli di plastica ancorati ai blocchi di cemento di un cantiere. Unimprovvisa folata di vento sollev i pannelli, che erano legati uno allaltro, e li ribalt verso di noi. Distinto, mi lanciai in avanti e fermai la caduta con le mani. Vacillai ma non persi lequilibrio. La donna, giovane e dai colori mediterranei, con un paio di jeans troppo aderenti, era riuscita per un pelo a mettere in salvo la carrozzina. Non vedevo il bambino, che era infagottato e protetto dalla pioggia da un telo di plastica trasparente. La giovane madre mi ringrazi varie volte, senza fiato. Era sconvolta dalla rapidit con cui tutto era successo. Minimizzai la cosa con un cenno della mano, orgoglioso.
Il vento continuava a ululare, furibondo. Un centinaio di anni prima, la stradina su cui stavamo camminando era un torrente. Poi gli urbanisti avevano deciso di ricoprirla e le case si erano ritrovate davanti al traffico invece che allacqua. Ma sotto la strada lacqua scorreva ancora, e ora stava tornando, sotto forma di pioggia: acqua dal cielo e acqua sottoterra.
Salvare distinto un bambino, un po di felicit; qualche ora con i ruandesi, quelli che erano sopravvissuti, un po di tristezza: lidea del nostro anonimato finale, un altro po di tristezza, il desiderio sessuale soddisfatto senza complicazioni, un altro po di felicit, e avanti cos, un pensiero dopo laltro. La condizione umana mi pareva meschina, lessere soggetti a quella lotta costante per modulare lambiente interiore, sballottati come nuvole. Come era prevedibile, la mente annot anche quel giudizio, e gli assegn il suo punteggio: un po di tristezza. Lacqua che un tempo scorreva lungo la strada che stavamo percorrendo era confluita in uno stagno al centro di Flagey, uno stagno che era stato cancellato per creare uno spartitraffico, rievocando la creazione della terra nei miti pi antichi, come una divisione delle acque.
Era notte, ormai. Entrai in casa, mi spogliai, e mi distesi sul letto nella camera buia, nudo. Grosse gocce di pioggia picchiettavano sulla finestra. Le previsioni avevano ragione, la pioggia sferzava la terra tuttintorno a me, in cerchi sempre pi ampi. Cadeva sul quartiere portoghese, sulla statua di Pessoa e su Casa Botelho. Cadeva sul negozio di Khalil, dove forse Farouq aveva appena iniziato il suo turno di lavoro. Cadeva sulla testa di bronzo di Leopoldo II, su quella di Claudel, sulle pietre del Palais Royal. La pioggia continuava a scendere, sul campo di battaglia di Waterloo appena fuori citt, sulla collina del Leone, le Ardenne, le valli implacabili piene di ossa di giovani ormai vecchie, sulle citt indenni a ovest, su Ypres e i crocchi di croci bianche che punteggiavano i campi delle Fiandre, sulla Manica burrascosa, sul gelido Mare del Nord, sulla Danimarca, la Francia, la Germania.

Parte seconda

Ho esplorato me stesso

12.

Mi sforzavo di sviluppare una mente dinverno. Verso la fine dellanno precedente mi ero detto ad alta voce, come faccio di solito con i propositi solenni, che avrei dovuto abbracciare linverno come parte del ciclo naturale delle stagioni. Da quando avevo lasciato la Nigeria, avevo avuto un atteggiamento pessimo nei confronti del freddo e volevo cambiare le cose. I miei sforzi ebbero un successo insperato, e superai ottobre, novembre e dicembre pronto ad affrontare vento e neve. Avevo preso labitudine di vestirmi pesante e mi aveva aiutato molto. Senza controllare le previsioni, indossavo mutandoni di lana, due paia di calze, sciarpa, guanti di lana, un lungo cappotto di spessa lana blu scuro, e scarpe pesanti. Ma quellanno non ci sarebbe stato un vero e proprio inverno. Le bufere di neve a cui mi ero preparato non arrivarono mai. Ci furono poche giornate piovose e due brevi ondate di freddo, ma non nevic mai. Una serie di giorni di sole a met dicembre mi infastid, e quando la prima neve finalmente cadde ero a Bruxelles, sotto la pioggia. In ogni caso, la neve dur poco, e si era gi sciolta quando tornai a New York a met gennaio; cos, limpressione un po irreale di quel clima insolitamente mite mi rest addosso, e il mondo, come lo vivevo io, rimase sospeso.
Questi pensieri mi erano tornati in mente ben prima di rimettere piede a New York. La voce del pilota che gracchiava dagli altoparlanti  Abbiamo iniziato la discesa verso laeroporto di destinazione  si aggiunse allansia del ritorno, perch quelle ordinarie e ormai banali parole sembravano racchiudere un presagio sinistro. Ben presto mi si ingarbugliarono le idee, tanto che, oltre ai consueti pensieri ossessivi che affiorano normalmente in aereo, ero angosciato da una strana trasposizione mentale: immaginavo che laereo fosse una bara, e la citt sotto di noi un enorme cimitero, con blocchi di marmo e pietra di varie altezze e dimensioni. Ma mentre perforavamo lultimo strato di nuvole e la citt compariva nella sua vera forma alcune centinaia di metri sotto di noi, limpressione che avevo non mi parve per niente ossessiva. Provai la sensazione inquietante di aver gi avuto quellidentica visione della citt, accompagnata dalla sensazione ugualmente intensa di non averla avuta dalla prospettiva di un aereo.
Poi ci arrivai: era qualcosa che avevo visto circa un anno prima, un grande modello in scala della citt al Queens Museum of Art. Il modello, molto costoso, era stato creato per lEsposizione universale del 1964, e in seguito aggiornato periodicamente per stare al passo con la topografia in costante mutamento e i nuovi progetti della citt. Con incredibile minuzia, il modello mostrava la vera forma della citt con quasi un milione di minuscoli edifici, e ponti, parchi, fiumi, punti di riferimento architettonici. Lattenzione ai dettagli era cos meticolosa che non si poteva fare a meno di pensare ai cartografi di Borges che, ossessionati dallaccuratezza, avevano creato una mappa tanto grande e dettagliata da risultare in scala uno a uno rispetto allimpero, una mappa in cui ogni punto coincideva con il luogo reale. La mappa era cos poco maneggevole che alla fine fu ripiegata e lasciata a marcire nel deserto.
La visione dallaereo, mentre viravamo proprio su Queens, fece riaffiorare tutti quei pensieri, ma in questo caso era la citt reale che sembrava coincidere, punto per punto, con il ricordo del modello che avevo osservato a lungo da una rampa del museo. Persino la luce obliqua della sera che cadeva sulla citt mi ricordava lilluminazione della sala.
Il giorno in cui avevo visto il Panorama ero rimasto colpito dai dettagli incredibilmente minuziosi: i rigagnoli delle strade che serpeggiavano in un Central Park vellutato, il boomerang del Bronx che curvava in su verso nord, lelegante guglia beige dellEmpire State Building, i rettangoli bianchi dei moli di Brooklyn e la coppia di blocchi grigi sulla punta sud di Manhattan, ciascuno alto pi o meno trenta centimetri, a rappresentare la persistenza delle torri gemelle, che nella realt erano gi state distrutte.
Il giorno dopo il mio rientro, ancora annebbiato dal jet lag, e sapendo che alle sette di sera mi sarebbe venuto sonno, cercai di scacciare il pensiero del luned che mi aspettava. I colleghi sarebbero stati inevitabilmente ostili con me perch avevo preso le quattro settimane di ferie tutte in una volta. Utilizzare le vacanze cos era permesso dal regolamento, ma era insolito e malvisto perch metteva sotto eccessiva pressione gli altri interni. Era il tipo di cosa che sarebbe probabilmente spuntata in una futura lettera di raccomandazioni, camuffata in un vago elogio. Di certo nelle quattro settimane della mia assenza, molti dei casi, tranne i ricoveri pi gravi, erano stati dimessi, lasciando il posto a parecchi pazienti nuovi.
Le settimane a venire si prospettavano faticose.
Ma mancava ancora un giorno. La domenica andai allInternational Centre of Photography a Midtown. La principale attrattiva era una mostra su Martin Munkcsi. Il biglietto era ridotto per gli studenti, quindi estrassi la mia tessera universitaria scaduta e mi venne in mente che Nadge prendeva molto sul serio quella mia piccola bugia. Io ribattevo che guadagnavo poco pi di uno studente, anche se tecnicamente avevo finito di studiare. Avevo incominciato a usare la tessera pi spesso, inizialmente per infastidire Nadge, poi perch era diventata unabitudine. Nadge mi venne in mente perch mi aveva scritto mentre ero via. Nella pila di buste che mi aspettava a casa, ce nera una verde acido, con la sua calligrafia. Era una nativit stucchevole, e allinterno cera un semplice augurio di Buon Natale.
La mostra era affollata e le fotografie avevano una vitalit che non mi aspettavo. Il giornalismo di Munkcsi era dinamico, prediligeva le pose sportive, i giovani, le persone in moto. In quelle immagini  la cui composizione era accuratamente studiata, ma sembravano scattate in movimento  si notava limmediatezza di altri lavori magistrali, come la foto di tre ragazzi africani che corrono verso le onde in Liberia. Fu da lui, e da quellimmagine in particolare, che Henri Cartier-Bresson aveva elaborato lideale del momento decisivo. L nella galleria tutta bianca, con le file di immagini e il brusio della calca, mi resi conto che la fotografia era davvero unarte incredibile. In tutta la storia veniva catturato un istante, ma i momenti precedenti e successivi scomparivano nella corsa del tempo: solo quella frazione di secondo era privilegiata, salva, soltanto perch locchio della macchina laveva colta.
Munkcsi si trasfer dallUngheria alla Germania, dove rimase fino al 1934. Lavor per il Berliner Illustrirte Zeitung, il settimanale fotografico che nel 1930 aveva pubblicato la foto dei ragazzini liberiani. LIllustrirte Zeitung aveva seguito la prima guerra mondiale e quando Munkcsi se ne and segu anche la seconda. Nella mostra allIcp alcune copie della rivista con il lavoro di Munkcsi erano state messe in teche di plexiglas ad altezza della vita. Un uomo sui sessantanni stava osservando la stessa teca che guardavo io e rimanemmo fianco a fianco, chini sulla superficie trasparente. Aveva un viso rilassato, e indossava una giacca a vento gialla. Vedendo che stavo studiando attentamente la rivista, senza guardarmi disse che cera un refuso  che il nome avrebbe dovuto essere illustrierte e non illustrirte, ma fin dal primo numero era rimasto cos. In quel primo numero, mi spieg, era stato un errore, ma poi era diventato una specie di marchio distintivo del giornale, e non lavevano cambiato. Lo sapeva, mi disse, perch si ricordava della rivista fin dallinfanzia. Quando abitava a Berlino gli arrivava a casa tutte le settimane.
Avvertendo il mio interesse, luomo continu a parlare, mentre i nostri sguardi si spostavano sulle fotografie di Munkcsi. In unimmagine, probabilmente scattata da un dirigibile, si vedeva un grande prato pieno di giovani tedeschi distesi al sole. I corpi, che occupavano ogni centimetro disponibile, creavano un motivo astratto, bidimensionale, che ricopriva tutto il campo. Luomo raccontava con la lentezza di chi sta varcando la soglia della memoria, ma non erano ricordi vaghi, e ne parlava con chiarezza, come se fosse appena successo. Avevo tredici anni quando lasciai Berlino, disse, e da allora New York  stata la mia casa.
Mi ero completamente sbagliato sulla sua et, non sembrava proprio un ottantaquattrenne. Era in gran forma, e si muoveva come se la vecchiaia non gli fosse di alcun ostacolo. Anche nel modo in cui parlava della giovent cera una leggerezza particolare, come se stesse parlando di qualcosaltro, qualcosa di meno spaventoso, meno corrotto dal disastro. Fu solo molto tempo dopo, concluse, che decisero di adottare illustrierte, con la e corretta. Ma a quel tempo io conoscevo il titolo cos, sbagliato.  mai stato a Berlino?, mi chiese. Gli dissi di s, e che mi era piaciuta moltissimo. Io non ci sono mai tornato, disse, ma mi ci trovavo molto bene quando abitavo l. Devessere stato completamente diverso a quellepoca, dissi. Non gli raccontai che anche mia madre e la mia oma ci avevano vissuto da profughe verso la fine della guerra e dopo, e che anchio, in un certo senso, ero di Berlino. Se avessimo parlato ancora un po, gli avrei detto solo che venivo da Lagos, in Nigeria. Ma in quel momento sua moglie, o una donna anziana che immaginai fosse la sua compagna, ci raggiunse. Sembrava molto pi vecchia di lui, e usava un deambulatore. Salutandomi con un sorriso e un cenno del capo, il signore avanz con lei verso unaltra sezione della mostra.
Latmosfera delle fotografie di Munkcsi si incup passando dagli anni Venta ai Trenta, e i giocatori di calcio e le modelle furono sostituiti dalla gelida tensione dello stato militare. Questa storia, narrata infinite volte, ha conservato il potere di accelerare il battito del cuore: si spera sempre, segretamente, che le cose finiscano in modo diverso e che la cronaca di quegli anni mostri che i torti furono in realt su una scala pi simile al resto della storia umana. Lenormit di quello che invece accadde davvero, a prescindere da quanto sia ormai familiare, a prescindere da quanto spesso sia stato reiterato, lascia sempre senza parole. E fu proprio quello che mi successe quando, tra le foto di truppe e parate allapertura del Reichstag nel 1933, vidi limmagine, che mi aspettavo e non mi aspettavo al contempo, del nuovo cancelliere tedesco di fronte a una fila di soldati. Accanto a lui, con quel suo spaventoso viso deforme, cera Goebbels. Mi ritrovai a osservare quellimmagine a fianco di una giovane coppia. Io ero a sinistra, loro a destra. Erano ebrei hassidici. Potevo solo immaginare cosa significasse per loro essere l, in quella galleria: lodio puro che io provavo per i soggetti della foto, in cosa si trasformava per quella coppia? Cosa cera di pi intenso dellodio? Non lo sapevo, e non potevo chiederlo. Dovevo allontanarmi subito, dovevo posare lo sguardo altrove e sottrarmi a quel silenzioso incontro in cui mi ero imbattuto per caso. I due erano davanti alla foto, vicini, immobili, silenziosi. Non sopportavo pi di guardare loro, n limmagine che stavano fissando.
La mostra cominci a ruotare su quellasse. Divent una mostra su qualcosaltro, e non cera via di scampo. Cerano altre foto, immagini della fortunata carriera di Munkcsi negli anni Quaranta a Hollywood, eleganti ritratti di attori e protagonisti del jet set: Joan Crawford, Fred Astaire. Ma il pomeriggio era ormai avvelenato e volevo solo andarmene a casa, dormire e iniziare il mio anno di lavoro. Mi avvicinai alluscita insieme alla folla e rividi per un istante il vecchio berlinese e sua moglie. La sua storia dellillustrirte, da tempo custodita, aveva trovato il tempo e il luogo per essere rivelata; incredibile quante piccole storie la gente si portava dietro in ogni angolo della citt. Solo allora mi resi conto che lo stesso Munkcsi, autore della cosiddetta Giornata di Potsdam, e la cui macchina fotografica aveva catturato per i posteri un istante apparentemente ordinario della Berlino del 1933, era ebreo.
Mi diressi a nord sulla Sixth Avenue, e proseguii fino alla Cinquantanovesima. Poi svoltai e avanzai sulla Broadway verso Times Square, superando lIridium Jazz Club. Non volevo pi andare a dormire e, cercando di resistere al jet lag, chiamai il mio amico per chiedergli se voleva venire con me a sentire il chitarrista che avrebbe suonato quella sera. Comment con sarcastico stupore il fatto che volessi addirittura pagare per ascoltare un concerto jazz, e disse che aveva gi preso un impegno. Cos mi diressi verso casa, con lidea di chiamare Nadge: sarebbero state circa le quattro del pomeriggio in California, e lei sarebbe rientrata dalla messa. Ma non era ancora il momento di aprire le comunicazioni. Erano passati mesi, ma non era ora. Comera stato strano su di me leffetto di quei pochi mesi con lei. Forse il suo biglietto dauguri significava che la situazione era pi distesa per lei, ma io non ero ancora pronto. E ora che ci penso, non ero nemmeno pronto ad ammettere a me stesso che avevo dato troppa importanza alla nostra breve relazione. Quando tornai a casa, mi feci una doccia, con gli occhi che mi si chiudevano sotto lacqua calda, e andai a letto; ma subito mi rialzai e decisi di chiamarla.
Viviamo la vita come un continuum, e solo quando trascorre, quando diventa passato, vediamo che  discontinua. Il passato, sempre che esista,  in generale spazio vuoto, grandi distese di nulla, in cui fluttuano persone ed eventi significativi. La Nigeria era cos per me: quasi del tutto dimenticata, tranne quelle poche cose che ricordavo con intensit eccessiva. Erano le cose che si erano cristallizzate nella mia mente grazie alla reiterazione, ricorrendo nei sogni e nei pensieri quotidiani: certe facce, certe conversazioni che, prese nel loro insieme, rappresentavano la versione rassicurante del passato che ero andato costruendo fin dal 1992. Ma in quella versione irruppe un altro senso del passato. Fu limprovviso incontro, nel presente, di qualcosa o qualcuno a lungo dimenticato, una parte di me stesso che avevo relegato allinfanzia e allAfrica. Da quel tempo emerse una vecchia amica, o meglio una conoscente che adesso la mia memoria pensava bene di considerare amica, quindi ci che sembrava essere svanito del tutto, allimprovviso esisteva ancora. Lei apparve (il termine apparizione fu esattamente quello che mi venne in mente) in un negozio di alimentari di Union Square alla fine di gennaio. Non la riconobbi, e mi segu per un po tra gli scaffali, per darmi lopportunit di fare la prima mossa. Fu solo quando mi accorsi di essere pedinato, e il mio corpo cominciava a mettersi sulla difensiva, che mi raggiunse, davanti a un bancone pieno di carote e ravanelli. Mi salut con voce squillante, fece un cenno con la mano, e mi chiam per nome e cognome, sorridendo. Evidentemente si aspettava che la riconoscessi. Non la riconoscevo.
Sembrava yoruba, con gli occhi leggermente a mandorla e unelegante curva degli zigomi, e dal suo accento era chiaro che era l che dovevo cercare il contatto tra noi. Ma non riuscivo a trovarlo. Proprio mentre confessavo di non avere idea di chi fosse, lei mi accus, unaccusa seria ma espressa in tono scherzoso. Non poteva credere che lavessi dimenticata, e ripet il mio nome varie volte in rapida successione, come per rimproverarmi. Mi scusai in tono allegro, mascherando lirritazione che mi era montata allimprovviso. Temevo che avrebbe protratto la farsa, insistendo perch scoprissi chi era, ma si present, e subito mi ricordai: Moji Kasali. Era la sorella maggiore (di un anno) di un vecchio amico, Dayo, che avevo visto due o tre volte a Lagos quando, durante le vacanze, andavo da lui. Eravamo diventati amici allNms, il collegio militare, anche se lui non era rimasto a lungo e al terzo anno era stato trasferito in una scuola privata di Lagos. Ci sforzammo di avere qualche scambio nelle successive vacanze di Natale, ma quando lo andai a trovare a casa, il custode mi mand via, e quando lui venne a farmi visita una settimana dopo, io non cero. Non avevamo pi il contatto dellNms, ed ero sicuro che si fosse fatto dei nuovi amici. La nostra amicizia si allent. Pi o meno un anno dopo, lo incontrai in un campo da tennis di Apapa. Era con una ragazza e recitava la parte delluomo di mondo. La conversazione tra noi suon affettata.
Ormai ero molto pi alto di lui, ma lui era robusto e aveva un accenno di barba. Ci ripromettemmo di rimanere in contatto, e ricordo di avergli detto che pensavo di trasferirmi in America, se riuscivo a trovare una via duscita, anche se poi, di fatto, me ne andai solo alcuni anni dopo. Portava degli occhiali scuri quel giorno, che non si lev anche se il cielo era coperto, mentre la sua ragazza aveva una polo bianca e calzoncini corti aderenti, e sembrava annoiata, tanto che divent subito loggetto della mia invidia. Non importava che avessi anchio una ragazza. Quella di Dayo mi sembrava incredibilmente sexy.
Presi il suo indirizzo e il numero di telefono  ricordo che lui scrisse il mio sul retro di un opuscolo religioso che qualcuno aveva appeso alla cancellata  e poco tempo dopo lo chiamai. Cera stata una festa a casa sua, una festa scatenata, con un sacco di alcolici. La ragazza non cera  si erano lasciati  e anchio non stavo pi con la mia. In seguito, persi lindirizzo di Dayo, e in ogni caso, quando arrivai negli Stati Uniti, tre anni dopo, non avevo seriamente intenzione di scrivere a lui o a nessun altro. La promessa di rimanere in contatto era stata semplicemente un gesto di rispetto, unammissione del fatto che un tempo, quando eravamo adolescenti, eravamo stati amici, per un breve periodo persino amici del cuore.
Dubito che avrei riconosciuto lui tredici anni dopo, in un negozio di alimentari, figuriamoci sua sorella. Ma ora, la sicurezza con cui mi aveva associato al mio nome, la facilit con cui lo ripeteva, mi faceva pensare che avesse pensato a me, ma non si aspettasse di rivedermi mai pi. E forse ero stato lignaro oggetto di una cotta adolescenziale: lamico del fratello, il sofisticato aje-butter1 semiadulto e sicuro di s. Le prime volte in cui ero stato a casa di Dayo cerano anche un paio di altri compagni di scuola, e lei ci aveva ovviamente ignorato. Invece forse era pi interessata di quanto avesse lasciato trasparire. Forse quel ricordo le era tornato in mente adesso, mentre era l davanti a me con una scatola di muesli sotto il braccio, e le braci di quel ricordo erano ci che la spingeva a incrociare e sostenere il mio sguardo mentre mi faceva le domande di rito: matrimonio, bambini, carriera. Quando risposi, con frasi semplici che feci attenzione a non esprimere in tono brusco, mi sembr educato farle le stesse domande.
Mi disse che lavorava come consulente dinvestimento alla Lehman Brothers. Mi mostrai adeguatamente impressionato, e feci qualche vago commento su quanto doveva essere impegnata. Ma non volevo che quei convenevoli durassero ancora a lungo, quindi ogni tanto guardavo il cestello che avevo in mano, e annuivo.
Suo fratello era in Nigeria al momento, mi disse. Aveva fatto un master in Inghilterra, allImperial College, ma era ritornato a casa e si era sposato. Mi spieg che erano stati pi vicini nei sei anni in cui era stato a Londra. Ora non ci parliamo spesso, disse, ha un figlio, ha la sua societ di ingegneria civile. Ma ha passato un brutto periodo. Ha avuto un incidente nel 1995, appena prima di partire per il master. Penso sia levento pi importante che gli  capitato da quando te ne sei andato dalla Nigeria. Stava studiando a Est in quel periodo, a Nsukka, ed era su un autobus che ha avuto un incidente, di notte, in autostrada. Lautobus ha travolto un motociclista che viaggiava senza luci, ed  uscito di strada. Dieci delle quattordici persone a bordo sono morte sul colpo, altre tre sono rimaste gravemente ferite, e una  deceduta in seguito. Solo Dayo ne  uscito indenne. Forse si  slogato una spalla o qualcosa, ma niente di grave. Quando ti capita unesperienza del genere, disse, tutti pensano subito che ti renda pi religioso. Su di lui non ha avuto quelleffetto. Secondo me  diventato solo pi riflessivo. Nei due anni successivi ha attraversato la vita in una specie di nube di distrazione. Ha parlato dellincidente solo una volta, dopo che  tornato a Lagos   allora che abbiamo saputo cosa era successo. Forse la notizia era andata sui giornali  dieci vittime nellincidente di Nsukka, o qualcosa del genere , quindi avremmo potuto saperlo, ma non certo immaginare che fosse rimasto coinvolto anche lui. Semplicemente se l tenuto per s finch non  venuto a casa nella pausa del semestre;  un tipo strano. I miei genitori ovviamente lo hanno fatto andare in chiesa per una messa speciale di ringraziamento. Lui ci  andato. Poi ha rimosso lepisodio, scacciandolo dalla mente come un brutto sogno, e se anche lha rielaborato non si  confidato. Ovviamente io ero curiosa, e tentavo di punzecchiarlo allinizio, ma lui si  chiuso ed  finita l. Ho visto parecchi incidenti con dei morti  penso che succeda a chiunque abiti in Nigeria , ma sono sicura che  diverso se sei coinvolto in prima persona, o se il cadavere sul ciglio della strada poteva facilmente essere il tuo. Cos, per molto tempo, tutti hanno trattato Dayo come la persona pi fortunata del mondo, ma secondo me lui pensava che sarebbe stato molto meglio se non gli fosse successo affatto. A ogni modo, ormai lha quasi superata, ed  un fatto di tantissimo tempo fa. Di sicuro ti ho detto molto di pi di quello che volevi sapere.
Avevamo esaurito gli argomenti comuni, e sembrava non ci fosse pi niente da dire. Mi assicur che si sarebbe fatta viva e si meravigli ancora, in un modo che era diventato irritante, di avermi incontrato. Non credo nelle coincidenze, mi disse. Le cose succedono o non succedono, le coincidenze non centrano niente.

13.

Allinizio di febbraio, andai a Wall Street per incontrare Parrish, il mio commercialista, ma dimenticai a casa il libretto degli assegni. Prima di uscire gli avevo telefonato per chiedergli se dovevo portare qualcosa, e lui mi aveva chiesto di pagarlo con un assegno. Avevo preso il libretto dalla cassettiera e lavevo messo sul tavolo con i guanti e le chiavi. Ma poi me lero dimenticato e me ne ero accorto solo quando stavo per arrivare alla mia fermata della linea 2. Mi imbarazzava andare dal commercialista a mani vuote. Ma gli dovevo solo duecento dollari, e avevo il bancomat, quindi potevo dargli dei contanti. Sembrava vagamente losco mettere dei soldi in una busta e passargliela sul tavolo, ma era meglio che non pagarlo del tutto.
Quando uscii dalla stazione di Wall Street mi guardai intorno in cerca di un bancomat. Non andavo in quella parte della citt dalla mia passeggiata notturna a novembre. Ora, di giorno, con la luce che si infilava nelle profonde fenditure che si formavano tra i fianchi dei grattacieli, latmosfera inquietante di quella zona sembrava scomparsa. Era diventata una strada qualunque, un luogo di lavoro, imbruttito come molti altri da cordoni e buche nei punti in cui stavano riparando la strada, ma non aveva pi nulla della visione dantesca dei corpi curvi e senza volto che avevo vissuto qualche mese prima. A poca distanza trovai un bancomat in una farmacia, ma non riuscii a prelevare perch digitai il codice sbagliato. Cos ci riprovai, e sbagliai di nuovo. Tentai cinque volte, con numeri diversi, invano. Non ero preoccupato  lo sarei stato se avessi pensato che il problema riguardava la tessera  ma semmai triste: mi ero semplicemente dimenticato il numero. Fui sfiorato dal pensiero di come sarebbe stato terribile se mi fosse venuto un vuoto di mente del genere mentre ero con un paziente. Usavo quel bancomat da pi di sei anni, sempre con lo stesso codice. Lavevo usato nellultimo viaggio a Bruxelles, e in effetti avevo contato unicamente su quella carta per tutta la mia permanenza.
Ora, nella piccola farmacia allangolo di Water Street e Wall Street, mi sentivo la testa vuota, in preda a un disturbo di nervi; fu questa lespressione che mi sovvenne, manco fossi diventato un personaggio minore di un romanzo di Jane Austen. Quellimprovvisa debolezza mentale, pensai (mentre la macchina mi chiedeva se volevo provarci ancora, e io sbagliavo di nuovo), era una versione semplificata del s, unarea di smarrimento che aveva sostituito qualcosa di pi stabile. Anche rompersi una gamba aveva lo stesso effetto: allimprovviso ci si sentiva sminuiti, e si camminava con una comprensione incompleta del significato di camminare.
Ero gi in ritardo per lappuntamento con Parrish, che mi era stato raccomandato da un collega. Ma uscii dalla farmacia e vagai per il quartiere, per cercare di calmarmi. Faceva freddo, e il sole non scaldava perch una brezza gelida soffiava dallEast River, a due isolati di distanza. Le nuvole nel cielo terso erano tante, piccole, e increspate come onde. Rabbrividii cercando di ignorare il nervosismo, sperando che sarebbe semplicemente scomparso. Scesi verso Hanover Square e venti minuti dopo, senza avere ancora un numero certo in mente, andai a un altro bancomat, nellatrio di una banca. Riprovai a prelevare, sperando che la memoria delle dita, la loro familiarit con lo schema dei numeri, potesse salvarmi, come succede a volte con i numeri telefonici. Ero stupito che la macchina permettesse cos tante prove. In ogni caso, il numero esatto non mi veniva in mente, e mi ritrovai con una manciata di ricevute. Ero convinto che il codice fosse 2046, ma non era cos: quel numero veniva da Wong Kar-wai. La combinazione esatta era qualcosa di simile che avevo scelto ben prima che il film uscisse, ma era quel 2046 che mi riecheggiava nella mente.
Quando finalmente mi sedetti nellufficio di Parrish gli dissi che avevo dimenticato il libretto. Non raccontai del bancomat. Aveva unaria solenne, e si aggiust i gemelli sui polsini. Avevo la sensazione di aver disturbato un universo perfettamente calibrato. Mi scusai e dissi che gli avrei spedito lassegno appena arrivato a casa. Si strinse nelle spalle e mi fece firmare i documenti fiscali che aveva preparato per me. Quella mia inaspettata area di fragilit mi stupiva. Era un insignificante presagio di invecchiamento, di quelli che mi facevano sorridere negli altri, che vedevo come un segno di vanit. Pensai ai pochi ricci bianchi che erano spuntati e si nascondevano nella massa nera. Ci scherzavo su ma sapevo che un giorno tutti i miei capelli avrebbero cambiato colore, che i fili bianchi si sarebbero moltiplicati, e alla fine avrebbero vinto, che se fossi arrivato alla vecchiaia, come mia nonna, non avrei avuto nemmeno un riccio nero.
Raggiunta la Broadway, superai la vecchia Customs House, e proseguii fino a Battery Park. Era una giornata tersa, e si vedevano Brooklyn, Staten Island, e la luccicante statuetta verde della Statua della Libert. La linea degli edifici, con il loro motivo alla Tetris, si stagliava nellaria immobile del pomeriggio. Il parco traboccava delle grida di bambini troppo piccoli per andare a scuola, e di madri che si agitavano intorno a loro nel campo giochi. Il cigolio delle altalene era un segnale che ricordava ai bambini che si stavano divertendo; senza quel cigolio sarebbero rimasti spiazzati. Questa era stata una vivace zona mercantile a met dellOttocento. Commerciare in schiavi era diventato illegale negli anni Venti, ma per molto tempo New York rimase il porto principale per la costruzione, lassicurazione, lallestimento e il varo delle navi negriere. Gran parte del carico umano andava a Cuba, dove gli africani lavoravano nelle piantagioni.
La Citibank di New York, che traeva ingenti profitti dalla schiavit, non era molto diversa da altre compagnie fondate da mercanti e banchieri nello stesso periodo  le societ che in seguito diventarono AT&T e Con Edison emergevano dallo stesso milieu. Moses Taylor, uno degli uomini pi ricchi del mondo, era entrato nel consiglio damministrazione della Citibank nel 1837, dopo una lunga carriera di successo come mercante di zucchero. Nel 1855 fu nominato presidente della banca e occup quella posizione fino alla morte, nel 1882. Taylor aveva contribuito a finanziare gli sforzi bellici degli unionisti, ma aveva anche ricavato profitti considerevoli con il brokeraggio della vendita di zucchero cubano nel porto di New York, investendo i guadagni dei proprietari di piantagioni, facilitando il passaggio dei carichi in dogana e contribuendo a finanziare lacquisizione di una forza lavoro. In altre parole, gestendo alcune navi di sua propriet, per la precisione sei vascelli dalto mare, aveva permesso ai proprietari delle piantagioni di pagare lacquisto degli schiavi. Taylor e altri come lui sapevano esattamente quel che stavano facendo, e il loro ottimismo fu ricompensato. I margini di guadagno erano irresistibili: una nave negriera perfettamente allestita che costava circa 13 000 dollari poteva trasportare un carico umano del valore di pi di 200 000 dollari. Nel 1852, mentre la Citibank registrava i suoi maggiori guadagni, il New York Times comment che se dichiaravano di non riuscire a fermare questo sciacallaggio, le autorit non facevano che ammettere la propria idiozia, e che se invece era questione di volont, le colpe morali di cui si macchiavano non erano diverse da quelle degli stessi mercanti di schiavi.
Il percorso dalla vecchia Customs House a Wall Street, e poi gi fino a South Street Seaport, copriva una distanza di meno di due chilometri. La Customs House era di fronte a Bowling Green, dove, nel diciassettesimo secolo, venivano giustiziati gli schiavi e i poveri. In uno spiazzo asfaltato del parco, lungo un viale bordato da robusti olmi frondosi, alcune donne cinesi danzavano in formazione. Erano otto, e indossavano abiti casual. Una era giovane, sui trentanni, mentre tutte le altre avevano i capelli grigi e una in particolare sembrava pi saggia e anziana. La loro danza era accompagnata da una musica pop vagamente militare che proveniva da una radio. La ragazza guidava il gruppo con movimenti esagerati e ogni volta che allargava le braccia le maniche troppo lunghe della sua abbondante giacca rosa si arricciavano formando una specie di calligrafia. Le altre la imitavano con naturalezza alzandosi, abbassandosi, e ruotando avanti e indietro. La giovane donna mi pareva bella e aggraziata, ma quando la musica si interruppe e le danzatrici si fermarono non mi sembr pi cos bella. La sua bellezza era tutta nel movimento.
La loro pausa mi permise di sentire unaltra musica in lontananza, uno strumento che qualcuno suonava dalla parte opposta del parco. Per avvicinarmi, mincamminai sotto quella galleria di olmi, superando file di tavolini da scacchi in cemento che erano oasi di ordine e un invito a una solitudine a due. Ma non cera nessuno seduto o a giocare a scacchi. Il muschio cresceva tuttintorno ai tavolini, dove la base affondava nel terreno, dando limpressione che le scacchiere avessero messo radici. Camminai sotto gli alberi, oltre il cigolio delle altalene, e mentre mi avvicinavo alla fine della volta di olmi, sentii il suono di un erhu. Le note erano rapide, sussurrate, con la sveltezza precisa degli oggetti antiquati. Comera limpido il suono nel parco, ben diverso dal gemito che lo stesso strumento produceva in metropolitana, costretto a competere con lo stridio dei treni.
Quando raggiunsi laltro lato del parco, vidi che i suonatori di erhu erano due, non uno. Stavano suonando allunisono, seduti su un gradone di pietra e, davanti a loro, una donna cantava. Un gruppetto di persone vicino ai musicisti, tre donne e un uomo di mezza et, chiacchieravano e facevano stretching. Una delle donne teneva un bambino in braccio e giocava con lui, e passeggiando lentamente puntava i piedi verso lerba, prima uno poi laltro. I suoi movimenti calcolati erano come unombra in differita delle danzatrici cinesi. Rimasi seduto a lungo sullerba ad ascoltare i suonatori di erhu e la cantante. Faceva freddo. La donna aveva una voce morbida, che seguiva nota per nota lo strumento ad arco. I suonatori si facevano dei cenni con il capo agli accenti. Pensai a Li Po e Wang Wei, ai pezzi di Harry Partch che piegava le tonalit a suo piacere e allopera di Judith Weir The Consolations of Scholarship, le tre cose che associavo pi facilmente a questa musica cinese. La canzone, la giornata tersa, gli olmi: avrebbe potuto essere un giorno qualsiasi degli ultimi millecinquecento anni.
Il Times scriveva, nel necrologio che lessi quel giorno, che V. aveva descritto terribili atrocit senza batter ciglio. Sarebbe stato pi esatto dire apparentemente senza batter ciglio, perch leffetto era stato molto pi profondo di quello che ci si poteva aspettare. Faticavo a immaginare il dolore vivo che la sua famiglia stava vivendo  il marito, i genitori. Ritornai alla collinetta nel parco, da dove ero entrato. Le donne avevano ripreso a danzare e la maggior parte, mi resi conto solo allora, indossava abiti rossi o rosa. Non ricordavo se il rosso fosse o meno un colore fortunato nella cultura cinese. Il suono sottile dellerhu serpeggiava ancora tra i tamburi del registratore delle danzatrici, e mi fece venire in mente gli spiriti del passato che V. avrebbe tanto voluto celebrare con il suo lavoro. Voltando le spalle alle danzatrici, mi sedetti su una panchina di legno verde e osservai ancora una volta la distesa della baia. Un uccello curioso, un migliarino di palude nero nella parte superiore del corpo e bianco sotto, saltell fino ai miei piedi. Era minuscolo, e si dilegu quasi subito. Cera un altro uomo seduto accanto a me, in abito di lino, scarpe lucidissime e cappello di paglia: abiti estivi in una giornata dinverno. Indossava una camicia gialla e una cravatta marrone scuro. Il filo dei miei pensieri venne interrotto allimprovviso dalla risata delle donne cinesi alle nostre spalle. Luomo, che aveva baffi bianchi e ben curati, leggeva lentamente El Diario con unespressione molto seria. Rimanemmo seduti per un po a guardare il verde del parco, senza scambiarci una parola, anche se allimprovviso avrei voluto raccontargli tutto della vita di V., lintensit del suo lavoro, la sua tragica morte. Rimanemmo semplicemente seduti, mentre la giornata si svolgeva sulla collinetta davanti a noi e sullerba del prato, e al di l dellacqua con il suo viavai continuo di traghetti, e pi a sud, verso la Statua della Libert.
Quando tornai a casa, senza essere ancora riuscito a ricordarmi il codice del bancomat, mi rifiutai di controllare i documenti della banca. Mi ripetevo che il numero mi sarebbe tornato in mente. Poi mi scordai dellincidente. Il giorno dopo la Citibank mi chiam per dirmi che avevano notato una decina di tentativi di prelievo falliti. Fui molto gioviale con limpiegata, e le assicurai che il responsabile non era un ladro ma la mia incombente senilit; il bancomat era a posto, non dovevano preoccuparsi. Ma quando riattaccai, mi sedetti sul letto, nel silenzio del mio appartamento. Lincidente, che avevo rimosso, mi era tornato in mente, pi vivido, pi intenso, e questa volta senza testimoni n ricevute. Era una sensazione strana, difficile da scacciare, quellimmagine di me, solo, su Wall Street, senza memoria, un patetico giovane vecchio che vagava in preda a un nervosismo indefinito, mentre tuttintorno uomini impeccabili facevano affari, parlavano al cellulare, si chiudevano i gemelli. Mi venne in mente che, vedendo un poliziotto con una pistola che luccicava nella fondina, avevo provato una strana invidia per quellarma, la sua totale mancanza di ambiguit, la sua promessa di pericolo. Immaginai di aver dimenticato tutti i numeri, non solo quel codice, e anche tutti i nomi, e persino perch mi trovavo l a Wall Street. Mi alzai dal letto e controllai il forno.
Pi tardi lo stesso giorno nevic, la prima nevicata che vedevo in quella stagione. Fui travolto da una sensazione feroce di squilibrio mentre guardavo i fiocchi che cadevano e scomparivano a contatto con il terreno. Quasi una settimana dopo, quando londata di freddo si era di nuovo ritirata nelle ombre di un inverno poco invernale, ancora non mi erano venute in mente le quattro cifre del codice. Alla fine guardai tra i miei documenti e ritrovai il numero che, per nessun motivo plausibile, era rimasto appena fuori dalla mia portata.

14.

Ce la siamo vista brutta, disse il professor Saito dandomi il benvenuto. Ho dormito qui in soggiorno, su questo pallet. Abbiamo avuto uninfestazione di cimici dei letti. Le chiamavamo giubbe rosse in questa parte del paese, lo sapevi? Pensavamo che i disinfestatori le avessero fatte fuori, ma otto giorni dopo sono tornate, pi agguerrite di prima, e sono stato costretto a una scelta sgradevole tra questa stanza, con i suoi spifferi rumorosi, e farmi mangiare da quei piccoli mostri. Indic le fessure sopra le finestre. Mordono. Cos, uno, due, tre, colazione, pranzo, e cena, sul tuo braccio; ma temo di non aver pi molto sangue da offrire. Poi intrecci le dita e disse che sarebbero tornati a disinfestare di l a qualche giorno.
Ma sono di ottimo umore, quindi sei arrivato in un momento perfetto. Prima sono uscito a vedere la Chamber Music Society al Lincoln Center. Hanno eseguito una delle cantate di Bach, quella sul caff. La conosci? Era cos impeccabile che sembrava appena composta. Parla di un padre preoccupato per le scelte della figlia. Perci adesso siamo sicuri che non  cambiato niente nei secoli. Il caff era quasi una novit allora, e gli anziani erano scettici nei confronti di quella nuova sostanza, e ancor pi dellentusiasmo dei giovani per la bevanda. Sarebbero sorpresi di vedere com comune al giorno doggi. E mentre ero l seduto a teatro, mi  venuto in mente che  esattamente come con la marijuana oggi. Caff, caff, cantava la giovane donna, devo bere un caff. Tre volte al giorno, altrimenti deperisco!
Ero seduto su una poltrona senza braccioli davanti al professor Saito. Era bello vederlo in forze e di buon umore, mi rendeva felice. Aveva le mani ricoperte di grosse vene, erano sottili e fredde e le presi tra le mie per massaggiarle. Nella luce invernale grigia e gialla dellappartamento, nellinverno profondo della sua vita, quel gesto sembrava la cosa pi naturale da farsi. Mi spiace di non essere venuto a trovarla per cos tanto tempo, dissi, ho avuto molto lavoro. Mi chiese se ero appena tornato dallEuropa. No, dissi, sono tornato a met gennaio e avevo in mente da allora di venire a trovarla. Ma i turni sono stati pi impegnativi del solito. Adesso le cose sono ritornate alla normalit e mi vedr pi spesso nei mesi a venire.
 cos rumoroso, possiamo abbassare il riscaldamento adesso, se ti sta bene. Chiam laiuto infermiera. Pensi che potremmo abbassare il riscaldamento, Mary? Anzi, forse dovremmo spegnerlo per ora, disse, lisciandosi la coperta sulle ginocchia.  molto asciutta laria qui dentro, il riscaldamento la fa diventare ancora pi asciutta. Come vuole, disse lei. Sembrava molto ingrassata da quando lavevo vista qualche mese fa. Ma poi mi resi conto che era incinta, e cominciava a notarsi. Ero convinto che fosse sopra i quaranta, che avesse superato let. Ma i limiti continuano a spostarsi. Fare un figlio a quarantanni passati non  pi una rarit e anche a cinquanta non  impensabile. Incrociai il suo sguardo, feci un cenno con il capo in direzione della sua pancia e sorrisi. Lei ricambi il sorriso. Mary,  arrivato il giornale? Oh s, ottimo, forse Julius gradirebbe leggere a un vecchio come me? Gli dissi che lavrei fatto con grande piacere, e andai al tavolo da pranzo dove il giornale era in cima a una pila. Lappartamento era ingombro di collezioni: linfinita variet di maschere dei mari del Sud che ricoprivano le pareti, i mesi e mesi di quotidiani accumulati sul tavolo e vicino alla porta, gli scaffali della libreria troppo pieni, da cui centinaia di volumi sembravano chiedere attenzione, le statuette e i burattini che affollavano la scrivania davanti allentrata. Mi resi conto che la sola cosa a mancare erano le fotografie: di famigliari, di amici, di lui.
Gli lessi i titoli del Times e i primi due paragrafi di ciascun articolo in prima pagina. La maggior parte parlava di guerra. Alzai lo sguardo e dissi,  quasi insopportabile se ci si ferma a riflettere, la somma delle conseguenze volontarie e involontarie di questa invasione.  un disastro, e non riesco a smettere di pensarci. S, disse il professor Saito, ma io avevo quella sensazione per una guerra diversa. Nel 1950 eravamo molto preoccupati per la situazione della Corea. Era una tensione perenne, pensavamo che non sarebbe mai finita. Tantissimi furono chiamati alle armi e in effetti non era passato molto tempo dalla seconda guerra mondiale. Non si capiva fino a che punto si sarebbero spinte le cose, quanto sarebbe durata quella situazione di stallo, chi altro vi sarebbe stato coinvolto. E poi la tacita paura del nucleare, che peggior quando la Cina entr in guerra. La paura tacita divent esplicita. Ma la guerra fin, come finiscono tutte le guerre: si era esaurita. Quando scoppi il caso del Vietnam, la pressione ormai era tutta diversa, almeno per quelli di noi che erano stati coinvolti psicologicamente con la Corea. Il Vietnam fu una battaglia mentale per i giovani, per la generazione successiva alla nostra. Vivi quellesperienza solo una volta, lesperienza di quanto pu essere futile una guerra. Ti aggrappi a tutti i nomi delle citt, a tutte le notizie. Non mi era successo durante la seconda guerra mondiale, era stata unesperienza diversa, molto pi isolata, molto pi difficile. Ma come uomo libero nel 1950, quando facevo parte del campus, vissi la situazione della Corea in maniera molto pi intensa. A met degli anni Sessanta la confusione della guerra non era pi una novit per me. E ora questa guerra  una battaglia mentale per unaltra generazione ancora, la tua. Ci sono citt i cui nomi evocano lorrore perch hai imparato ad associarli alle atrocit, ma per le generazioni che seguiranno la tua, quei nomi non avranno nessun significato: ci vuole poco per dimenticare. Fallujah sar insignificante per loro come Daejeon lo  per te. Ecco, come al solito sono andato fuori tema. Bach mi ha fatto davvero emozionare. Scusami per le divagazioni. Mi leggeresti gli altri titoli?
Gli confessai che adoravo le sue divagazioni. Ma mentre leggevo storie di radio satellitari e unioni civili nel New Jersey, era come se non fossi pi presente. La mia mente seguiva il filo della conversazione precedente. Quando il professor Saito mi chiese di non fermarmi al secondo paragrafo ma di leggere fino alla fine larticolo sulle unioni civili, obbedii; comprendevo perfettamente le parole stampate ma non ne ero coinvolto. Dopo, discutemmo di quella storia, ma io mantenevo un certo distacco. Era come quei trucchi che si usano alle feste, quando si porta avanti una conversazione rimanendo perfettamente distratti. Come un film in cui immagini e colonna sonora non sono sincronizzati. Il professor Saito comment che i progressi nelluguaglianza dei diritti degli omosessuali erano benvenuti, e che per chi come lui li seguiva da tutta la vita, il processo appariva inesorabile. Cerano molti motivi per festeggiare. Ma, aggiunse,  stato molto lento. Anche se adesso sono felice per queste coppie, mi pare che la lotta sia stata uno spreco di energie.  stato davvero troppo difficile far passare leggi di questo tipo. Le generazioni future forse si chiederanno perch ci sia voluto tanto tempo. Gli domandai perch lo stato di New York non avesse fatto da apripista nellapprovare queste leggi. Troppi conservatori ad Albany, disse, non c una visione politica che possa permetterlo. Tutte quelle persone che abitano nelle campagne, Julius, loro la pensano in modo diverso.
Sapevo che il professor Saito si era preso cura di un partner con cui aveva avuto una lunga relazione, e che poi era morto. Linformazione non mi era arrivata da lui, ma da un profilo biografico che avevo letto in una rivista di ex studenti del Maxwell. Avevo avuto lunghe conversazioni con quelluomo per anni senza avere idea di una parte tanto fondamentale della sua vita e, quando poi lavevo scoperto, non cera stato nessun motivo per parlarne. A ogni modo, non avevo mai avuto limpressione che il professor Saito evitasse di parlare della sua sessualit. In effetti, cerano state due occasioni in cui era emerso largomento. Una volta aveva accennato, mentre stava parlando daltro, che aveva capito il proprio orientamento sessuale quando aveva tre anni. La seconda volta, ora che ci penso, era una sorta di chiusura speculare della prima: la prostatectomia, mi disse, aveva effettivamente ucciso qualsiasi impulso sessuale sopravvissuto agli altri scempi della vecchiaia. Ma mi spieg che era successa una cosa strana, cio che quel cambiamento gli aveva permesso di avere relazioni pi affettuose e meno complicate con le persone.
Il professor Saito era cos, specialmente da quando era andato in pensione, una curiosa combinazione di reticenza e schiettezza. Peccato non avergli mai chiesto come si chiamava il suo compagno. Me lavrebbe detto. Forse alcuni degli oggetti nellappartamento  le porcellane di Meissen nella vetrinetta, le marionette giavanesi, la fila di libri sulla poesia moderna  erano un lascito di quelluomo, con cui il professore aveva condiviso buona parte della vita. O forse cera stata una serie di partner, ciascuno importante a modo suo. Ma anche se non lo facevo di proposito, non riuscivo a essere del tutto presente nella conversazione e quindi non potevo guidarla verso una nuova direzione. Mi limitai ad annuire, a sorridere e a parlare daltro. Forse il professore si accorse che la mia attenzione era calata, e disse, come per svegliare un dormiente, Sei ancora giovane, Julius. Devi stare attento a non chiudere troppe porte. Non avevo idea di cosa stesse dicendo, e annuii, guardando le sue mani simili a ragni che danzavano piano luna intorno allaltra nella stanza cupa.
Le cimici mi erano rimaste impresse. Da un paio danni i newyorchesi parlavano sempre pi spesso di quelle minuscole creature. Le conversazioni, come si addice agli eventi pi fastidiosi della sfera personale, erano rimaste private, e le cimici avevano un successo inaspettato. Erano il nemico invisibile che continuava imperterrito a operare tra falsi allarmi di virus del Nilo, influenza aviaria, Sars. In unepoca di drammatiche epidemie, era la vecchia cimice dei letti, un minuscolo soldato dalla giubba rossa, la pi difficile da eliminare. Certo, altre malattie erano molto pi gravi, e un salasso per le risorse pubbliche. LAids rimaneva un problema devastante, soprattutto per i poveri, e per chi viveva nei paesi meno avanzati. Il cancro, i disturbi cardiaci e lenfisema non erano pandemici, ma rimanevano tra le principali cause di decesso. Cos come erano mutati i termini dei conflitti transnazionali, allo stesso modo si assisteva a un cambiamento nella salute pubblica: ora i nemici erano vaghi e le loro minacce in costante trasformazione.
Ma le cimici dei letti non erano letali ed erano felici di non finire in prima pagina. Era difficile scacciarle con i fumi e quasi impossibile distruggerne le uova. Non facevano discriminazioni di classe e per quel motivo risultavano particolarmente imbarazzanti. Potevano invadere una casa benestante quanto una povera, e in entrambi i casi era ugualmente difficile sbarazzarsene. Gli alberghi, di qualsiasi categoria, erano vulnerabili. Se arrivavano non potevi farci niente, ed eliminarle del tutto era molto complicato. E in quel preciso istante, mentre facevo quelle riflessioni, provai una gran pena per il professor Saito. Il suo recente incontro con le cimici mi inquietava pi delle altre sofferenze che aveva subito: razzismo, omofobia, il lutto perenne, che era uno dei prezzi invisibili da pagare per la longevit. Le cimici dei letti le superavano tutte. Era una sensazione inconscia, spregevole. Se mi fosse stata presentata cos esplicitamente lavrei negata. Ma era l, lesempio di come un inconveniente pu assumere aspetti grotteschi quando ci tocca da vicino.
Quelle creature piatte, minuscole, che andavano a caccia di sangue umano dai tempi di Plinio e oltre, erano protagoniste di una specie di guerriglia di bassa lega, un conflitto ai margini della vita moderna, visibile solo nel discorso. Alla fine del pomeriggio, quando lasciai lappartamento del professor Saito, decisi di incamminarmi verso nord attraversando Central Park. La neve, caduta tre giorni prima, non si era sciolta. A contatto con laria gelida si era solidificata, creando collinette sinuose che punteggiavano i prati. Imboccai un sentiero ricoperto di neve che correva lungo un solido muro antico. Si vedevano delle orme, ma non cera nessuno in giro. La luce era cos diffusa che quasi non proiettava ombre sulla neve, tanto che ti sembrava di levitare: luce bianca sopra e il bianco sotto. Uno stormo di piccoli uccelli  potevano essere storni  svolazzava intorno a un albero in lontananza. Avevo la netta impressione che i rami aggrovigliati e gli uccelli che zigzagavano abilmente tra di loro fossero fatti della stessa sostanza grigiastra, e i volatili si distinguevano soltanto per via del movimento. Era questione di un attimo, pensai, e i piccoli rami seghettati avrebbero dispiegato le loro ali nascoste e la corona dellalbero sarebbe diventata una nuvola vivente. E anche gli alberi vicini avrebbero perso la chioma lasciando dei moncherini di sentinella, e nel cielo sopra il parco si sarebbe formata una gigantesca volta di storni. Camminai a lungo su quella placida stradina bianca, finch il freddo non mi entr nei guanti e nella sciarpa costringendomi a lasciare il parco e a prendere la metropolitana fino a casa.
Pi tardi quella notte, sfogliando i miei manuali di medicina in cerca di altre informazioni sulle cimici, trovai solo aride descrizioni di eziologia, ciclo di vita e terapia. La stiratura a vapore e le fumigazioni con i gas tossici venivano trattate nel dettaglio, ma nessuna spiegazione arrivava a toccare quello che pi mi sconcertava di quelle creature. Ma a un certo punto, per un notevole caso fortunato, trovai tra i miei libri un volume di ricerche sul campo in materia di epidemiologia risalente ai primi del Novecento, in un mucchio di vecchi libri che il dottor Martindale aveva scartato e impilato nel suo laboratorio. Ne avevo presi alcuni distrattamente, senza davvero sfogliarli, e in quel momento trovai un articolo scritto da Charles A. R. Campbell nel 1903, che finalmente mi diede unidea del disgusto e del timore che la Cimex lectularius allepoca infondeva.
A prima vista, il saggio del dottor Campbell si conformava allo stile dei gazzettini medici dellepoca, ma acquisiva potenza grazie a un accumulo graduale di affermazioni, che creavano unimmagine intensa e opprimente della creatura sotto osservazione. Una delle caratteristiche della cimice, scriveva Campbell,  la sua natura cannibalesca. Dimostrava infatti che le cimici satolle venivano in alcuni casi squartate e divorate dai loro piccoli. Descriveva anche una mezza dozzina di esperimenti che aveva condotto, apparentemente nellinteresse della ricerca scientifica, ma che davano limpressione di un percorso a ostacoli concepito per provare lintelligenza e la forza della cimice. Ero sicuro che Campbell sarebbe rimasto molto deluso se la cimice non fosse riuscita a superare qualcuno dei test a cui laveva sottoposta.
Nei vari esperimenti, le cimici sopravvivevano per quattro mesi in isolamento su una tavola in un laghetto di cherosene senza cibo, superavano indenni un congelamento di duecentoquarantaquattro ore e rimanevano vive sottacqua per un periodo indefinito. Lintelligenza di quegli insetti, sottolineava Campbell con grande ammirazione,  incredibile, e in un certo senso pare che siano in grado di ragionare. Descriveva quindi un esperimento condotto da un certo signor N. P. Wright di San Antonio, rispettabile cittadino e attento osservatore, in cui, man mano che Wright spostava il letto sempre pi lontano dalle pareti della stanza, le cimici salivano sul muro allaltezza precisa da cui potevano saltare e atterrare su di lui. Quando spost il letto pi vicino alla parete, le cimici si arrampicarono sulla parete solo fino allaltezza necessaria a raggiungerlo. Il saggio di Campbell includeva parecchie storie di questo tipo, in cui le cimici dimostravano una certa ingegnosit nel raggiungere un letto a cui laccesso era stato impedito.
Pensai alle cimici, milioni e milioni nei cinque distretti della citt, alle loro uova invisibili, al loro appetito, che raggiungeva il culmine nellora prima dellalba. Il problema sembrava sempre meno scientifico, e arrivai a condividere il disagio di Campbell. Le preoccupazioni erano primordiali: il potere magico del sangue, le ore deputate ai sogni, la sacralit della casa, il cannibalismo, la paura di essere attaccati da qualcosa di invisibile. La mia parte razionale era sbigottita di fronte a quelle facili analogie, allinaspettata resa a quel tipo di insicurezza che di solito deridevo negli altri. Eppure, appena ebbi finito di leggere, disfai il letto, spensi le luci e, inginocchiandomi, esaminai attentamente le cuciture del materasso con una torcia. Non trovai nulla, ma ovviamente quella breve ricerca non bast ad assicurarmi una nottata di riposo.

15.

Nel pi grande mercato di animali di Basra era stata messa una bomba, e cerano piume di pappagallini dappertutto, guaiti di bestie moribonde, macerie ricoperte di sangue, un motore accartocciato, una sedia distrutta e gabbie schiacciate, come se fossero fatte di spago. Alla radio, il segretario di stato parlava di unimminente offensiva nellarea di Baghdad controllata dagli sciiti. Andavo al mercato e vedevo le carcasse dei cani accanto a una moltitudine di cadaveri. Cerano donne in tuniche nere che piangevano battendosi il petto. Un padre giaceva senza vita continuando a stringere in mano la fiala di insulina che stava cercando di portare a casa per sua figlia. Ero molto stanco; stanco da morire era lespressione che mi scorreva nella mente. Indossavo il mio camice bianco, e avevo allentato la cravatta. Cera anche mia madre al mercato degli animali. Indossava un burqa, e al suo fianco cera Nadge, in burqa pure lei. Mia madre chiedeva, Cosa c di peggio delle bombe? E Nadge rispondeva, Le cimici! Si parlavano in yoruba. Mia madre diceva, Ascolta tua sorella, Julius. Stavo per correggerla.
Era luna, e mi ero addormentato completamente vestito. Mi tolsi la cravatta e presi un sorso dacqua dal bicchiere sul comodino. Prima di addormentarmi, avevo letto il prologo di Piers Plowman. Delle sue lunghe descrizioni allitterative lunica cosa che mi era rimasta in mente era limmagine di William Langland che vagava per il mondo, vedeva le opere e le lotte dellumanit, poi si fermava su una delle colline di Malvern a osservare un ruscello. Stanchissimo, era scivolato nel sonno, e in sogno aveva avuto una visione magica della realt, e proprio quando stavo per iniziare a leggere quella parte mi ero addormentato.
Vidi tremolare la luce di un lampione da dietro le tende. Avevo fame, ma non appetito. In frigo cera una costoletta di maiale e mentre la mangiavo, in piedi davanti al frigo aperto, la sirena di unambulanza pass sotto casa nella notte. Quando aprii la finestra, laria entr in una gran folata, come se avesse aspettato di essere ammessa. La testa mi pulsava in sintonia col disegno tremolante che i lampioni tracciavano sulla tenda. Sotto, il mondo era spoglio, ben diverso dal bel campo pieno di gente di Langland. Presi due tachipirine e tornai a dormire. Il giorno dopo era un sabato di un fine settimana in cui non ero reperibile, e riuscii a dormire a lungo, senza incubi. Quando mi svegliai, decisi di andare a fare delle commissioni, e, se gli andava bene, di passare a trovare il professore pi tardi nel pomeriggio.
Il custode mi fece entrare. Lascensore era umido e sapeva di sudore. Mary, quasi al termine della gravidanza, mi apr la porta. In casa, tutto era scuro e grigio. Sta molto male, mi disse.  in camera da letto, venga da questa parte, sar felice di vederla. Ma quando arrivai vidi un uomo sulla soglia, che entr prima di me. Era il dottore. Mary mi fece cenno di aspettare. Andai in soggiorno e mi sedetti sotto lanello di maschere polinesiane del professor Saito. Sentivo delle voci dalla camera da letto. Quando il medico usc dalla stanza, aveva unespressione gioviale e il suo viso era raggrinzito dai sorrisi. Mi fece un cenno e usc. Il professor Saito era rannicchiato nel letto, magro, pallido e debole come non lavevo mai visto. I suoi occhi, umidi e semichiusi, sembravano lunica parte di lui davvero presente. La voce non sembrava venire dalle labbra, che si muovevano impercettibilmente, ma da un altro punto nella stanza. Il timbro era debole, e spesso il professore doveva prendere fiato. Tuttavia parl con grande lucidit.
Ah, ecco un altro medico, disse. Mi sento importante. Ma, Julius, non so cosa facciate in Africa, per devo dirti che sono pronto ad andare nella foresta. Sono pronto.  ora che mi addentri nella foresta e aspetti che i leoni vengano a prendermi. Ho fatto abbastanza, mi pare, ho avuto una vita piena, e adesso ho dei dolori atroci. Chi dice che novantanni non sono abbastanza?  ora. Mi sedetti vicino a lui e presi la sua piccola mano fredda nella mia. Era stanco, e me ne andai in modo che potesse riposare. Gli dissi che sarei tornato presto.
Pi tardi quel giorno, per non stare solo con limmagine della Morte che aleggiava nella stanza con i suoi brutti panni e le sue cattive maniere, chiamai il mio amico e andai a trovarlo. Sua figlia Clara, una bambina sveglia di nove anni che di solito stava con la madre, era venuta a trovarlo. Ma adesso  uscita, disse. Il suo soggiorno aveva due finestre, una che dava su Amsterdam Avenue, a ovest, laltra a sud, su un piccolo cortile completamente circondato da mattoni, cemento, e dalle piccole finestre degli appartamenti vicini. Di sera, le finestre si illuminarono una a una con luci soffuse. In mezzo al cortile vuoto cera un albero piuttosto alto, spoglio e con una fitta rete di rami. Dubitavo che ricevesse molta luce, ma sembrava non soffrirne.
Quello  un ailanto, o albero del paradiso, disse il mio amico. Lo so perch incuriosiva anche me, e cos ho cercato informazioni. Per i botanici  una specie invasiva. Ma non lo siamo tutti? Una volta, mentre ero gi in cortile, ho sentito un profumo molto simile al caff, veniva da uno dei rami spezzati. Fu importata dalla Cina intorno al 1700, mi pare, e a quanto pare attecch cos bene nel suolo americano che crebbe spontanea quasi in ogni stato, spesso rimpiazzando le specie locali.
And in cucina e torn con una bottiglia di Heineken per me.  lombra, disse, fa ombra su altre piante, togliendo loro la luce. Un albero del paradiso pu crescere praticamente ovunque, spiazzi abbandonati, giardini sul retro, marciapiedi, strade, spiagge, campi incolti, persino in un cortile senza sole circondato da accademici. Be, cosa c di male? Un albero  un albero, no?, dissi. Non ce ne sono mai troppi in citt. Non  cos semplice, disse lui. Lalbero del paradiso riduce la biodiversit locale.  considerato un infestante, inutile come legname e per le specie animali, e non brucia nemmeno bene.
Mentre parlava, io guardavo la libreria che occupava tutto il lato opposto della stanza, con le sue file infinite di volumi, che includevano una ricca sezione di letteratura africana e afroamericana. I libri debordavano anche sul pavimento e su un tavolino. Vidi una copia dei saggi di Simon Weil e la raccolsi. Il mio amico, che stava guardando fuori dalla finestra, si volt.  fantastica sullIliade, disse. Penso che abbia davvero capito cosa  la forza, come motiva le azioni e poi perde il controllo su ci che ha motivato. Dovresti darci unocchiata, davvero.
Avevo sperato nel decoro, non nellimmortalit. Speravo in unuscita forte, decorosa, per il mio amico professore. Volevo che il vecchio mi desse qualche perla di saggezza, dissi, non quelle sciocchezze sui leoni. Forse  ancora possibile. Forse la prossima volta che lo vedo mi reciter qualche verso da Sir Galvano o da qualche poema medioinglese. Ma forse sto dicendo una stupidaggine. Invece di essere grato per la nostra amicizia, cerco di plasmarla secondo i miei desideri. Ma speravo che, nonostante il decadimento del corpo, la sua mente complessa, una delle pi affascinanti che io abbia mai incontrato, sarebbe riuscita a tenere duro.
Il mio amico mi guard e disse, Mi chiedo perch cos tante persone vedano la malattia come una prova morale. Non ha niente a che vedere con la moralit o il decoro.  una prova fisica, e di solito perdiamo. Poi mi diede una pacca sulla spalla e disse, Amico mio, la sofferenza  sofferenza. Hai visto cosa fa, lo vedi tutti i giorni. Forse non ti  di gran consolazione, ma quello che hai appena detto, sulluscita di scena forte e decorosa, mi ha ricordato qualcosa a cui penso spesso. Per molti anni ho pensato che il modo e il tempo della propria morte dovessero essere una questione di scelta. E sono davvero convinto che non dovrebbe limitarsi a situazioni in cui una malattia terminale ha reso la sofferenza e la morte imminenti. Che dovrebbe estendersi alle stagioni della vita in cui si  sani. Perch aspettare il declino? Perch non anticipare il destino?
Il mio amico era andato vicino alla finestra. Rimasi sul divano e guardai il sole basso che lo trasformava in una sagoma nera, tanto che sembrava fosse la sua ombra a parlarmi, o il suo s futuro. Dei passeri svolazzavano in lontananza, in cerca di un posto dove passare la notte, sfrecciando dentro e fuori la rete di nicchie formate dagli alberi spogli e dagli archi intrecciati degli edifici universitari. Mentre riflettevo sul fatto che in ognuna di quelle creature cera un minuscolo cuore rosso, un motore perfetto che permetteva quelle inebrianti evoluzioni a mezzaria, mi venne in mente che molte persone trovavano conforto, consapevolmente o meno, nellidea che Dio si prendesse cura, con qualcosa di simile allattenzione personale, di quei viaggiatori senza fissa dimora; che, contrariamente a quanto era dimostrato dalla storia naturale, proteggesse ciascuno di loro dalla fame e dai pericoli degli elementi. Per molti, il volo degli uccelli era la prova che anche noi siamo protetti da lass e che c davvero una speciale provvidenza nella caduta di un passero.
Il mio amico aspettava che dicessi qualcosa, ma io rimasi in silenzio, e lui prosegu. Lidea  contraria alletica, per non parlare delle leggi, dei nostri tempi, ma non posso fare a meno di pensare che tra trenta o quarantanni, quando le gioie che la vita mi ha offerto saranno esaurite, e mi trover di fronte alla scelta che ho appena descritto, sar diventata, se non proprio popolare o insindacabile, perlomeno molto pi comune. Pensa alla contraccezione, ai farmaci per la fertilit, allaborto; pensa alle decisioni che prendiamo cos facilmente sullinizio della vita, pensa allammirazione che proviamo per le figure che scelsero la propria fine: Socrate, Cristo, Seneca, Catone. Immagino che non ti sia piaciuto quello che il professore ha detto sui leoni, ma non dovresti prenderlo come un insulto agli africani. Sai bene che non intendeva quello. Secondo me voleva dire che, in un mondo migliore, il delirio e il dolore potrebbero essere evitati. Avrebbe voluto inoltrarsi nella foresta con la dignit intatta, e scomparire per sempre.
Ritto davanti alla finestra, perfettamente immobile, fece unaltra pausa, sempre guardando fuori. I passeri erano quasi invisibili ormai. Poi, a bassa voce, come se stesse parlando a se stesso oppure osservando il suo corpo da una prospettiva postuma, disse, La realt, Julius,  che siamo soli al mondo. Forse  quello che voi professionisti chiamate ideazione suicidaria, e spero che non ti preoccupi, ma spesso prefiguro una visione dettagliata di come vorrei che finisse la mia vita. Penso di salutare Clara e altre persone a cui voglio bene, poi immagino una casa vuota, forse una grande dimora di campagna, in rovina, da qualche parte vicino alle paludi dove sono cresciuto; immagino una vasca da bagno al piano di sopra, che posso riempire dacqua calda, e penso a una musica che si diffonde in tutta la casa. Le note di Crescent forse, o di Ascension, che riempiono gli spazi non ancora occupati dalla mia solitudine, e mi raggiungono nella vasca, in modo che quando scivolo al di l di quel confine senza ritorno, le armonie modali che sento da lontano mi accompagnano.

16.

Erano passate parecchie settimane da quando ero andato a trovare il professor Saito. A fine marzo gli telefonai e una donna, che non era Mary, mi disse che era morto. Balbettai Oh Cristo, nel ricevitore e riattaccai. Subito dopo, seduto nella mia stanza silenziosa, sentii il sangue pulsare nella testa. Le tende erano aperte, e vedevo la cima degli alberi. Le foglie cominciavano a prendere vita dopo un inverno indifferente e su tutti gli alberi nella strada le punte dei rami erano turgide e i germogli verdi, compatti, sembravano sul punto di aprirsi. Ero sconvolto, triste, ma non del tutto sorpreso. Non andare a trovare il professor Saito era stato un modo inconsapevole per evitare il dramma della morte e i suoi aspetti sgradevoli.
Feci di nuovo il numero di casa sua  che, mi venne in mente, non era pi casa sua  e rispose la stessa donna di prima. Mi scusai per aver riagganciato bruscamente, le spiegai chi ero e le chiesi del funerale. Mi spieg, in tono affettato, che ci sarebbe stata una piccola cerimonia privata, solo per i famigliari. Forse, aggiunse, ci sar una funzione commemorativa molto pi avanti, magari in autunno, al Maxwell College. Le chiesi se sapeva come avrei potuto mettermi in contatto con Mary. Il nome non le sembrava familiare e, visto che era impaziente di riagganciare, la nostra conversazione fin poco dopo.
Non sapevo chi chiamare. Quelluomo aveva significato tanto per me, ma mi resi conto che il nostro rapporto era stato cos privato, o meglio, al di fuori di una rete di altre relazioni connesse, che praticamente nessun altro ne sapeva qualcosa, o aveva idea di quanto era stato importante per noi. Proprio in quel momento mi venne uno strano dubbio: forse avevo sopravvalutato la nostra amicizia, e soltanto io le avevo attribuito un valore. Ma sapevo che era lo shock a parlare.
Erano le nove e mezza di mattina, a San Francisco cerano tre ore in meno. Nadge, con mia grande sorpresa, rispose al telefono. Le chiesi scusa varie volte sentendo la sua voce assonnata.  il professor Saito, dissi,  morto. Ti ricordi il mio vecchio professore di letteratura inglese, il professor Saito? Era cos gentile con me. Scusa, ti ho chiamato in un brutto momento? No, va bene, disse, tu come stai? E in quel momento sentii la voce di un uomo che chiedeva, Chi ? E lei gli rispondeva, Ci metto un attimo. Pi tardi quella mattina mi chiam e disse che era meglio dire la verit, che era pi semplice per tutti: era fidanzata e stava per sposarsi. Lui era un americanohaitiano, e i loro genitori si conoscevano da tempo. Si sarebbero sposati verso la fine dellestate. Sarebbe stato meglio, mi disse, se avessi smesso di chiamarla. Solo per un po, sarebbe stato meglio.
Avevo la sensazione dolorosa che stessero succedendo troppe cose tutte insieme. Cosa pensava che volessi da lei? Ma sapevo anche che mi liberava dalle deboli speranze che avevo covato. Mi aiutava a mettere concretamente fine a una storia che, in ogni caso, era finita molto tempo prima. Mi infastidiva pensare a quanto tempo ci era voluto, quanti pensieri inutili, e mi dava anche fastidio la mia sorpresa di fronte al fatto che avesse voltato pagina cos velocemente, e in modo cos decisivo. I miei diversi dolori interferivano gli uni con gli altri. Quel pomeriggio, misi allo stereo la Cantata del caff di Bach e mi sdraiai sul letto. Era una registrazione dellAcademy of Ancient Music. La musica, ritmata e giocosa, non aveva nessun punto daccesso nella mia mente, ma la lasciai, riconoscendone la bellezza senza sentirla. Poi pensai che forse sarebbe stato meglio optare per Purcell, pi consolante, quindi misi Un inno della sera: un magnifico arrangiamento, per tenore e sei viole, ma era troppo lugubre, ed ero insensibile anche a quello. Cos rimasi disteso nel silenzio, a guardare le particelle di polvere, finch non decisi di alzarmi, di fare una commissione che continuavo a rimandare  un pacco che da tempo volevo spedire  e di tenere a bada lautocommiserazione.
Entrai a Morningside Park. Cera ancora neve per terra, in chiazze sporche. Era un mondo di nero e marrone, bianco e grigio. Camminavo di malavoglia. Poi mi fermai: avevo la sensazione distinta di essere osservato. In un albero vidi un falco. O meglio, lui vide me. Il suo sguardo rapace mi solleticava la nuca, e quando mi voltai lo vidi, mi fissava da un ramo basso a meno di sei metri da me. Il parco era vuoto, il sole invisibile, nascosto. Era un volatile grosso, forte, e con la sua sola presenza incarnava unelaborazione estrema del processo evolutivo. Mi chiesi se fosse imparentato con Pale Male, il Maschio Pallido, un famoso falco di Central Park che aveva fatto il nido su un palazzo di Fifth Avenue, o se fosse proprio lui. Mi guardava con disinteresse pi che con disprezzo. Ci fissammo a lungo finch io, intimorito, abbassai lo sguardo, mi voltai e con cautela, senza accelerare il passo, mi allontanai, con la sensazione che i suoi occhi mi trapassassero.
Quando uscii dal parco, a nord di Central Park North, cera in giro poca gente. Vicino allentrata dellufficio postale notai due tizi seduti per terra; uno dei due lavevo gi visto. I capelli marroni, incrostati di sporcizia, gli ricadevano come cordini sottili sul viso ricoperto da una barba folta, a chiazze bianche. Non si lavava da settimane, e si sentiva; i piedi nudi, in bella vista davanti a lui, erano color cenere. Laltro uomo, che era pulito e molto pi giovane, era inginocchiato su una sola gamba, e reggeva un piede del pi vecchio. Quando mi avvicinai, vidi che parlavano a bassa voce, in tono cordiale, come se stessero cenando in un ristorante. Parlavano spagnolo e ogni tanto ridevano, apparentemente ignari del fatto che linterazione avvenisse in pubblico, indifferenti al mio sguardo attonito. Il giovane stava tagliando le unghie dei piedi dellaltro e lo faceva con una cura tale che non potei fare a meno di pensare che quello di cui si prendeva cura fosse un suo parente pi anziano, il padre forse, o uno zio.
Entrai in posta. Era tardi, stava per chiudere. Non riuscendo a trovare il modulo per la dogana, mi unii a una coda di deprimente lunghezza, ma proprio in quel momento una delle impiegate ridistribu le file aprendo un nuovo sportello, e chiese se qualcuno doveva mandare un pacco internazionale. Cos mi ritrovai allimprovviso in testa alla coda. La ringraziai e mi avvicinai allo sportello. Dissi alluomo dietro il vetro, un uomo dallaria cordiale, calvo, di mezza et, che volevo un modulo per la dogana. Scrissi lindirizzo di Farouq. Il ricordo delle nostre conversazioni mi aveva spinto a spedirgli una copia di Cosmopolitismo, di Kwame Anthony Appiah. Sigillai la busta, e limpiegato mi mostr vari libretti di francobolli. Niente bandiere, dissi, qualcosa di pi interessante. No, non questi e di sicuro nemmeno questi. Alla fine scelsi una bella serie con le trapunte colorate di Gees Bend, Alabama. Alz lo sguardo su di me e disse, Lo so. Poi, dopo una breve pausa, aggiunse, Lo so, fratello. Poi aggiunse, Da dove vieni, fratello? Perch vedi, si capisce che vieni dalla Madre Africa e voi fratelli avete qualcosa di vitale, mi capisci no. Avete qualcosa di vitale per il benessere di noi che siamo cresciuti da questa parte dellOceano. Lascia che ti dica una cosa: sto crescendo le mie figlie come africane.
Non cera nessuno in coda dietro di me, e il vetro dello sportello era in parte nascosto da una colonna. Terry (era il nome sulla targhetta che aveva al collo) fin di preparare il mio pacco e mi chiese se volevo pagare in contanti o con carta di credito. Vedi fratello  Julius, dissi io , ecco, fratello Julius, il fatto  che tu sei un visionario.  la verit. Lo vedo chiaramente. Sei qualcuno che ha viaggiato molto. Sei quello che chiamiamo un viandante. Quindi, lascia che ti racconti una cosa, perch penso che la capirai. Mise le mani sulla bilancia metallica che aveva davanti, pieg il capo verso il vetro e, abbassando la voce a poco pi di un bisbiglio, cominci a declamare: Siamo noi i massacrati. Noi, offesi e calpestati. Indomiti. Noi, che portiamo la croce. Noi, silenziosa voce. Noi, portati al macello, varchiamo quel cancello, e subito ci assale la furia di quel male che ci orba, decimati di ogni scelta. Noi, umiliati. Eppure indomiti. Per quattrocento e quarantanni, cinque secoli di affanni, millenni di dolore, di lacrime e paure. Eppure rimaniamo. Indomiti restiamo. Eppure.
Dopo lultimo verso fece una pausa carica di significato. Poi disse, La conoscevi? Scrollai il capo.  mia, sono un poeta, disse. Lho intitolata Indomiti. Scrivo poesie e ogni tanto vado ai caff letterari. Quello  il dono che ho avuto, la poesia. Se ti  piaciuta, senti questa: La metodica ordinata carneficina, il catalogo del dolore della cocaina, non fummo noi a congegnarlo, altri hanno creato questo tarlo. Loro hanno recato tutto il male, l, a scalzare il bene universale. E adesso, sentimi, dobbiamo seminare un nuovo credo, una fede a cui guardare, attinta dal di dentro, dal cuore del passato, lanciata sul futuro per il figlio appena nato.
Ancora una volta, emozionato dalle sue stesse parole, rimase in silenzio. Fratello Julius, disse in tono teatrale, tu sei un visionario: tieni viva la speranza. Penso che dovremmo vedere insieme delle poesie, si capisce che le cogli distinto. Dobbiamo essere un faro per questa generazione. Questa generazione  nelloscurit, lo senti? Lo so che capisci. Tu scrivi? Presi il biglietto da visita che fece scivolare sotto il vetro. Era stampato in inchiostro dorato su carta avorio. TERRENCE MCKINNEY, SCRITTORE/POETA/PERFORMER/ATTIVISTA. No, dissi, non mi definirei proprio uno scrittore. Be, mandami una e-mail quando vuoi, disse. Possiamo andare al Nuyorican Poets Cafe. Mi piacerebbe chiacchierare un po con te. Certo, dissi.
Date le circostanze, era la cosa pi semplice da dire. Presi mentalmente nota di evitare quel particolare ufficio postale in futuro. Quando uscii, il pi giovane dei due tizi che parlavano spagnolo non cera pi. Quello barbuto che si era fatto tagliare le unghie sedeva nella luce dorata del sole, che adesso splendeva rendendo la giornata molto pi calda di quel che pensassi. La luce scendeva dritta dallangolo delledificio al di l della strada. Era l in dormiveglia nella pozza di luce, trasfigurato. Accanto a lui cerano tre bottiglie di alcolici vuote. Avevo pagato la mia spedizione in contanti e mi era rimasto un po di resto. Gli diedi due dei tre dollari che avevo in tasca. Alle sue spalle cera un gatto selvatico, che cercava lombra per ripararsi dal sole improvviso. Gracias, disse luomo, muovendosi leggermente. Feci tre passi, poi tornai indietro e gli diedi anche lultimo dollaro e lui sorrise mostrando i denti rotti. Il gatto graffiava la sua stessa ombra sul cemento.
Presi la metro sulla Centodecima, scesi alla Quattordicesima, tagliai verso East Side e mi feci tutta la Bowery, senza una meta particolare, superando gli innumerevoli negozi che vendevano lampade e attrezzatura per ristoranti, negozi che, da fuori, sembravano esotiche voliere. Alla fine arrivai a una piazza affollata su East Broadway. Era a pochi minuti a piedi dalla parte pi turistica di Chinatown, ma sembrava lontana anni luce, perch non si vedevano turisti e soprattutto non cera nessuno che non fosse originario dellAsia orientale. I cartelli e le pubblicit di negozi, ristoranti e aziende erano tutti in caratteri cinesi, e solo di rado avevano la traduzione inglese. In mezzo alla piazza, che poi era poco pi di uno spartitraffico alla confluenza di sette strade, spiccava una statua che da lontano mi sembrava di un imperatore o di un antico poeta, ma si rivel poi di Lin Zexu, lattivista ottocentesco della lotta ai narcotici. Laustero monumento che commemorava questo eroe delle guerre delloppio  era stato nominato commissario di Guangzhou nel 1839, ed era odiato dagli inglesi perch era riuscito a impedire i loro traffici di droga  era circondato dai piccioni, che lo ricoprivano di chiazze di guano grigio, sopra lo strato bianco ormai secco che avevano lasciato sulla finitura verde scuro della testa e degli abiti della statua. Qualcuno, seduto sulle panchine dello spiazzo, mangiava gelato o snack fritti, o passeggiava intorno alla statua godendosi il sole. Erano rimaste poche tracce di come era stato il quartiere allinizio del 1800, un mercato allaria aperta di bestiame e cavalli, un quartiere di bettole, tatuatori e saloon.
Sembravano tutti cinesi o potevano essere facilmente presi per cinesi, tranne me e unaltra persona: un uomo a torso nudo, che si sfregava vigorosamente le braccia e il petto con uno straccio. Il suo corpo aveva una lucentezza sovrannaturale, come se fosse ricoperto dolio, ma non si capiva se lo stesse applicando o cercasse di toglierlo. La sua figura si stagliava scura in controluce e il suo corpo portava i segni di lunghe ore in palestra o di una vita di duro lavoro fisico. Nessuno lo degnava di uno sguardo mentre svolgeva meticolosamente il suo compito, che poco dopo interruppe per sollevare la bicicletta ai suoi piedi e spostarla lontano dal sole, in modo che fosse allombra del monumento di Lin Zexu. Poi riprese a spalmare, o a togliere, quel liquido oleoso. Il suo corpo brillava, n pi n meno di quando aveva cominciato, e sembrava anche lui una statua di bronzo. A un certo punto sinfil lo straccio nella tasca posteriore dei jeans e, come se si fosse ricordato allimprovviso di una commissione da fare, salt sulla bicicletta e sfrecci lungo una delle strade pi piccole, zigzagando nel traffico, finch non riuscii pi a vedere la sua lucida schiena nera tra la folla nella luce accecante del sole.
Poco dopo, anchio imboccai una delle stradine, ancora pi piccola e affollata, ai cui lati i palazzi prebellici sgomitavano verso il cielo, ciascuno con unelaborata scala antincendio mostrata al mondo come una maschera trasparente. Fili elettrici, piloni di legno, bandierine sgualcite e una foresta di cartelli ricoprivano le facciate dei palazzi di tre e quattro piani fino in cima. I negozi esponevano prodotti per ligiene dentale, t, erbe, grandi contenitori traboccanti di zenzero contorto e radici medicinali, in unofferta di merci e servizi cos variegata che dopo un po sembrava naturale vedere in progressione una vetrina con file di carcasse di anatra arrosto, succeduta da unaltra ingombra di manichini da sartoria, unaltra ancora piena di volantini stampati che sventolavano in cinque o sei varianti di rosso schiarite dal sole, a sua volta seguita da una bottega con file e file di statue di Buddha in bronzo e porcellana. Entrai in quella per sfuggire allattivit frastornante della stradina.
Il negozio, nel quale ero lunico cliente, era un microcosmo di Chinatown, con la sua gamma infinita di strani oggetti: una profusione di gabbie di bamb e di metallo finemente lavorato, che pendevano come lampade dal soffitto; scacchiere intagliate a mano sul bancone antico che separava lavventore dal negoziante, lacche in stile Ming che andavano dalle minuscole ciotole decorative a vasi panciuti abbastanza grandi da poterci nascondere un uomo; buffi opuscoli del genere I detti di Confucio, stampati in inglese a Hong Kong e ricchi di consigli ai gentiluomini che volevano aver successo con le donne; raffinati set di bacchette in legno su sostegni di porcellana; tazze di vetro di ogni foggia, spessore e sfumatura; e in una vetrina apparentemente infinita che correva sopra le mensole, una serie di maschere dai colori vivaci che rappresentavano ogni espressione facciale immaginabile nellarte del teatro.
In mezzo a quella cornucopia era seduta una donna anziana che, dopo aver alzato lo sguardo per un istante quando ero entrato, si era rimessa a leggere con grande concentrazione il suo giornale cinese, mantenendo unaria ermetica che, cera da crederlo, rimaneva immutata dallepoca in cui in quella strada cerano cavalli e abbeveratoi. In quel negozio silenzioso, pieno di polvere, con i ventilatori al soffitto che ruotavano cigolando e le pareti ricoperte di legno che non sembravano appartenere al nostro secolo, avevo limpressione di essere finito in una distorsione di tempo e luogo, e che avrei potuto facilmente trovarmi in uno dei molti paesi in cui i mercanti cinesi si erano avventurati per vendere le loro merci. Subito, come per confermare la mia illusione, o perlomeno estenderla, lanziana signora mi disse qualcosa in cinese e indic la strada con un cenno. Vidi un ragazzo in uniforme passare con una grancassa. Subito dietro di lui cera una fila di uomini con gli ottoni in mano. Nessuno li stava suonando ma tutti camminavano con aria solenne e passo regolare, marciando nella stradina da cui, come per magia, i pedoni sembravano essere spariti al loro passaggio. La vecchia e io li osservammo dalla calma inquietante del negozio, in cui si sentiva solo il ronzio dei ventilatori, e fila dopo fila ci marciarono davanti i membri di quella banda cinese, con tube, tromboni, clarinetti, trombe: uomini di ogni et, alcuni con le guance cascanti, altri che sembravano aver appena raggiunto la pubert, con le prime tracce di peluria nera sul mento, ma tutti, con profonda intenzione, trasportavano i loro strumenti dorati, uno dopo laltro, finch, come gran finale, arriv un trio di rullanti e una gigantesca grancassa trasportata da un uomo enorme. Li seguii con lo sguardo finch la processione non si disperse al di l dellultimo buddha di bronzo che, seduto in vetrina, contemplava la strada. I buddha sorridevano con aria beata di fronte a quella scena, e i loro sorrisi mi sembravano uno solo, il sorriso di chi  ormai al di l delle preoccupazioni umane, il sorriso arcaico che spunta anche sulle labbra delle stele funerarie dei kouroi greci, sorrisi che non esprimevano il piacere, ma il distacco totale. Lanziana signora e io ascoltammo la prima serie di note della tromba, in due battute. Quelle dodici note, cugine spirituali del clarino in lontananza nella Seconda Sinfonia di Mahler, venivano riprese da tutta la banda. Era una figura cromatica contaminata dal blues, che doveva essere nata dallinno di qualche missione, un requiem che ricordava una tempesta che si sente da lontano o il ruggito delle onde quando il mare non  ancora in vista. Non ero in grado di identificare il pezzo, ma sotto ogni aspetto ricordava le canzoni semplici che avevo cantato nel cortile della Nigerian Military School, tratte dal libretto anglicano Songs of Praise, che per noi erano un rituale quotidiano, molti anni prima e a migliaia di chilometri di distanza da dove mi trovavo, nella bottega invasa dalla polvere e dal sole. Tremai sentendo il coro rauco di ottoni che arrivava fino a l, mentre la tuba procedeva piano tra le note pi basse, e sembrava che il suono entrasse nel negozio come fasci di luce interrotti. E poi, con una lentezza quasi impercettibile, il volume cominci a diminuire man mano che la banda si allontanava a passo di marcia verso il rumore della citt.
Non sapevo se quella melodia fosse espressione di orgoglio civico o semplicemente la solenne colonna sonora di un funerale, ma era cos simile al mio ricordo di quei raduni mattutini di quando ero ragazzo che provai limprovviso disorientamento e leuforia di chi, in una maestosa dimora antica e a grande distanza dagli specchi che rivestono le pareti, vede chiaramente il mondo e il suo doppio. Non distinguevo pi dove finiva luniverso tangibile e dove iniziava quello riflesso. Quella perfetta imitazione di ogni vaso di porcellana, di ogni macchia opaca sulla patina di ciascuna sedia di teak, si estendeva fino al punto in cui il mio s invertito si era, come me, fermato mentre stava per voltarsi. E in quel preciso istante, quel mio doppio aveva cominciato ad arrovellarsi sullo stesso problema del suo originale, che era ugualmente confuso. Mentre me ne stavo l in preda a vari tipi di tormento, pensai che forse vivere significava essere sia loriginale che il riflesso, mentre da morti rimaneva soltanto il riflesso.

17.

In primavera, il corpo della terra riprese vita. Andai a un picnic in Central Park con degli amici, e ci sedemmo sotto magnolie che avevano gi perso i fiori bianchi. Vicino cerano dei ciliegi i cui rami, che ricadevano sulla recinzione metallica alle nostre spalle, erano carichi di fiori rosa. La natura ha una pazienza infinita: solo quando una cosa muore unaltra pu nascere; i boccioli di magnolia cadono proprio quando spuntano le ciliegie. Il sole che penetrava tra i petali delle magnolie screziava lerba umida, e le foglie nuove, a migliaia, danzavano nella brezza daprile facendo sembrare incorporei gli alberi in fondo al prato. Ero disteso a mezzombra, a guardare un piccione nero che zampettava verso di me. Si ferm, si alz in volo e scomparve dietro gli alberi, poi ritorn avanzando con landatura goffa tipica della specie, forse per cercare qualche briciola. E in alto, ben al di sopra di me e del piccione, comparvero allimprovviso tre cerchi, tre cerchi bianchi che si stagliavano contro il cielo.
Negli ultimi anni ho notato quanto la luce influenzi la mia capacit di essere socievole. In inverno mi ritiro. Nei lunghi giorni di sole che seguono, in marzo, aprile e maggio,  molto pi probabile che cerchi la compagnia degli altri, che mi accorga di suoni, colori, strutture, corpi in movimento, odori diversi da quelli di casa o dellospedale. I mesi freddi mi fanno sentire spento, la primavera  come un gentile risveglio dei sensi. Eravamo un gruppetto di quattro persone quel giorno, distese su grandi coperte a righe, a mangiare hummus e pita, e sbocconcellare uva bianca. Tenevamo una bottiglia aperta di vino bianco, la seconda, nascosta in un sacchetto di carta. Era una bella giornata, ma non faceva ancora cos caldo da rendere il Great Lawn troppo affollato. Eravamo gente di citt in una fantasia bucolica attentamente orchestrata. Moji si era portata dietro Anna Karenina e, reggendosi su un gomito, leggeva lo spesso volume  era una delle nuove traduzioni  interrompendosi di tanto in tanto per partecipare alla conversazione. A pochi metri da noi, un giovane padre chiamava la sua bambina che si stava allontanando: Anna! Anna!
Un aereo era passato in cielo sopra di noi mentre stavamo chiacchierando, ma a unaltezza tale che il rombo dei suoi motori si sentiva a malapena. Poi rimase solo la debole scia, e mentre si stava dissolvendo vedemmo i tre cerchi bianchi che crescevano. I cerchi fluttuavano, sembravano salire e al contempo abbassarsi, poi tutto si chiar, come il mirino di una macchina fotografica che mette a fuoco, e scorgemmo la figura umana in ciascun cerchio. Ognuno di quegli uomini volanti manovrava il paracadute, a destra, poi a sinistra, e guardandoli sentii il sangue accelerare nelle vene.
Tutti erano allerta a quel punto. Chi giocava si interruppe, il volume delle conversazioni aument, e molte braccia si levarono per indicare il cielo. La piccola Anna, stupefatta come tutti noi, si aggrapp alla gamba del padre. I paracadutisti erano esperti, e fluttuavano avvicinandosi luno allaltro fino a sembrare una formazione di volani, si allontanavano di nuovo e viravano verso il centro del prato. Poi si avvicinarono a terra, scendendo sempre pi veloci. Immaginavo laria che gli fischiava nelle orecchie mentre precipitavano e anche la concentrazione assoluta con cui si stavano preparando allatterraggio. Quando furono a meno di duecento metri, vidi che avevano tute e imbracature bianche. I paracadute di seta erano come le enormi ali candide di farfalle aliene. Per un attimo sembr che i rumori intorno si fossero smorzati. Lo spettacolo delluomo che realizza lantico sogno del volo si svolgeva in silenzio.
Mi pareva di immaginare la sensazione di essere circondati da spazi azzurri, anche se non avevo mai volato. Una volta, in una giornata altrettanto tersa di un quarto di secolo fa, avevo sentito un ragazzo urlare. Eravamo in piscina, nel campus delluniversit di Lagos, in una decina abbondante, e lui si era allontanato verso un punto profondo. Non sapeva nuotare ed era una piscina grande. Da bambino, su insistenza di mia madre, ero diventato un ottimo nuotatore, con grande sorpresa di mio padre che aveva sempre avuto paura dellacqua. Verso i cinque, sei anni, mia madre mi portava sempre a lezione di nuoto al club sportivo, ed essendo una buona nuotatrice, mi seguiva mentre imparavo a familiarizzare con lacqua; era da lei che avevo imparato a non avere paura. Sono anni ormai che non entro in una piscina, ma quella volta la mia abilit aveva fatto la differenza. Era successo un anno prima che partissi per lNms: avevo salvato una persona.
Il ragazzo, di cui ora non ricordo nulla a parte il fatto che, come me, era di razza mista (nel suo caso, mezzo indiano), rischiava di affogare, e tentando di tenere la testa fuori dallacqua stava scivolando verso il punto pi profondo della piscina. Gli altri, vedendolo dibattersi disperatamente, sembravano paralizzati nellinazione, ed erano rimasti a guardarlo nella parte meno profonda. Il bagnino non cera e nessuno degli adulti, sempre che fosse in grado di nuotare, era abbastanza vicino al ragazzo per poter agire. Non mi pare di averci riflettuto, n di aver preso in considerazione lidea che potesse essere pericoloso per me, ricordo solo che mi ero precipitato verso di lui il pi velocemente possibile. Mi era rimasto impresso listante in cui non avevo ancora raggiunto il ragazzo, ma mi ero lasciato gli altri alle spalle. Tra le sue grida e le loro, io macinavo bracciate. Ma nella distesa azzurra intorno e sopra di me, allimprovviso ebbi la sensazione di non essermi avvicinato per nulla nel frattempo, come se lacqua si fosse intromessa di proposito tra lui, nellombra dei trampolini, e me, che nuotavo in pieno sole. Mi ero fermato, con laria che raffreddava lacqua sul mio viso. Il ragazzo si sbracciava freneticamente, prima di essere risucchiato di nuovo verso il fondo. I chiaroscuri mi impedivano di vedere quello che stava succedendo. Per un istante pensai che avrei nuotato allinfinito verso di lui, che non avrei mai coperto la distanza che mi mancava, quei dodici, quindici metri. Ma listante stava per finire e io sarei diventato leroe del giorno. Dopo ci furono le risate, e il ragazzo mezzo indiano venne preso in giro. Ma avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un pomeriggio tragico. Avrei potuto trascinare un piccolo corpo senza vita in quella breve distanza fino al trampolino. Ben presto per dimenticai quasi tutti i dettagli della giornata, e ci che rimase fu la sensazione di essere stato da solo in acqua, quellidea di totale isolamento, come se mi avessero rinchiuso senza preavviso in unimmensa e quasi piacevole camera azzurra, lontano dal resto dellumanit.
Per i paracadutisti, la distanza tra cielo e terra cominci a ridursi sempre pi in fretta, e allimprovviso il terreno corse loro incontro. I suoni ritornarono e gli uomini atterrarono, uno dopo laltro, ordinatamente, in nuvole rigonfie, tra gli applausi e il tifo dei gitanti. Anchio battevo le mani. I paracadutisti scivolarono fuori dalle loro tende, rannicchiati, e si scambiarono un cenno. Poi si alzarono come matador vincitori, salutarono la folla, e furono accolti da grida felici e altri applausi.
Poi tutto fin. Nel frastuono, si sent lurlo delle sirene sul lato est. Quattro poliziotti correvano verso il centro del parco, lungo le corde che ne segnavano il perimetro. Uno era bianco, uno asiatico, e due neri, tanto sgraziati nei movimenti quanto i paracadutisti erano stati leggiadri. Forti del fatto che eravamo numerosi, ci mettemmo a protestare ma i poliziotti fecero disperdere il cerchio che avevamo formato per arrestare i temerari. Una voce di donna dal fondo grid: La farsa della sicurezza!, ma il vento che nel frattempo si era alzato si port via le parole.
I paracadutisti non opposero resistenza. Liberi dalle loro ali, furono portati via dalla polizia. La folla ricominci a fare il tifo per loro e gli uomini, che erano tutti giovani, sorridevano e ringraziavano con un cenno. Il pi alto aveva una gran barba fulva che luccicava nel sole. I paracadute restarono nellerba in un mucchio lucido, e quando il vento si alz di nuovo, sembr che ansimassero debolmente. E cos rimanemmo per un po a guardare i paracadute respirare, mentre gli uomini venivano portati via. Poi, ma dopo quello che sarebbe sembrato un tempo lunghissimo in tempo ordinario, ci lasciammo alle spalle la meraviglia per riprendere il nostro picnic. Qualcosa era spuntato nel cielo e aveva sfidato la natura. Come se mi avesse letto nel pensiero, il mio amico disse: Devi importi una sfida e portarla a termine alla perfezione, che sia un lancio in paracadute, un tuffo da uno scoglio o rimanere seduto senza muovere un muscolo per unora, e ovviamente il tutto deve essere accompagnato dalla bellezza.
Moji, la sorella di Dayo Kasali, era distesa a pancia in gi, con un cappello di paglia in testa. Lise-Anne e il mio amico erano una bella coppia, pensai. Non lavevo mai vista prima, ma lui mi aveva assicurato che era la sua compagna ideale. Cera un buon equilibrio tra la seriet di lui e la leggerezza spontanea di lei. Lise-Anne lo capiva gi, che era pi di quanto si potesse dire delle sue molte fidanzate recenti. La sua passione per la filosofia era eguagliata solo dal modo in cui (nelle parole che lui stesso una volta us) praticava la biologia. Spesso gli veniva perdonata la volubilit; con lui le donne chiudevano un occhio perch era una creatura gentile. Ma di essere capito, come lei sembrava fare distinto, gli accadeva molto pi di rado.
Vicino a noi i rami di un glicine arrivavano quasi fino a terra, i petali dei fiori striati di porpora e intenti a risorgere. Cerano anche dei tulipani, probabilmente erano la variet sultano di primavera, con grandi petali vellutati simili a orecchie. Le api si lanciavano incessantemente sui fiori, tracciando percorsi di volo tutto intorno a noi. Mentre ci addentravamo nel parco, Moji aveva detto di essere pi che mai preoccupata per lambiente. Aveva un tono serissimo. Quando commentai che probabilmente lo eravamo tutti, lei mi corresse, scrollando il capo. Io sono attivamente preoccupata, ma non penso che si possa dire per le altre persone. Mi sembra di sprecare le cose. Ho delle pessime abitudini, come gran parte degli americani. Come gran parte delle persone nel mondo, immagino. Negli ultimi due mesi la mia consapevolezza si  acuita, disse.
Avevo cercato di affrontare la questione nel modo giusto, e le avevo chiesto se la preoccupavano come i voli aerei. Sapevo che andava in Nigeria almeno una volta lanno. Non la inquietavano gli effetti sullambiente del carburante degli aerei? Rispose di s. Poi la nostra conversazione si era arenata quando Lise-Anne e il mio amico, che camminavano poco pi indietro, ci raggiunsero e lei cominci a raccontarci della vita a Troldhaugen, dove era cresciuta. Ora, mentre guardavo il personale del parco che piegava i paracadute, mi ricordai del breve scambio con Moji. Avevo sentito parlare di preoccupazione per lambiente abbastanza spesso da sapere che per certe persone era davvero una priorit, ma fino ad allora mi aveva riguardato solo superficialmente. Non mi ero mai infervorato. Non mi fermavo a riflettere se usare la carta o la plastica, e riciclavo solo per praticit, non perch fossi convinto che potesse davvero servire a qualcosa. Ma stavo gi cominciando a rispettare i ferventi. Era una causa, e io non mi fidavo delle cause, ma era anche una scelta, e mi resi conto che la mia ammirazione per le scelte decisive era aumentata, proprio perch io, fondamentalmente, ero un indeciso.
Moji si alz il cappello dal viso, e unape che laveva tormentata ci ripens e vol via in direzione del fiore vicino. Il cielo era diventato di un blu pi scuro, e laria era pi fresca. Si pass una mano sulla guancia. Guardandola, la trovai strana. Era troppo alta, e aveva gli occhi troppo piccoli. Il suo viso era scuro, cos scuro che la pelle aveva una sfumatura violacea, ma non era bella come mi aspettavo fossero le donne di colore. Sai cosa ho saputo delle api?, disse allimprovviso, interrompendo il flusso dei miei pensieri. Che il termine ape assassina africanizzata  una stronzata razzista. Assassina africanizzata: come se non avessimo gi abbastanza problemi senza che africano diventi sinonimo di omicida. Si protese per prendere un acino dal grappolo sul piatto. Indossava una canottiera, e scorsi la curva scura del suo seno.
In tutto il paese, dissi, le api stanno morendo, e gli scienziati non sanno il perch. Le api mi sono sempre sembrate creature imperscrutabili. Sono ossessive in una maniera che sfugge agli umani, e ora sono vittima di una strana epidemia,  qualcosa che ha a che fare con i pesticidi o i cambiamenti climatici, mi pare, o forse con qualche modificazione genetica. Unape su tre  morta, e ne moriranno altre, la percentuale aumenta di continuo. Per molto tempo, proseguii, sono state usate come macchine per fare il miele, la loro ossessione  stata trasformata in vantaggio per gli esseri umani. Ora si stanno dimostrando abili anche a morire, per qualche terribile malattia che mette a soqquadro lordine Hymenoptera.
Ci furono cenni e sorrisi. Lise-Anne mi guard con una certa ammirazione, e il mio amico mi guard con un sorrisetto beffardo. Moji disse che aveva letto qualcosa di quel fenomeno, che veniva chiamato disturbo da collasso della colonia.  abbastanza diffuso ormai, disse, comune in tutta Europa e nel Nordamerica, e fino a Taiwan. E non centra anche con il mais geneticamente modificato? Il mio amico appoggi la testa in grembo a Lise-Anne e disse, Sembra uscito dalla storia dellimpero, disturbo da collasso della colonia! I nativi sono inquieti, Sua Maest, non potremo tenere a bada le colonie ancora a lungo. Lise-Anne disse, Qualcuno di voi conosce El espritu de la colmena?  un film di un certo Erice, girato negli anni Settanta. Nel film le api rappresentano non so bene cosa, ma pare che, in un periodo triste e violento della storia spagnola, rappresentassero un modo diverso di pensare, un modo di pensare e di essere specifico delle api, ma che era anche in relazione con il mondo umano. In quel film ci sono scene che mi sono davvero rimaste impresse. Penso a quelle in cui il padre  ha due bambine, e una che si chiama Ana, proprio come la piccola che cera qui un attimo fa , le scene in cui il padre ha una specie di psicosi, o  intrappolato in un ricordo di cui non pu parlare, e riesce solo a lavorare agli alveari. Quelle scene sono davvero commoventi, non hanno dialogo o trama, ma sono efficaci. Comunque, non so dove volevo andare a parare, ma forse le api sono sensibili, insolitamente sensibili a tutta la negativit nel mondo umano. Forse sono collegate a noi in una maniera che non abbiamo ancora capito, e la loro morte  una specie di monito, come i canarini nelle miniere di carbone, sensibili a unemergenza che ben presto sar evidente anche ai lenti, stupidi esseri umani.
Non avevo visto il film di Erice, ma il declino della popolazione di api mi fece venire in mente unaltra cosa che ora collegavo a quello che Lise-Anne aveva appena descritto. La mancanza di familiarit con la morte di massa, con la peste, la guerra e la carestia, mi sembrava una cosa nuova nella storia umana. Gli ultimi decenni, dissi ai miei amici, in cui le guerre scoppiano in tanti punti diversi invece di diffondersi dappertutto, e lagricoltura non evoca pi una paura elementare e le variazioni stagionali del clima non sono foriere di carestie, sono unanomalia. Siamo i primi esseri umani completamente impreparati al disastro.  pericoloso vivere in un mondo sicuro. Prendiamo questa innocua e bellissima bravata dei paracadutisti. Sappiamo che sono nel giusto, che ci hanno offerto unesperienza memorabile, con una certa dose di rischio personale, ma la polizia ha il dovere di assicurarci protezione in qualsiasi evenienza, ha il potere di difenderci con la forza delle armi, di proteggerci anche dal piacere. Spesso penso al lungo diciannovesimo secolo che, in ogni parte del mondo,  stato un interminabile bagno di sangue, unorgia di massacri continui, che fosse in Prussia o negli Stati Uniti, nelle Ande o in Africa occidentale. Lo sterminio era la norma, e le nazioni andavano in guerra per il minimo pretesto. Una dopo laltra, interrotte solo da brevi pause per il riarmo. Pensate alle epidemie che hanno spazzato il dieci, venti, persino il trenta per cento della popolazione europea. Di recente ho letto da qualche parte che la citt di Leiden ha perso il trentacinque per cento della popolazione in un arco di tempo di cinque anni, nel decennio fra il 1630 e il 1640. Cosa significava vivere con questa possibilit, con gente di ogni et che ti muore intorno, di continuo? Il problema  che non ne abbiamo idea. Anzi, quando ho letto questa cosa, era come nota a pi di pagina in un articolo su qualcosaltro, sulla pittura o larredamento.
Le famiglie decimate, tipo tre morti su sette, non erano affatto insolite. Per noi, lidea di tre milioni di newyorchesi morti di qualche malattia nei primi cinque anni del millennio  quasi inimmaginabile. Ci sembrerebbe una distopia totale, quindi pensiamo a quelle realt storiche solo come note a pi di pagina. Cerchiamo di dimenticare che altre citt, in altre epoche, hanno visto di peggio, che nulla ci pu immunizzare da qualche tipo di peste, che siamo vulnerabili come qualunque altra civilt del passato, ma particolarmente impreparati. Persino nel modo in cui parliamo del poco che ci  successo nella vita, abbiamo gi esaurito le iperboli.
Continuavo a battere sullo stesso tasto, e fu Lise-Anne a salvarmi da me stesso cambiando argomento. Disse, Ma Julius, tu sei uno strizzacervelli. Mi ha sempre affascinato la cosa. Io ovviamente sono pazza, altrimenti non starei con quel tipo l davanti. Quindi lascia perdere le api o la peste e tutto il resto. Chi  la persona pi pazza che hai curato di recente? Scommetto che te ne arrivano certi che sono un bel po fuori di testa. Oppure sei costretto al segreto professionale? Ti giuro che non lo diremo a nessuno.
Li assecondai e mi misi a raccontare storie dei miei pazienti, di visite di alieni e sorveglianza governativa, di voci nelle pareti e sospetti di cospirazioni famigliari. C sempre un fondo di umorismo negli orrori delle malattie mentali, soprattutto tra i ranghi dei paranoici. Ora ripescavo quelle storie, a volte attingendo a quelle dei miei colleghi e spacciandole per mie. Ridevano tutti mentre rievocavo il caso di quel paziente che aveva bloccato con successo i segnali da altri pianeti, foderando con cura ogni finestra di casa sua con lalluminio, mettendo nelle scarpe recettori maniacalmente ricavati da semplici graffette e tenendo sempre un piccolo pezzo di piombo in ogni tasca, anche quando dormiva. La schizofrenia paranoide si prestava particolarmente bene a questi racconti e chi ne soffriva era solitamente un buon narratore perch abituato a costruirsi mondi. Contenuti nei parametri delle loro realt, quei mondi erano incredibilmente coerenti: sembravano assurdi solo dallesterno.
I medici usano davvero la parola pazzo?, chiese Moji. Certo che s, dissi. Anzi, certe persone sono semplicemente svitate, ed  proprio quello che scriviamo sulla cartella. Mi  successo la settimana scorsa. Rappresentante quarantanovenne: gli ho parlato per qualche minuto e mentre parlava ho scritto: il paziente  pazzo come dieci cavalli. Di un altro paziente avevo annotato: semplicemente fuori di testa. Penso che sareste meravigliati da quello che dicono i medici quando nessuno li sente.
Sai quel negozio vicino a TriBeCa, disse Lise-Anne, Andiamo Pazzi Per I Pazzi? Be, disse il mio amico, Io so per certo di esserlo. In realt ci sono un sacco di persone malate di mente in questa citt, forse la maggioranza dei newyorchesi. Be, no, prosegu lui, non intendevo questo. Ma  che tutti trovano un modo per tirare avanti e nessuno  completamente libero dai problemi mentali perci, dico io, lasciamo che se la sfanghino. La pazzia  usata come scusa per reprimere il dissenso, ora come sempre. Julius, sono sicuro che lo sai: nellEuropa medievale cerano delle prigioni galleggianti, navi piene di pazzi che andavano di porto in porto a raccattare gli indesiderati. Gente che oggi sarebbe considerata lievemente depressa veniva esorcizzata, allepoca. Bisognava rimuovere i soggetti contaminanti dalla societ.
E se parliamo di pazzia vera, prosegu, e non voglio certo fingere che non esista, se parliamo di qualcosa di profondo, della disgiunzione intima tra realt reale e una specie di realt inventata dal singolo, be, nella mia famiglia abbiamo un sacco di casi. Quello che dicevi prima di Leiden in un certo senso la mia famiglia  Leiden. Mio padre  impazzito ed  diventato un fanatico della cocaina. O forse il contrario, prima  arrivata la cocaina. E comunque, adesso  da qualche parte nel South Carolina, in questo preciso istante, che cerca di farsi una pista. Vive per quello. Ovviamente uso la parola padre in senso lato. Non lo vedo da quattro anni, e le volte in cui lho visto avrei preferito farne a meno. Mia madre invece ha avuto sei figli da cinque uomini diversi. Anche quello  da pazzi, no? Voglio dire, come fai a non smetterla dopo il terzo o quarto figlio? Ho un fratello pi grande che  dentro per spaccio. Per non parlare di mio zio Raymond. Zio Ray faceva il meccanico ad Atlanta. Aveva una moglie e tre bambini. Un tipo semplice, senza grilli per la testa, mai toccato droghe. Poi, quando avevo undici anni, ha perso la testa per chiss cosa,  andato sul retro di casa sua e si  fatto saltare le cervella. Lha trovato mia cugina Yvette, la figlia pi piccola. Aveva sette anni.
Il silenzio cadde sul gruppo. Sapevo quella storia. Era il terrificante passato che il mio amico aveva dovuto superare per laurearsi e diventare assistente universitario dellIvy League. Ora che si era sfogato, aveva unespressione pacifica. Davanti a noi, nelle ombre del pomeriggio che si stavano allungando, i paracaduti ripiegati venivano portati via dai veicoli dei guardiaparco. I paracadutisti sarebbero stati accusati di comportamento pericoloso e multati. Immagino, disse Moji, che quello che i neri devono affrontare in questo paese  e non intendo me o Julius, ma gente come voi, che siete qui da generazioni , quello che avete dovuto sopportare voi  sufficiente a far perdere la testa a chiunque. La struttura razzista di questo paese porta alla pazzia.
Oddio, disse Lise-Anne, non giustificatelo! Scoppiammo a ridere, sollevati. Lise-Anne risultava immediatamente simpatica. Invece ero colpito dalla durezza di Moji, dal fatto che fosse sempre sulla difensiva. Parlando del suo ragazzo, che non avevo ancora conosciuto, mi chiese, Stai cercando di scoprire se  nero? Ero stupefatto. Lassicurai che no, non avevo nessun interesse in quel senso. Era banale, mi sembrava segno di immaturit. Ma lo trovavo anche affascinante, quasi erotico, e allimprovviso mi immaginai insieme a lei in una situazione a sfondo sessuale. Non era come con Nadge: quellattrazione aveva una valenza diversa. Non ero nemmeno sicuro di poterla definire attrazione. Ma cera qualcosa di interessante nello stato danimo in cui si avvolgeva, come fosse un mantello. Era schietta, parlava liberamente, sembrava sempre pronta a litigare, eppure dava limpressione di essere unattenta osservatrice, di persone e di parole.
Quando lasciammo il parco, il mio amico e la sua ragazza presero un taxi verso il centro, e io mincamminai con Moji su Central Park West. Anche in questo caso, ero io che parlavo di pi. Cercai di nuovo di coinvolgerla sul tema del riciclare. Rispondeva con dei s o dei no, come se sapesse bene che stavo blaterando, riempiendo dei vuoti. Un piccione scuro, forse lo stesso che avevamo visto qualche ora prima anche se ne dubitavo, saltellava sul muretto di pietra lungo il lato ovest del parco, come se ci stesse seguendo, poi allimprovviso si alz in volo e scomparve tra gli alberi. Le chiesi ancora del suo ragazzo, fingendo di essere interessato. Si chiamava John Musson. Non aveva niente da dire su di lui. La serata primaverile sminuiva quello che ci stavamo dicendo, assorbiva le nostre energie, tanto che dopo un po ci limitammo a camminare in silenzio. Un paio di volte alzai lo sguardo per sbirciare il suo viso, che proprio allora mi parve cos concentrato, cos poco bello, e al tempo stesso completo nel suo fascino. Facevo davvero fatica a interpretarla. Il traffico brontolava accanto a noi, il rumore di motori impazienti, rombanti, e i fumi della benzina aggiungevano una nota minacciosa al mondo profumato del parco. Alla metro sullOttantaseiesima, la lasciai andare.
La pratica della psichiatria ha in parte a che fare con lidea di vedere il mondo come un insieme di trib. Prendiamo una serie di individui con un cervello che mappa la realt in modo simile: le differenze in questo gruppo apparentemente normale, questo gruppo di controllo che costituisce la maggioranza dellumanit, sono minime. Il benessere mentale  misterioso, ma questo gruppo  abbastanza prevedibile, e vi si pu applicare ampiamente il poco che la scienza ha scoperto sulle funzioni cerebrali e i segnali chimici. Lemisfero destro processa in parallelo, il sinistro in modo seriale, e i messaggi vengono passati tra i due pi o meno efficacemente dal corpo calloso. Lorgano, racchiuso nel cranio, migliora di continuo in una vasta gamma di attivit incredibilmente complesse, mentre peggiora in alcune altre. Questa  la nostra immagine di normalit. Dal punto di vista aneddotico, le differenze tendono a essere esagerate  per importanti ragioni sociali alla gente piace pensare che gli altri sono del tutto diversi , ma in realt queste differenze, per gran parte delle funzioni, sono quasi impercettibili.
Ma prendiamo un altro gruppo di individui, una trib pi distante, nella quale il cervello si differenzia da quelli del primo significativamente, sia dal punto di vista chimico che fisiologico. I pazzi, i folli: gente schizofrenica, ossessiva, paranoica, compulsiva, sociopatica, bipolare, depressa, o qualche tremenda combinazione di due o pi di queste malattie; queste persone appartengono tutte a una categoria, dovrebbero essere classificate insieme. O cos pensiamo, e questo  il fondamento logico della pratica medica della psichiatria. Se stanno abbastanza male, si presentano in ospedale, che lo vogliano o meno, e gli si prescrivono dei farmaci o vengono ricoverati, che lo vogliano o meno. Ma allinterno di questa trib, ed  una cosa che mi ha sempre colpito, le differenze sono cos profonde che in realt quello che abbiamo di fronte sono tante trib, ciascuna diversa dalle altre quanto dalla trib dei normali.
Tra i miei vari compiti di medico e psichiatra interno, avevo licenza di guaritore, e spingevo chi era meno normale verso qualche immaginaria media statistica di normalit. Avevo luniforme e la laurea per provarlo, e il DSM-IV sempre sulla scrivania. La mia missione, se dovevo descriverla nel modo pi grandioso possibile, era quella di curare i pazzi. Se non riuscivo a guarirli, che era il caso pi frequente, facevo del mio meglio per aiutarli a cavarsela. Per tutta luniversit avevo lottato per non perdere di vista quella grandiosa affermazione, il sogno alla base della nostra scienza e della nostra prassi. Queste ruminazioni erano del tutto private, ovviamente, e una delle lezioni che avevo imparato pi in fretta come studente, era che la visione pi ampia veniva sacrificata, pi per abitudine che per necessit, a favore del dettaglio pi piccolo. Ci veniva insegnato a diffidare della filosofia: i nostri insegnanti prediligevano il potente neurotrasmettitore, lo stratagemma analitico, lintervento chirurgico. Lolismo era mal visto da gran parte dei professori, e i migliori studenti seguivano le loro direttive.
Eravamo tutti molto sensibili alle sofferenze dei nostri pazienti, ma io facevo parte di una minuscola minoranza, o almeno cos mi pareva, che pensava continuamente allanima, o si preoccupava del suo posto in quel sapere attentamente calibrato. Tendevo istintivamente a dubbi e domande. Dopo tre anni di specializzazione, gran parte dei casi divenne semplice da affrontare. Era stato tutto sconcertante allinizio, un oceano di nozioni ingestibili, pieno di ostacoli e possibilit di fallire. Ma, apparentemente allimprovviso, scoprii di essere uno psichiatra competente. A quel punto avevo anche una idea pi chiara di quello che volevo fare dopo, dove fare il tirocinio, da chi farmi scrivere le lettere di raccomandazione. Pian piano avevo abbandonato lambizione della pratica e della ricerca accademica, e il mio futuro sembrava in un grande ospedale di citt non accademico, o forse in una piccola istituzione di periferia. Mi stava bene, perch non avevo mai davvero avuto interesse per il genere di competizione che laccademia richiede.
A met aprile, il direttore del nostro dipartimento, il professor Gregoriades, lasci la carica per dedicarsi alla pratica in privato. Il suo sostituto, Helena Bolt, che veniva dalla Hopkins ed era una rinomata esperta di sindrome da deficit di attenzione e iperattivit, era una donna generosa, e lavorare con lei si rivel molto pi facile. La sua presenza miglior le cose in tutto il dipartimento. Era scoppiato uno scandalo: un anno prima, Gregoriades era stato accusato di aver usato un termine spregiativo riferendosi ad alcuni pazienti asiatici. Laccusa non era stata pubblica n formale, ma secondo chi aveva diffuso la notizia, le fonti erano credibili. Anche se quasi nessuno di noi scopr quale fosse la parola incriminata, sempre che fosse stata usata davvero, fu una situazione sgradevole, soprattutto per il piccolo gruppo di coreani-americani e sino-americani che lavoravano come interni nel programma. Era unaccusa seria e di certo fu uno dei motivi per cui Gregoriades decise di ritirarsi. Quando lasci il posto, molte delle energie negative e dellinsoddisfazione nel dipartimento se ne andarono con lui.
In verit, Gregoriades era sempre stato molto educato con me. Era un brillante studioso con una reputazione a livello nazionale, finalista per il Lasker Award, membro dellAmerican Academy of Arts and Sciences, onorario dellAmerican Psychiatric Association; i successi professionali dicevano qualcosa di distinto dalla sua personalit, qualcosa che esigeva rispetto. In ogni caso, le sue maniere piuttosto fredde non mi avevano mai infastidito e mi era quasi venuta voglia, i primi tempi, di conoscerlo meglio, di concepire una strategia per entrare nelle sue grazie, per i potenziali benefici che la mia carriera avrebbe potuto trarne. Poi non avevo messo in pratica questi piani, ma lidea mi era venuta. Fama, pedigree, contatti: se davvero fossi stato libero da quelle preoccupazioni forse non avrei scelto il Presbyterian. Eppure, Gregoriades era di una generazione diversa, o cos si diceva. Era meno sensibile alle nuove sfumature di correttezza politica. Di certo la gente si sarebbe infiammata di meno se fosse stato accusato di razzismo contro studenti neri o ebrei.
La professoressa Bolt era molto pi che educata. Grazie a lei, noi giovani potevamo toccare con mano come si manifestava una pratica medica ancora compassionevole dopo venticinque anni di carriera ospedaliera e universitaria. Aveva un elenco di pubblicazioni di parecchie pagine, vantava successi professionali solo un po meno sfavillanti di quelli di Gregoriades ed era considerata unabile manager. Ma la cosa pi evidente era che le importava davvero dei pazienti. Voleva capire cosa potevamo fare per migliorare le cure. Il cambiamento fu impercettibile allinizio, ma un mese dopo il suo arrivo, un tema ricorrente nelle chiacchiere della sala personale era il modo in cui la cultura del lavoro nel dipartimento si era modificata. In meglio. E mentre mi avvicinavo alla fine dellapprendistato, era particolarmente soddisfacente per me, che avevo conservato gelosamente una visione quasi ingenua di come la psichiatria avrebbe dovuto essere: sperimentale, esitante e il pi gentile possibile.
Quel giorno al parco, parlando dei pazienti con gli amici mi ero concentrato, visto che non potevo fare altro in quel contesto, sulle scenette comiche. C un matrimonio di lunga data tra la commedia e la sofferenza umana, e la malattia mentale in particolare si presta alle risate. Ma avevo decine di casi che non sarebbero stati per nulla adatti allo scopo, e qualche volta  difficile scrollarsi di dosso la sensazione che, a parte le battute, c unepidemia di sofferenza nel mondo, il cui peso  portato, per ora, solo da pochi sfortunati.
Leggevo Freud solo per le sue verit letterarie. Dopotutto le sue mancanze erano state esposte in modo cos manifesto che, nella cultura popolare cos come nella professione psichiatrica, veniva recepito quasi esclusivamente tramite i suoi detrattori. H. J. Eysenck lo aveva preso di mira per la psicoterapia, Popper per la sua scienza, Friedan per latteggiamento nei confronti delle donne. Le critiche, in generale, non erano ingiuste. Quindi lo leggevo non come un professionista in cerca di illuminazioni offerte da un altro professionista, ma come avrei letto un romanzo o una poesia. La sua opera era un buon contrappeso alla tendenza farmacologica della pratica moderna. Anche il contesto storico era affascinante: dopotutto, persino Mahler era andato da lui. Pur ammettendo eccessi e interpretazioni errate, a suo favore si pu dire che illumin la psicanalisi  ovvero, non lo si dimentichi, la sua scoperta originaria  pi chiaramente di quanto avrebbe fatto il pi meticoloso dei medici moderni.
Scoprii che i suoi scritti su dolore e perdita erano ancora utili. In Lutto e melanconia, e pi tardi in LIo e lEs, Freud suggeriva che, in un normale processo di lutto, i morti vengono interiorizzati, completamente assimilati ai vivi, in un processo chiamato introiezione. In un lutto che non viene elaborato normalmente, in cui qualcosa va storto, questa benefica interiorizzazione non avviene. Si verifica invece lincorporazione. I morti occupano solo una parte del sopravvissuto, sono sezionati, nascosti in una cripta, e da l tormentano i vivi. La precisione della linea che avevamo tracciato intorno agli eventi catastrofici del 2001 mi sembrava identica a questo tipo di sezionamento. Cerano stati episodi di grande eroismo ovviamente, anche se, con il passare degli anni, era diventato chiaro che alcuni aspetti erano stati sopravvalutati. Cera stata anche molta fermezza di propositi nei discorsi del presidente, e innumerevoli battibecchi politici, e una gran determinazione a ricostruire al pi presto. Ma lelaborazione del lutto non era completa, e lansia avvolgeva la citt.
Sullo scenario pi ampio che faceva da sfondo, si stagliavano le immagini pi piccole: in primavera ricevetti un uomo anziano, il signor F. della contea di Westchester, un ottantacinquenne che, a parte un po di cataratta, era in ottima forma fisica. Per qualche mese la sua famiglia aveva temuto che stesse scivolando nellAlzheimer: cali di attenzione, buchi di memoria, spesso allapparenza smarrito. Parlava sempre di meno, e quando lo faceva sembrava interessato solo a vecchi ricordi, che tendeva comunque a confondere. Ma alla fine la neurologa che laveva in cura dichiar che non cera nessun motivo clinico per credere che avesse lAlzheimer. Laveva mandato da noi al Milstein e i suoi sospetti si erano rivelati corretti: il signor F. era depresso.
Era un veterano della marina e aveva servito nel Pacifico durante la seconda guerra mondiale. Era tornato a casa, aveva sposato la sua amata e avevano avuto cinque figli, cresciuti grazie al suo stipendio di operaio ad Albany e a quello di lei, che lavorava come aiuto infermiera e supplente a scuola. Sua moglie era morta nel 1999, e un anno dopo si era trasferito dalla seconda delle tre figlie; era mentre abitava l, a White Plains, che aveva cominciato a mangiare poco e dormire male, a perdere peso, ad avere dei cali dumore e a provare un affanno mentale che descrisse con grande difficolt  anche perch era un uomo molto riservato  come uno sforzo per evitare di affogare. Quando entr nel mio studio, con il berretto da veterano e una giacca a vento azzurra, aveva lo sguardo lontano di chi  rinchiuso nella propria tristezza.
Lo vidi solo due volte (and in psicoterapia) ma ricordo che, dopo quella seconda seduta, quando ormai mi aveva fornito unanamnesi abbastanza completa, gli spiegai come potevano funzionare i vari farmaci. Gli stavo dicendo che era improbabile riscontrasse qualche miglioramento nellumore per almeno un mese, quando mi interruppe, alzando con gentilezza la mano. Mi fermai a met frase e il signor F., con unemozione improvvisa nella voce, mi disse, Dottore, volevo solo dirle come sono orgoglioso di essere qui e di vedere un giovane nero come lei in camice bianco, perch le cose non sono mai state facili per noi, e non abbiamo mai avuto nulla senza lottare.

18.

A un semaforo sulla Centoventiquattresima cerano due ragazzi sui ventanni, di cui colsi dei frammenti di conversazione mentre attraversavamo la strada. S fatto vivo? Giura!, disse uno. S fatto vivo eccome, disse laltro. Pensavo che lo conoscevi quel negro. Merda, disse il primo, non lo conosco quel figlio di puttana. Incrociammo gli sguardi con un cenno del capo, poi loro svoltarono a destra, verso sud. Camminavano sciolti, con passo pigro, come atleti, e per un attimo tanta volgarit mi lasci a bocca aperta, poi me ne dimenticai.
Una decina di minuti dopo, mentre raggiungevo la stradina che corre sopra Morningside Park (prima che diventi Morningside Drive), notai un improvviso movimento nelle ombre davanti a me. Mi ero allarmato inutilmente e sorrisi rilassato quando capii chi era: i due ragazzi che avevo visto poco prima. Non restituirono il sorriso, ma avanzarono a grandi falcate verso di me, ogni passo apparentemente calcolato per non sprecare energie. Mi superarono dai due lati senza parlarsi, come se non mi avessero visto. Sembravano persi nei loro pensieri. Prima, me ne rendevo conto solo ora, cera stato appena un vago contatto tra noi, sguardi tra sconosciuti allangolo di una strada, un gesto di rispetto reciproco basato sul fatto di essere giovani, maschi, neri; in altre parole, di essere fratelli. Quegli sguardi venivano scambiati in tutta la citt a ogni minuto del giorno, un rapido segno di solidariet nellintreccio delle occupazioni quotidiane di ciascuno, un cenno, un sorriso o un saluto fugace. Era un modo facile di dire, So bene com la vita per te quaggi. Ora mi erano passati accanto e per qualche motivo non avevano ripetuto quel gesto fugace.
Le ultime luci della giornata stavano calando, e la strada era quasi tutta in ombra. Era improbabile che mi potessero riconoscere, anche in pieno giorno. Eppure, mi ero innervosito. E fu proprio mentre quelle idee mi passavano per la testa che sentii il primo colpo, sulla spalla. Un secondo, pi forte, mi arriv sulla schiena, e le mie gambe cedettero come rametti. Ero a terra. Non ricordo se urlai o se, aprendo la bocca, mi resi conto di non riuscire a produrre suoni. Iniziarono a prendermi a calci dappertutto  braccia, schiena, stinchi , una rapida coreografia studiata. Gridai, implorandoli di smettere, conscio di essere inerme, un uomo a terra che viene picchiato. Poi persi la volont di parlare e incassai i colpi in silenzio. La consapevolezza iniziale del dolore se nera andata, ma ora capivo quanto mi avrebbe fatto male dopo, come sarebbe stato brutto il domani, sia per il corpo che per la mente. La mia testa aveva smesso di funzionare, a parte quel pensiero solitario, un pensiero che mi faceva bruciare gli occhi, una prospettiva ancora pi dolorosa, mi pareva, dei colpi. Troviamo comodo descrivere il tempo come un materiale, sprechiamo tempo, prendiamo tempo. Mentre giacevo a terra il tempo divent materiale in uno strano modo, un modo nuovo: era frammentato, ridotto in pezzi incoerenti, e al contempo si spandeva, come un liquido versato, o una macchia.
Non avevo paura di morire. In un certo senso era chiaro che non intendevano uccidermi. Cera una particolare disinvoltura nella loro violenza, e anche se non avevano estratto unarma o dato spiegazioni, sentivo che avevano la situazione sotto controllo. Mi stavano picchiando, ma non era violento come avrebbe potuto essere se fossero stati davvero arrabbiati. Loro non erano due come avevo pensato: era arrivato un terzo, e cerano risate, risate spontanee, punteggiate di volgarit. Quando riuscii a mettere a fuoco, vidi, o almeno mi parve, che erano molto pi giovani di quello che avevo immaginato, che non avevano pi di quindici anni. E le parole che spuntavano tra le risate sembravano in un certo senso distanti da quella situazione, come se si rivolgessero a qualcun altro, come se fossero le stesse che avevo sentito tante altre volte: mai ostili, mai dirette a me, innocenti come quelle che avevo ascoltato quando ci eravamo incrociati. Invece ora quelle parole erano pronunciate per umiliare, e io tentavo di schivarle. La mia mano era alzata anche contro gli improperi, mentre i colpi continuavano a cadere, bench meno rapidi. I ragazzi continuarono a ridere, e uno mi schiacci la mano con un piede unultima volta, con particolare forza. Il mondo divent buio. Se ne andarono, di corsa, le scarpe da basket che battevano sullasfalto scricchiolando.
Quando se ne furono andati, il tempo riprese la sua forma. Mi avevano preso il telefono e il portafoglio. Rimasi seduto sul marciapiedi in silenzio, stupito, pensando che avrebbe potuto essere peggio, e anche che era stato inevitabile. Sopra di me, le luci degli appartamenti si accendevano e cera ancora qualche chiarore nel cielo; la notte era sospesa tra luce naturale e luce elettrica e il bagliore che vedevo nelle case senza poterlo raggiungere sembrava promettere che la vita sarebbe continuata. La gente tornava a casa dal lavoro, o preparava la cena, o finiva le ultime cose del pomeriggio. Gente: ma non cera nessuno in strada, solo il vento secco che soffiava tra gli alberi. Guardai un canale di scolo pieno di erbacce. Formavano un disegno intricato, sorprendente.
Poteva andarmi peggio: un pensiero che mi faceva infuriare, un pensiero falso, perch quello che era successo era peggio, peggio della salvezza e di un corpo intatto. Poi arriv il dolore, il dolore fisico, come se la temperatura si fosse allimprovviso alzata e un calore asciutto si stesse diffondendo in tutto il mio corpo. Dagli occhi mi sgorgavano le lacrime. Respirare mi faceva male. Pensai di essermi rotto un paio di costole, ma scoprii che non era cos. Le nocche della mano destra erano ricoperte di sangue e sabbia e sul dorso, vicino al polso, cera un grosso taglio: era la mano che avevo alzato per proteggermi la testa mentre ero rannicchiato sullasfalto con le ginocchia verso il viso e la testa abbassata. La bocca era anestetizzata, come dopo una visita dal dentista. Non era la mia bocca, pensai mentre muovevo la lingua contro le pareti, quella bocca aliena, brutta, paralizzata.
Finalmente vidi qualcuno in fondo alla strada. Non era lontano, solo a un paio di isolati. Era una persona piccola, lenta, come un ricordo che si avvicinava. Mi alzai a fatica, mi pulii i vestiti, e mincamminai, zoppicando un poco e stringendo i denti, sentendo la faccia diventarmi sempre pi inguardabile. Ma quella persona, un uomo anziano in tuta da lavoro, credette alla mia messa in scena. Mi super senza notare che ero appena stato picchiato, o forse semplicemente non gli interessava notarlo.
Tornando a casa, tentai di rimanere il pi possibile nellombra. Non ero distante. I ragazzi si erano dileguati nel parco, e probabilmente erano lontani ormai, in qualche recesso di Harlem. Lentrata era deserta, lascensore libero. Entrai in casa e rimasi a lungo in bagno, davanti allo specchio. Mi toccai lo zigomo, passando piano un dito sulla guancia. Faceva male, era gonfia e di un porpora violento. Mi levai i vestiti, prima il cappotto nero, lercio, poi la camicia azzurro polvere, pulita ma spiegazzata. La indossavo di rado, era un regalo di Nadge. Poi ritornai lucido: dovevo pulire le ferite (una visita in ospedale non sembrava necessaria) e sporgere denuncia. Anche le carte di credito: era quella la prima telefonata da fare, per limitare i danni. Poi la polizia del campus, che avrebbe messo un cartello vicino allascensore in cui si avvisava (comera successo tante altre volte, in tutti i casi in cui non ero stato io la vittima) che qualcuno era stato assalito nel quartiere, e che i sospetti erano maschi, neri e giovani, di altezza e peso normali.
Aprii la finestra e guardai fuori. Il buio era totale, il cielo grigio antracite e loscurit interrotta vicino a terra da lontane luci alogene. Gli edifici al di l della strada erano appartamenti, in genere occupati dal corpo studentesco e dal personale delle varie istituzioni del quartiere,Teachers College, Union Theological Seminary, Jewish Theological Seminary, Columbia Law School. In uno degli appartamenti, che era pi o meno di fronte al mio, vidi una giovane donna davanti a un muro. Indossava uno scialle, e chinava la testa di continuo, pregando alla luce gialla di una lampada a stelo. Pochi piani sopra, sul tetto piatto delledificio, un camino sputava grandi piume di fumo grigio. Il fumo era come una silenziosa esplosione al rallentatore, si gonfiava, e i contorni venivano inghiottiti nei recessi pi scuri del cielo. La mia casa era immersa nel buio. Mi feci un t e lo sorseggiai mentre guardavo la donna pregare. Gli altri non sono come noi, pensai, le loro espressioni sono diverse dalle nostre. Eppure, anchio pregavo, e mi sarei volentieri messo davanti a un muro a recitare le preghiere giudaiche, se quello fosse stato il mio destino. Da tempo avevo deciso che la preghiera non era un tipo di promessa, e nemmeno uno stratagemma per ottenere quello che si voleva nella vita: era la semplice pratica della presenza, nientaltro, solo una terapia basata sullessere presenti e sul dare un nome ai desideri del cuore, che fossero chiari o ancora informi.
Erano passate solo due ore. Tremavo dallo shock, ero ancora sconvolto dalla subitaneit di quello che era successo, ma di fatto lo sentivo gi come una scazzottata da scuola. Quello che avevo vissuto era per caso un breve istante in cui, come un vecchio, avevo dato il benvenuto alla morte e accettato il colpo successivo, e quello dopo ancora? No. Avevo solo sentito la paura del dolore e la bellezza di non provarne. Ma come ha potuto sfuggirmi, avevo pensato mentre giacevo a terra. Come avevo potuto non essere perfettamente consapevole di comera bello non essere feriti?
A quel punto, ogni clich adatto a riassumere quello che era successo inizi a sgomitare per prendere posto nella mia testa. Queste cose succedono, era solo questione di tempo, considerati fortunato, e s, avrebbe potuto andarti peggio e la bile mi sal in gola a quei pensieri. Tre giorni di ferie sarebbero bastati a rimettermi in sesto, pensai, e avrei cercato di essere sincero sui motivi della mia assenza, sul fatto che non volevo farmi vedere. Nel frattempo avrei dovuto chiedere al mio amico una mano per alcune cose pratiche. Lui, almeno, non avrebbe trasformato lepisodio in qualcosa di pi grande di quel che di fatto era.
Avevo sentito parecchie storie simili. A una collega in servizio avevano scippato la borsa. A uno degli infermieri  un uomo massiccio e dalla voce suadente, di origine portoghese  una gang aveva spaccato la mascella, e si erano presi solo liPod, lasciandogli portafoglio, orologio e catena doro. Gli avevano dato diciassette punti sul viso. La violenza per puro divertimento non era insolita in citt; questa volta per era toccata a me. Avevo pulito le ferite su spalle, braccia e gambe, tanti piccoli lividi che sarebbero guariti presto. La bocca sfigurata e la mano mi preoccupavano di pi. Mentre esaminavo le ferite, uno sciame di pensieri mi affollava la testa: Perch questo stesso corpo si era cos spesso affrettato ad allontanarsi da chi lo aveva amato?
La donna aveva smesso di pregare. Si pass le dita tra i capelli castano chiaro e si tolse il tallit dalle spalle, fermandosi per un istante, come se avesse dimenticato qualcosa. Lo ripieg, e spense la luce.
La giovane donna era incerta, e si concentrava prima di pronunciare ogni parola. Guard in cerca di conferme luomo accanto a lei, che scroll il capo e la corresse. No,  la World Health Organization. Riprova, vedi? Quello  Mondo. Commercio. Organizzazione. Esatto, commercio. Ti ricordi la parola per commercio?
Indic la pagina e pass due dita sulla parola. La donna ci pens un attimo, e diede una risposta in cinese che sembrava uguale alla prima. Luomo sembrava pi soddisfatto, e le chiese se voleva riguardare lelenco dallinizio. Ero a un piccolo tavolo, da solo, e mentre bevevo il caff colsi la loro conversazione nella fuga di voci al bar. Erano al bancone davanti a me, e bevevano Coca-Cola. La studentessa asiatica, con la frangia nero inchiostro che le ricadeva a met del viso, si passava una pila di schede da una mano allaltra, irrequieta. Il suo insegnante, che aveva pochi anni pi di lei, era un tizio biondo in tuta da ginnastica.
Finsi di guardare in strada. Le ombre erano lunghe, la luce gialla e, sul marciapiedi, due donne con i tacchi alti e grandi sacchetti firmati si abbracciavano. Il rapporto tra il maestro biondo e la studentessa sembrava recente, con regole gi convenute ma una certa formalit che prevaleva ancora. Lei rideva di tanto in tanto, e lui le correggeva la pronuncia. La ragazza lottava per portare in superficie il poco che sapeva della lingua. I suoi occhi indagavano, ignari di essere visti. Invece lui sembrava meno spontaneo. Era consapevole del contrasto tra i propri tratti somatici e il compito che stava svolgendo, e consapevole di svolgerlo in uno spazio pubblico. Era come se presentasse le proprie credenziali, rivolgendosi non solo a lei, ma a chiunque fosse a portata dudito e guardasse con un attimo di esitazione un uomo bianco che insegna cinese a una donna asiatica. Sembrava leggermente compiaciuto di se stesso. Ripet di nuovo la frase e, alzando rapidamente lo sguardo, incroci il mio nella vetrina del bar.
Il bar era su Broadway, tra Duane e Reade Street, vicino alla stazione della metro Brooklyn Bridge - City Hall, e dava su un parco molto tranquillo per gli standard di Lower Manhattan. Quel mattino era pieno di impiegati, addetti del parco e qualche turista, ma il volume non superava il brusio sommesso. La gente sbucava dalla scalinata della stazione e si avviava verso il posto di lavoro; quelli che avevano iniziato presto erano gi nel parco, e facevano la prima pausa caff della giornata. Uninsegna al neon con la scritta COMIDA LATINA spiccava fuori dal caff e, dentro, il personale puliva i piatti scaldati al vapore. Ben presto sarebbero stati riempiti di riso giallo, plantains fritti, chow mein, costine alla griglia e varie specialit dominicane, portoricane e cinesi che i locali come questo preparavano per lora di punta del pranzo. Il locale non era grande, ma si capiva che faceva buoni affari, sicuramente grazie alla massa di statali che ogni giorno entravano e uscivano dai giganteschi grattacieli della zona.
Erano passate due settimane e, a parte la mano sinistra, tutto il resto era guarito. Come prevedevo, non cera stato bisogno di andare in ospedale per la bocca, ma la mano mi dava ancora dei problemi. Quello che era sembrato un livido minore ora pareva una lesione profonda fino allosso, e faticavo a girare una manopola o a sollevare un tazzone di caff. Tenevo quasi sempre la mano nella tasca del cappotto. Al di l della strada, davanti agli edifici federali pi grandi, si era formata una lunga coda che si snodava come un serpente. Mi sembrava che fossero immigrati pi che cittadini convocati a far parte di giurie popolari, che era laltra possibilit in un edificio del genere. Cera unatmosfera inquieta di aspettativa, uno sforzo palpabile di mostrarsi disponibili allinterrogatorio imminente.
Attraversai la strada per passare lungo la coda. Un gruppo di bangladeshi  una minuscola matriarca dai capelli argentei in salwar kamiz, un giovane in cappotto di lana e calzoni marroni, una ragazza con la gonna al polpaccio e i bambinetti infagottati  sembravano tutti presi ad armeggiare con i propri documenti. Pareva che ci fosse uninsolita quantit di coppie miste nella fila. Una sembrava composta da un afroamericano e una vietnamita. Gli addetti alla sicurezza, lo confermavano le uniformi, erano della Wackenhut, la stessa ditta privata che aveva il compito di sorvegliare gli immigranti nel centro di detenzione del Queens. Man mano che ciascuna famiglia in attesa raggiungeva linizio della coda, riceveva istruzioni di togliersi gioielli, scarpe, cinture, monete e chiavi, per cui la paura ufficiale del terrorismo faceva da sottofondo, come una nota grave, allintima paura di ciascuno, cio che il funzionario dellimmigrazione al piano di sopra li avrebbe respinti per qualche mancanza.
Da dove mi trovavo riuscivo a vedere, dietro il bar, lenorme edificio dellAT&T Long Lines su Church Street. Era un grattacielo senza finestre, uninfinita lastra di cemento che saliva verso il cielo, con poche fessure di ventilazione simili a periscopi, unico indizio a riprova del fatto che si trattava di un palazzo e non di un mattone compatto fabbricato da un macchinario gigantesco. Ciascun piano era alto almeno il doppio del normale, e il grattacielo, pur incutendo timore, arrivava solo a ventinove piani. Laspetto militare era intensificato dagli angoli rinforzati, dai condotti allungati con cui imitava il mastio di un castello affiancato da torri murarie che celavano ascensori, condutture e impianti idraulici. I pochi che utilizzavano ledificio, immaginai, dovevano essersi trasformati in talpe nel giro di qualche anno, i ritmi circadiani completamente distorti, la pelle depigmentata fino a diventare trasparente. Il palazzo, che continuavo a fissare come se mi avesse mandato in trance, sembrava un monumento, o una stele.
Fui strappato dai miei pensieri dalla voce di un addetto alla sicurezza. Non pu stare qui, si deve spostare signore. Proseguii verso una strada laterale. La coda si era estesa fino a l, fino al limitare delledificio. Un uomo, allapparenza un custode, stava aiutando una famiglia spagnola, madre e due figli, che sembrava essersi persa. Cercando di capire cosa stava chiedendo, ripeteva la pronuncia della donna, che diceva passiport invece di passport. Il pi grande dei ragazzi aveva i primi peli ribelli sul viso. Sembrava annoiato, o forse imbarazzato. Vicino allinizio della fila, una ragazza usc di corsa dalle porte a vetro e, in lacrime, abbracci un gruppetto di persone che aspettavano in coda. Un giovane uomo, forse suo marito, era uscito con lei, e la gente li accolse raggiante, abbracciandosi e battendosi il cinque. Una donna pi anziana si mise a piangere, e la ragazza disse, abbastanza forte perch tutti sentissero: Ora capite da chi ho preso, dalla mia mamma. Le altre persone in coda, sperando di avere la stessa fortuna e forse ancora pi inquiete vedendo quella dimostrazione di sollievo, o frustrate dallo sfoggio di emotivit, guardavano e poi distoglievano lo sguardo, e poi guardavano di nuovo. Il custode accanto a me sorrise, scroll il capo e spieg alla famiglia ispanica come arrivare allUfficio passaporti.
Cera un piccolo posto di controllo vicino alla strada laterale, e appena oltre, circondato dagli enormi palazzi di uffici, un fazzoletto di terra. Non avrebbe attirato la mia attenzione se non avesse avuto una forma curiosa al centro  a prima vista non riuscii a capire se fosse scultura o architettura. Scoprii che era un monumento commemorativo, e uniscrizione spiegava che quel punto era stato un luogo di sepoltura africano. Il minuscolo spazio verde era tutto ci che rimaneva, ma nel diciassettesimo e diciottesimo secolo era stato enorme, circa sei acri, e arrivava a nord fino allattuale Duane Street e a sud fino a City Hall Park. Su Chamber Street e nel parco stesso, venivano regolarmente rinvenuti resti umani. Ma gran parte del cimitero adesso era ricoperto da uffici, negozi, strade, tavole calde, farmacie, linfinito brusio del commercio e dellamministrazione quotidiana.
Qui sotto cerano i corpi di quindici, ventimila neri, in generale schiavi, ma poi il terreno era stato edificato, e gli abitanti della citt avevano dimenticato che era un luogo di sepoltura. Era passato alla propriet privata e civica. Il monumento era opera di un artista haitiano, ma non riuscivo a guardarlo da vicino, perch era chiuso allaccesso del pubblico per lavori di restauro, mi diceva un cartello, in preparazione alla stagione turistica. In piedi nellerba verde e nel sole forte, allombra dellamministrazione e del commercio e a pochi metri dal monumento circondato dai cordoni, non avevo idea di chi fossero le persone che, tra il 1690 e il 1795, erano state messe a riposare in pace sotto i miei piedi. Era qui, in quella che un tempo era periferia, a nord di Wall Street e quindi al di fuori della civilt come allora veniva definita, che ai neri veniva permesso di seppellire i morti. Poi i morti tornarono quando, nel 1991, durante la costruzione di un edificio tra la Broadway e la Duane, furono rinvenuti dei resti umani. Erano stati avvolti in sudari bianchi. Le bare che vennero alla luce, circa quattrocento, erano quasi tutte orientate verso est.
Le controversie sulla costruzione del monumento non mi interessavano. Di sicuro era impossibile che sei acri di costose propriet immobiliari in pieno centro venissero rasi al suolo e dedicati di nuovo a un cimitero. Ci in cui ero immerso, in quella calda mattinata, era leco secolare della schiavit a New York. In quel luogo di sepoltura per negri, come veniva chiamato allora, e in altri sulla costa orientale, i corpi rinvenuti riportavano le tracce della violenza: traumi gravi, ferite profonde. Molti degli scheletri avevano le ossa rotte, segno della sofferenza che avevano sopportato in vita. Anche le malattie erano comuni: sifilide, rachitismo, artrite. In alcuni dei drappi funebri furono trovate conchiglie, perline, pietre levigate, in cui gli esperti videro tracce delle religioni africane, riti tramandati dal Congo, o dalla costa occidentale, dove tanti erano stati catturati e venduti come schiavi. Uno scheletro rinvenuto indossava luniforme della marina inglese. Altri avevano delle monete sugli occhi.
Nel 1780 circa, i neri liberi avevano presentato una petizione in difesa dei loro defunti. I cadaveri dei neri erano ambiti dai ladri, che li vendevano a chirurghi o anatomisti. La sofferenza era tangibile nella petizione, in cui si denunciavano coloro che, nel buio della notte, prelevano i corpi dei defunti, nostri amici e parenti, li portano via senza rispetto per let o il sesso, ne mutilano le carni per pura e semplice curiosit e poi le espongono a bestie e uccelli. Le autorit riconobbero che era una causa giusta e nel 1789 venne passato il New York Anatomy Act. Da quel momento in poi, come era accaduto in Europa, anatomisti e chirurghi avrebbero utilizzato i cadaveri di omicidi, ladri e piromani che erano stati giustiziati. Alla pena di morte per i criminali, la legge aggiungeva ulteriori castighi a favore della professione medica; e lasci in pace, del tutto trascurati, i corpi sepolti dei neri innocenti. Comera difficile, dal punto di vista del ventunesimo secolo, credere davvero che quelle persone, costrette a vivere una vita durissima, fossero veramente persone, complesse come noi in tutti i loro aspetti, amanti del piacere, restie al dolore, attaccate alle loro famiglie. Quante volte la morte aveva invaso ciascuna di quelle vite, portandosi via una sposa, un genitore, un fratello, un figlio, un cugino o un amante? Eppure, il Negro Burial Ground non era una fossa comune: ogni corpo era stato seppellito singolarmente, secondo riti che, fuori dalle mura della citt, i neri avevano avuto il permesso di praticare.
Al posto di controllo vicino al monumento non cera personale. Superai il cordone e avanzai sullerba. Mi chinai e raccolsi un sasso da terra e, mentre lo facevo, una fitta di dolore mi percorse il dorso della mano sinistra.

19.

Era il maggio del 1989 e dovevo comprarmi labito per la cerimonia funebre di mio padre. Siccome in quei giorni mia madre andava in confusione di fronte a quelle cose, e a molti altri compiti pi semplici, fu mia zia Tinu, la sorella di mio padre, a occuparsi dei riti e delle questioni pratiche. Qualche settimana prima della sepoltura mi port da un sarto a Ajegunle, un enorme slum con tetti arrugginiti e fogne a cielo aperto. Mentre io e la zia scendevamo dalla macchina, i bambini poverissimi, alcuni denutriti, ci fissavano perch per loro rappresentavamo ricchezze e privilegi inimmaginabili, unimpressione rafforzata dalla mia pelle chiara. Il negozio aveva unatmosfera di grande efficienza: illuminato solo da luce naturale, era molto pulito, e profumava di gesso azzurro. A terra cerano campioni di tessuto stampato a cera olandese, quadrati semiopachi a colori vivaci che interrompevano il chiarore grigio del cemento, e il sarto mi adulava prendendomi le misure con il metro che aveva srotolato in un secondo, come se fosse la cosa pi naturale del mondo congratularsi con qualcuno per la lunghezza del cavallo o la larghezza delle spalle. Forse stava cercando di consolarmi, perch prima aveva scambiato due chiacchiere a bassa voce con mia zia, che gli aveva spiegato lo scopo della nostra visita. Elenc dei numeri misteriosi al suo assistente, numeri che si sarebbero poi trasformati in vestiti, una camicia bianca e un abito nero per la sepoltura, un buba e un sokoto in stoffa tessuta a mano e tinta con lindaco per il rinfresco dopo il funerale.
Nonostante le circostanze, le sensazioni che provavo in quel negozio erano gradevoli. Mi piaceva lodore dei vestiti nuovi, e lintima meraviglia di farsi prendere le misure mi ricordava il taglio dei capelli o il dorso caldo della mano del dottore appoggiato alla gola quando ti controlla la febbre. Erano i rari casi in cui permettevi a uno sconosciuto di entrare nel tuo spazio personale. Ti fidavi dellesperienza altrui e godevi della promessa che le oscure manovre di quelle mani ignote avrebbero dato dei risultati. Quel giorno il sarto, semplicemente facendo il suo lavoro, era riuscito a darmi conforto.
Il funerale ebbe luogo in un pomeriggio di sole, non in una mattinata piovosa e di brutto tempo, che, adesso come allora, mi sarebbe parsa pi adatta. Mi viene in mente che a Mahler, sepolto a Grinzing nel 1911, era stato fatto il tipo di funerale che gli sarebbe piaciuto, silenzioso, intimo, nessun discorso n letture religiose davanti alla tomba, e tanto meno una poesia fiorita sulla lapide, solo il nome, Gustav Mahler. E, come si conveniva, piovve per tutto il tempo finch, come scrisse Bruno Walter, il corpo non fu interrato e spunt il sole.
Mio padre fu sepolto in una giornata particolarmente calda, per niente funerea. I miei vestiti nuovi, che erano blu scuro, non neri, pungevano soprattutto intorno al collo, e stare sotto il sole mi rendeva particolarmente consapevole del disagio. AllAtan Cemetery la folla era composta, ma data la gran quantit di persone non mancava di un tocco di allegria. Molti dei presenti sembravano amici o soci daffari del nonno, che era in politica. Molti di loro erano venuti da Ijebu-Ile e altre citt nello stato di Ogun per porgergli i loro omaggi. Pur non avendo nessun ruolo ufficiale allepoca, il nonno aveva ricoperto la carica di commissario di stato negli anni Settanta, ed era ancora visto da tutti come un ago della bilancia istituzionale.
Avevo poca esperienza di morte, anzi pochissima. Non era morto nessuno che conoscessi bene. Ma mentre mio padre veniva sepolto quel pomeriggio, mi venne in mente qualcun altro che, forse, era morto. Era una ragazzina, pi o meno della mia et. Io ero in macchina, seduto davanti, quando lautista che mi stava portando a scuola la travolse. Era successo in un quartiere povero, probabilmente quello dove abitava, o vicino, visto che stava andando a scuola. Avr avuto otto o nove anni, e indossava ununiforme che ricordo perfettamente, di un pallido verde pistacchio. Ricordo anche che lavevamo vista attraversare davanti a noi mentre il traffico era rallentato, una ragazzina magra, non scheletrica, solo allampanata. Poi aveva riattraversato, ed era stato allora che lavevamo presa in pieno. La situazione era pericolosa, perch arrivarono subito parecchi uomini del quartiere. Lautista esit ma fu trascinato fuori dalla macchina e allinizio sembrava che lo volessero picchiare. Poi, per, come se si fosse reso conto allimprovviso della gravit di quello che era successo, pass allazione, liber la strada, prese la bambina in braccio e la depose sui sedili posteriori. Era cosciente ma non parlava. La portammo in un ospedale vicino, correndo cos forte che avremmo travolto qualche altro bambino se ne avessimo incontrati. Lautista sudava, anche se era una mattina fresca e ventosa. Fino a poco tempo prima lospedale era stato una casa privata, poi riattata, e fuori dalledificio, in strada, cera una croce fluorescente. La ragazzina aveva perso i sensi ormai, e avevo la sensazione, una certezza che persino ora non riesco a spiegarmi, che non fosse solo addormentata o in coma, ma che fosse morta. Lautista, totalmente in preda allagitazione, la port dentro allospedale. Per favore salvatemi, ripeteva alle infermiere che ci erano corse incontro. Rimasi in macchina. Non mi pare di aver aspettato a lungo, una ventina di minuti forse, dopodich lautista usc con aria solenne e ripartimmo verso la scuola.
Quel giorno non pensai pi alla ragazzina, n il giorno dopo, n in seguito. Non dissi niente ai miei genitori, non ne feci parola con nessuno. Anche lautista non ne accenn mai. Mi torn in mente solo quattro o cinque anni dopo, al funerale di mio padre, mentre il prete recitava preghiere sulla sua bara, e io cominciai a pensare alla morte. Ma era come se la ragazzina nella sua uniforme verde chiaro, morta in una fresca mattinata, una mattinata funerea, fosse qualcosa che avevo sognato, o sentito raccontare da qualcun altro.
Dopo la sepoltura cera stato un rinfresco a casa. Non era la festa affollata, frizzante che ci sarebbe stata se mio padre fosse morto a settantacinque anni, e nemmeno il cupo rituale di friggere gli akara nel caso fosse morto a quarantanni. Mio padre aveva quarantanove anni, e agli occhi di tutti aveva avuto successo: un buona carriera come ingegnere, una moglie, un figlio, una bella casa. E cos la festa voleva celebrare la sua vita, e il pranzo fu cucinato per le poche decine di ospiti  parenti, amici intimi, colleghi, membri della chiesa, vicini di casa , ma i colori erano sobri, non cera musica dal vivo e non venivano serviti alcolici. La gente sedeva in soggiorno o fuori, sotto il tendone noleggiato.
Alcuni degli invitati avevano portato i figli, e i pi piccoli correvano intorno al tavolo ridendo, mentre gli adulti parlavano in toni gravi, scambiandosi le condoglianze. La memoria non mi aiuta, ma ricordo che per gran parte del pomeriggio mia madre rimase sola nella sua stanza, mentre i miei nonni e gli zii ricevevano gli ospiti. Mia zia mi spieg che avevo un ruolo, e dovevo rimanere anchio nel soggiorno soffocante, con il buba e il sokoto che mi pungevano fastidiosamente, ed essere il pi gentile possibile con uomini e donne convinti che dovessi riconoscerli, e che, cercando di confortare me, lorfano, si inventavano unintimit che aveva ben poco a che fare con la vita reale, e che non and al di l di quelloccasione. Da molti di loro sentii ripetere che avrei dovuto prendermi cura di mia madre, che sarei diventato luomo di casa. Anche allora, quelle frasi mi erano sembrate inutili luoghi comuni.
I bambini, che quel giorno sembravano incontenibili, diventarono sempre pi chiassosi e mentre si rincorrevano, uno allung una mano e per sbaglio ribalt un vassoio pieno di riso jollof, facendolo cadere. Gli altri tre non riuscivano a smettere di ridere. Le minacce e le sgridate non riuscirono a fermarli, e la loro risata crebbe e si diffuse nellatmosfera sobria, causando un profondo imbarazzo ai genitori furibondi. Un paio di volte il chiasso diminu, ma poi uno dei bambini riprese a sghignazzare, e gli altri tre non resistettero, e la loro risata rauca, ansimante, riecheggi per parecchi minuti. A uno dei domestici fu chiesto di portarli nel retro della casa, da dove, per altri cinque minuti buoni, li sentimmo ridacchiare come se fossero posseduti. Lincidente mise a disagio gli adulti, ma io lavevo trovato divertente, e per me  impossibile pensare, perfino ora, agli eventi di quella giornata pregna di dolore senza provare una certa gratitudine per quei bambini, tutti sotto gli otto anni, che erano caduti sotto il momentaneo incantesimo dellallegria e avevano lasciato entrare laria in una stanza che i riti della morte avevano reso asfissiante.
Avevo quattordici anni quando mio padre fu seppellito, in fondo non ero cos piccolo. Mi rimaneva un ricordo vago di quella giornata, perch era un evento pubblico e, come tale, travolto da faccende altrui. Ma mio padre era mancato nellintimit della casa: cera stato letteralmente un letto di morte (che mi aveva stupito, perch avevo sempre pensato si trattasse di una metafora). Per era la sepoltura che ricordavo meglio, non la morte. Solo davanti alla tomba avevo provato quellassurdo senso di irrevocabilit, la sensazione che mio padre non sarebbe migliorato, n tornato dopo qualche mese: mi sentivo svuotato. E mentre ero assorto in quei pensieri elevati, di chi  in procinto di diventare uomo, mentre mi allenavo allo stoicismo e alla determinazione di gestire il dolore nel modo giusto, cadevo anche in preda a istinti infantili, tanto che l accanto alla tomba parte di quello che ricordavo, parte del film che mi scorreva nella mente, mentre tutti pregavano davanti al corpo di mio padre, erano gli zombi e gli spettri nel video di Thriller, di Michael Jackson.
Negli ultimi anni, era la data della sepoltura, e non della morte, che segnava per me quellanniversario. Mi ricordavo quasi sempre la prima, e il 9 maggio di questanno, mentre ero sulla metro per andare al lavoro, mi venne in mente che mio padre era stato affidato alla terra esattamente diciotto anni prima. Nel tempo intercorso, avevo reso pi elaborato il ricordo di quel giorno, non con altri funerali  ero andato a ben pochi  ma con varie raffigurazioni  La sepoltura del conte di Orgaz di El Greco, Funerale a Ornans di Courbet , tanto che levento reale aveva assunto le caratteristiche di quelle immagini, diventando cos vago e inaffidabile. Non ero sicuro che il colore della terra fosse stato davvero largilla rosso vivo che pensavo di ricordare, e non rammentavo se la foggia della cotta sacerdotale fosse ispirata da El Greco o da Courbet. Quelli che ricordavo come visi lunghi, tristi, avrebbero potuto essere visi tondi e tristi. Qualche volta, nei sogni a occhi aperti, immaginavo mio padre con le monete sugli occhi. Un solenne barcaiolo le raccoglieva, concedendogli di passare.
Quel giorno del diciottesimo anniversario vidi un uomo che si aggirava per i vagoni della metropolitana. Stava ispezionando gli sfiatatoi sopra le porte automatiche. Indossava una uniforme blu scuro dellMta, lazienda dei trasporti metropolitani, e portava con s una specie di contatore su cui premeva dei tasti, emettendo brevi beep. Lo guardai attentamente, immaginando che fosse un messaggero spirituale, anche se non riuscivo a capire se fosse un angelo del bene o del male, ed era cos concentrato e metodico nel controllare ciascuno sfiatatoio che non riuscivo a togliermi di testa le idee stravaganti che mi evocava. Lo osservai mentre sfrecciavamo verso nord, superando Centoventicinquesima, Centotrentasettesima, Centoquarantacinquesima. Pensai ai terribili istanti finali nei campi di concentramento, a cui nessuno era sopravvissuto per offrire una testimonianza di prima mano, quando lo Zyklon B veniva liberato e tutti i prigionieri respiravano fino alla morte, e a come, mentre tutto questo accadeva allinizio degli anni Quaranta, la mia oma viaggiava verso nord diretta a Berlino, una profuga, impaurita e confusa come tutti gli altri. Queste erano le conversazioni che avrei voluto avere con lei, sui giovani uomini della sua cittadina, che avevano marciato verso la guerra e non erano mai pi tornati, o su quelli che alla fine erano tornati  come il mio opa, di cui non mi era stato detto praticamente nulla  o su coloro che erano stati radunati e spediti a Mauthausen-Gusen.
Alla fermata della Centocinquantasettesima, una ragazza asiatica che sembrava appisolata si alz di scatto, vivace come una puledra, e scese prima che le portiere si richiudessero. Entr altra gente e per un secondo mozzafiato pensai di riconoscere uno dei ragazzi che mi avevano picchiato. Mi sbagliavo. Ovviamente, erano fluttuati spesso nei miei sogni e lidea che avrebbe potuto andarmi peggio, che allora mi era parsa disgustosa, ora mi sembrava la pi ragionevole. Ma nei sogni rispondevo ai colpi. Ero ancora pi ammaccato, ma li avevo picchiati a sangue. Uno di loro cadeva, e io mi avventavo su di lui e gli riempivo la faccia di pugni fino a che diventava come carta rossa, e perdeva un occhio. Quando mi svegliavo, il dolore dei colpi inferti diventava quasi reale, corrispondeva alla fitta nella mano sinistra.
Mi alzai e andai a parlare con laddetto dellMta che stava per aprire la portiera che collegava il nostro vagone al successivo. Sembrava guyanese, o indiano di Trinidad  mi pareva di scorgere tracce di antenati africani in lui , ma avrebbe potuto anche essere originario del subcontinente indiano. Gli chiesi del suo lavoro. Era esperto di condizionatori daria, e controllava la temperatura sui vagoni. Era molto cordiale, e sembrava sorpreso che qualcuno avesse notato la sua presenza.
 incredibile, disse, come una piccola variazione di caldo o freddo possa scatenare le lamentele. Abbiamo efficienti sistemi di Rvac  cio riscaldamento, ventilazione e aria condizionata  e in estate cerchiamo di tenere una temperatura di dieci, quindici gradi pi bassa di quella esterna. Li controlliamo di continuo,  unoperazione complessa. Ma ovviamente nessuno nota la temperatura se non diventa fastidiosa, quando le bocchette si bloccano, o c un guasto locale nel sistema. E poi, aggiunse con una risata, non ti accorgi mai dellossigeno finch non finisce: se qualcosa va storto nellRvac, anche solo per un quarto dora, la gente  subito pronta a fare la rivoluzione.

20.

Ero stato invitato a una festa a casa di John Musson, a Washington Heights, poco pi a nord rispetto allospedale. Quando Moji mi telefon, disse che lappartamento dava sullHudson, e aveva una vista incredibile, sullacqua, gli alberi e il George Washington Bridge. Dovevo proprio vederlo. Lei abitava a Riverdale, nel Bronx, non stava da lui, ma passava parecchie notti a casa sua, disse, e lo aveva aiutato a organizzare la festa. Non la vedevo dal giorno che eravamo andati al parco, ma mi aveva chiamato tre o quattro volte, e avevamo avuto brevi conversazioni amichevoli, di solito a tarda notte. Una volta, mi aveva chiesto di punto in bianco come stava mia madre. Ero rimasto in silenzio, poi le avevo detto che non sapevo, non eravamo in contatto. Oh, peccato, aveva detto, in tono stranamente allegro. Ricordo quando lho conosciuta. Una donna cos simpatica.
Nei giorni precedenti alla festa avevo tentato di trovare qualche motivo per non andarci, ma poi a met maggio, poco prima della data stabilita, scoprii di non avere una buona scusa, quindi dovevo andare. Quel giorno uscii dal lavoro presto, alle cinque e mezza. Avevo parecchio tempo, cos invece di prendere la metro decisi di camminare. Da Harkness arrivai allincrocio con Broadway e Saint Nicholas, e le strade, come cera da aspettarsi a quellora, erano invase da guidatori impazienti su ogni corsia e in entrambe le direzioni. Mitchel Square Park, dove si incrociavano le due strade principali, una posizione strategica di meno di un acro, era dominata da un affioramento in lieve salita da cui si poteva scorgere la stratificazione di edifici che aveva dato la forma attuale al campus di medicina. Le nuove costruzioni non solo erano vicine agli edifici pi vecchi, ma in molti casi sembravano trapiantate, come lucide protesi. Milstein, lospedale che occupava ledificio centrale, univa alla pietra vittoriana una recente facciata triangolare di vetro e acciaio: una piramide luccicante in unambientazione severa e maestosa.
Queste stratificazioni erano comuni ai numerosi edifici nei dintorni e si estendevano anche ai nomi, che raccontavano la storia di istituzioni nate come enti civici e gradualmente finite a dipendere dalla beneficenza di filantropi o multinazionali. In uno degli edifici pi vecchi, nellelaborata lavorazione dellarchitrave di pietra, si leggevano le parole OSPEDALE PER NEONATI E BAMBINI 1887; accanto, in un moderno carattere senza grazie e lucida pittura blu, cera il MORGAN STANLEY CHILDRENS HOSPITAL. Da Mitchel Square Park  che prendeva il nome da un sindaco di New York morto in guerra, ed era dedicato ai veterani della prima guerra mondiale  vedevo il Mary Woodard Lasker Biomedical Research Building, lIrving Cancer Research Center, lo Sloane Hospital for Women e il Russ Berrie Medical Science Pavilion. Davanti al Childrens Hospital cera unaltra donazione: unambulanza della Fdny, Fire Family Transportation Foundation. Alcune donazioni erano vecchie, molte recenti, ma tutte confermavano il potente legame tra la moderna pratica medica e i monumenti commemorativi da un lato, e tra i monumenti e il denaro dallaltro. Un ospedale non  un luogo neutro, n puramente scientifico, e nemmeno religioso come nel Medioevo; la realt ora implica il commercio, e la correlazione diretta tra donare grosse somme di denaro e farsi costruire un edificio in memoria. I nomi contano. Tutto ha un nome.
Sulla grande roccia al centro della piazza, alcuni ragazzi salivano e scendevano con i loro skateboard, affrontando tra le risate la pendenza leggera ma insidiosa. Lessi la targa allentrata del parco sulla Centosessantaseiesima, in memoria di Mitchel. Era stato il pi giovane sindaco della citt quando venne eletto a trentaquattro anni, allinizio della guerra, e la sua morte in Louisiana, quattro anni dopo, mentre volava con lArmy Aviation Corps, aveva suscitato grandi manifestazioni di lutto pubblico. Mentre leggevo la targa, meditando su quello strano secondo nome, Purroy, un uomo, con indosso unabbondante giacca degli Yankees, entr nel parco. Si piazz vicino a me e mi chiese due dollari per lautobus, ma io rifiutai senza aprire bocca e mi avviai verso la Broadway. Appena pi a nord del parco, al di l del monumento commemorativo della prima guerra mondiale in bronzo e granito, con i suoi tre eroi sospesi per sempre in battaglia  uno in piedi, uno in ginocchio, il terzo accasciato per la ferita mortale , latmosfera del quartiere cambiava e il campus dellospedale, come se il passato si fosse trasformato allimprovviso in presente, lasciava spazio al barrio.
Quasi subito i medici bianchi che si aggiravano davanti allentrata del Milstein diventavano pi rari e le strade si riempivano di domenicani o altri latinoamericani che lavoravano, facevano compere o semplicemente abitavano nei paraggi. Una persona mi si avvicin sventolando calorosamente la mano. Era una donna alta, di mezza et, con un bambino piccolo in braccio, ma non la riconoscevo. Mary, sono Mary, disse. Lavoravo da quel vecchio signore, si ricorda? Scroll il capo, sorpresa di vedermi. Le ricordai il mio nome. Ed era proprio lei: viveva a Washington Heights adesso e stava per cominciare un corso da infermiera alla Columbia, appena il bambino fosse andato al nido. Mi congratulai, meravigliandomi di come la vita procedesse in fretta per la sua strada. Parlammo un po del professor Saito. Il vecchio signore era buono, disse. Era cos felice quando lei andava a trovarlo, non so se glielha mai detto.  stata dura vederlo andare cos, vedere quanto  stata difficile alla fine. La ringraziai per essersi presa cura di lui. Il bambino si mise a piangere e ci salutammo.
Dallincrocio con la Centosettantaduesima, il George Washington Bridge entrava nel campo visivo per la prima volta, le luci come tenui puntini gialli nella distanza grigia. Superai vari negozietti che vendevano carabattole, le grandi vetrine di El Mundo Department Store, e il ristorante El Malecon, perennemente aperto, dove andavo a cena ogni tanto. Dallaltra parte della strada rispetto al Malecon, cera un gigantesco edificio dallarchitettura bizzarra. Era stato costruito nel 1930, e allora era noto come il Loews 175th Street Theatre. Disegnato da Thomas W. Lamb, era ricco di dettagli sfarzosi: lampadari, moquette rossa, una profusione di ornamenti architettonici allinterno e allesterno, e gli elementi di terracotta sulla facciata si ispiravano a vari stili: egizio, moresco, persiano, Art Dco. Lo scopo dichiarato di Lamb era lanciare un incantesimo pieno di mistero sulla mente occidentale, utilizzando ornamenti, colori e motivi esotici.
Ora ledificio aveva uninsegna a lettere bianche su fondo nero, con la scritta: VIENI DENTRO O SORRIDI MENTRE PASSI. Era diventato una chiesa, ma gli eccessi dellepoca doro rimanevano. Lutilizzo religioso aveva avuto inizio nel 1969, e il teatro, che era stato ribattezzato United Palace, ospitava ancora varie congregazioni. La pi famosa e di vecchia data era quella guidata dal reverendo Frederick Eikerenkoetter. Reverend Ike, come si faceva chiamare, predicava la prosperit e viveva in uno sfarzo principesco che, secondo lui, era adatto a un servo fedele della parola di Dio. Parcheggiata davanti alla chiesa, e stranamente in tono con i suoi bastioni fintoassiri e la grandeur decontestualizzata, cera la sua Rolls-Royce verde, una delle numerose macchine di lusso che possedeva. La sua chiesa, la United Church Science of Living Institute, una volta contava decine di migliaia di seguaci. Ora ne aveva meno. Eppure i fedeli, come succedeva fin dagli anni Sessanta, continuavano a fare donazioni generose.
Nella sua prima vita, il teatro, che quando apr era il terzo in America per grandezza con i suoi oltre tremila posti di capienza, aveva ospitato sia film che spettacoli di vaudeville. Le sue scene erano state calcate da Al Jolson come da Lucille Ball, e allepoca era circondato da ristoranti costosi e negozi di lusso. Ora, dallentrata di El Malecon, nella luce calante di un venerd sera, sembrava deserto. Il miscuglio di stili architettonici non era riuscito, pi di settantacinque anni dopo, a risolversi in qualcosa di significativo. Persino nella sua epoca doro doveva essere parso alieno in quellambiente, e ora sembrava ancor pi fuori luogo pur essendo piuttosto ben conservato: la sua architettura era lontana anni luce da quella dei negozietti tuttintorno, le colonne e gli archi sfarzosi, irrilevanti agli occhi degli immigrati stanchi che di rado alzavano il capo per guardare pi in alto del livello della strada. Lincantesimo era svanito.
La portiera di una monovolume parcheggiata si apr. Un ragazzino mise fuori la testa e vomit nel canalino di scolo, e dal veicolo si sent una voce di donna che lo rassicurava. Dopo un altro conato, il ragazzo alz lo sguardo con unespressione angelica, e incroci il mio. Mi incamminai sulla Broadway, attirato, o cos mi pareva, dal rapido mutamento del quartiere. Un altro edificio riccamente ornato spiccava allangolo con la Centottantunesima: era lantico concorrente del Loews 175th Street Theatre, il Coliseum, che allepoca, prima che il Loews venisse costruito, era il terzo teatro del paese. Una breve e triste rivendicazione di successo, essere stato un tempo il terzo teatro pi grande dAmerica. Ora, notevolmente alterato, era diventato il New Coliseum Theatre, e condivideva lo spazio con una farmacia e un guazzabuglio di altri negozi; solo a partire dal primo piano erano visibili alcune tracce dellarchitettura anni Venti.
Svoltai a sinistra sulla Centottantunesima e mi incamminai verso Fort Washington, superai la stazione della linea A e la Fort Washington Collegiate Church, e poi proseguii sulla Pinehurst, collegata alla Centottantunesima da una gradinata lunga e stretta che saliva verso la strada vera e propria in mezzo a un gruppetto disordinato di alberi. La scalinata vertiginosa, che ricordava un po quella, assai pi lunga, che portava al Sacr-Cur a Montmartre, era allombra degli alberi. Fiancheggiata su entrambi i lati da fazzoletti di verde soffocati dalle erbacce, era divisa da un doppio corrimano di ferro che ricordava le rotaie di una funicolare. Mi aspettavo quasi di sentire il tram arrivare sferragliando da sinistra mentre salivo a destra. Le scale mi portarono fino al vicolo cieco di Pinehurst, un mondo ben diverso dal viavai vivace pochi metri pi sotto: erano edifici residenziali, un quartiere pi ricco e pi bianco. E cos procedetti tra i bianchi e percorsi le strade silenziose, con la sensazione di essere lunica persona che camminava in un mondo deserto, e rassicurato ogni tanto da qualche segno di vita: unanziana signora con una borsa della spesa in fondo allisolato, un paio di persone che chiacchieravano davanti a un palazzo, la comparsa, una dopo laltra, di luci calde alle finestre di belle case in mattoni leggermente scostate dalla strada. Alla mia destra cera Bennett Park, immobile e silenzioso, animato solo da una bandiera americana che sventolava di tanto in tanto, appena sotto quella nera dei prigionieri di guerra. Pinehurst finiva sulla Centottantasettesima, e quella mi port sulla Cabrini, lungo il fiume.
Seguendo la Cabrini per poche centinaia di metri fino alla sua estremit sarei arrivato a Fort Tryron Park, in cui era racchiuso, come una gemma nel velluto, il Cloisters. Mi ricordai lultima visita al museo, quando ero venuto con il mio amico. Eravamo rimasti nel giardino cintato che d sullHudson. Un grande pero a spalliera, che ricordava un candelabro verde contro il muro di pietra, con i rami che si aprivano come quelli dellAlbero di Jesse, era stato costretto negli anni, dai giardinieri, ad angoli retti e a una crescita piatta, bidimensionale. Ai miei piedi cerano le varie erbe tipiche dellorto di un monastero  maggiorana, prezzemolo, altea, acetosella, porro, valeriana rossa, salvia. Crescevano spontanee, cos abbondanti che concordammo sul fatto che sarebbe stato fantastico avere in casa un orticello di piante aromatiche come queste.
Ricordo che quel giorno mi inginocchiai vicino allaiuola e inspirai il profumo lieve. Nellaiuola cerano anche lepatica e la saponaria, erbe battezzate secondo lantica saggezza della medicina dei semplici o dellerboristeria simpatetica, unarte quasi mistica secondo la quale le propriet medicinali delle piante erano associate al loro aspetto fisico. Lepatica, per esempio, era ritenuta efficace per i disturbi del fegato perch le foglie ne imitavano la forma, la polmonaria combatteva le difficolt respiratorie per la sua somiglianza con i polmoni, e la virt della saponaria stava nelle sue propriet dermatologiche. Era a questo che la ricerca di significato aveva portato i nostri antenati medievali: alla certezza che Dio, creatore del tutto, avesse sparpagliato qua e l vari indizi sulle funzioni pi utili di ogni cosa, e che bastava un poco di attenzione per decodificarli. La medicina dei semplici era lespressione pi elementare di questo tipo di apprendimento: la ricerca dei Segni, come quella intrapresa dallumanista tedesco del Cinquecento Paracelso, non era che un approfondimento della stessa idea.
Per Paracelso la luce della natura funzionava in modo intuitivo, ma era anche intensificata dallesperienza. Se interpretata correttamente, ci faceva capire cosa fosse la realt interiore delle cose tramite la sua forma, quindi laspetto di un uomo era valido riflesso della sua personalit. La realt interiore  di fatto cos profonda che, per Paracelso, pu esprimersi solo nella forma esterna. Daltro canto, come nel caso degli artisti, a meno che lopera darte non affronti la questione della vita interiore, i suoi Segni esteriori sarebbero privi di significato. E cos Paracelso svilupp una teoria quadripartita su come la luce della natura si manifesta nellindividuo: attraverso gli arti, attraverso la testa e il viso, attraverso la forma del corpo nella sua interezza e attraverso il portamento.
Abbiamo familiarit con questa teoria dei Segni nelle forme corrotte della frenologia, delleugenetica e del razzismo. Tuttavia, questa sensibilit al rapporto tra lo spirito interiore e la sostanza esteriore fu anche alla base del successo di molti degli artisti dellepoca di Paracelso, non ultimi gli scultori lignei della Germania del Sud. Mostrando grande attenzione per le propriet del legno e per il modo in cui potevano tradursi in qualit scultoree, gli artisti crearono opere darte durevoli, come quelle che ora si possono ammirare nelle sale e nei corridoi del Cloisters. Riemenschneider, Stoss, Leinberger ed Erhat portarono una complessa conoscenza pratica del legno di tiglio nelle loro sculture, e il tentativo di sposare lo spirito del materiale con la sua forma visibile, per quanto artigianale, in fin dei conti non  cos diverso dai dilemmi diagnostici che i medici devono affrontare. Questo  ancor pi evidente nel caso di noi psichiatri, che cerchiamo di usare Segni esterni come indizi di realt interiori, nonostante la relazione tra i due mondi non sia affatto chiara. Il nostro successo  cos modesto che  facile credere che il nostro ramo della medicina resti oggi primitivo quanto la chirurgia ai tempi di Paracelso.
Quel giorno, mentre ripensavo ai Segni e ai semplici, avevo cercato di offrire al mio amico un resoconto sulla mia mutevole visione della pratica psichiatrica. Gli dissi che vedevo ciascun paziente come una camera buia e che, entrando in quella stanza per una seduta con il paziente, consideravo fondamentale essere lento ma deciso. Tenevo sempre a mente il pi antico dei princip medici: non fare danni. Con le malattie che si vedono dallesterno, si lavora con pi luce; i Segni sono espressi con maggior forza, e quindi  pi difficile non notarli. Per i problemi della mente, la diagnosi  unarte difficile, visto che anche i sintomi pi forti possono essere invisibili. Risulta particolarmente elusiva perch la fonte di informazioni sulla mente  la mente stessa, che  in grado di autoingannarsi. Come medici dipendiamo, a un grado molto maggiore rispetto alle patologie non mentali, da quello che il paziente ci dice, spiegai al mio amico. Ma cosa dobbiamo fare quando la lente tramite cui vediamo i sintomi  spesso, di per s, sintomatica? La mente  opaca a se stessa, ed  difficile distinguere dove si trovino di preciso queste aree di opacit. La scienza oftalmica descrive unarea dietro il bulbo oculare, il disco ottico, in cui i milioni di gangli del nervo ottico si dipartono dallocchio.  proprio qui, dove si concentrano molti dei neuroni associati alla visione, che la visione va in tilt. Per tanto tempo  ricordo di aver spiegato al mio amico quel giorno  ho avuto la sensazione che gran parte del lavoro degli psichiatri in particolare e di tutti coloro che lavorano nel campo della mente in generale, fosse un punto cieco cos vasto da comprendere quasi tutto locchio.
Quello che sappiamo, gli dissi,  molto meno di quello che rimane nelloscurit, e il fascino e la frustrazione del nostro lavoro sta proprio in questo enorme limite.
Trovai ledificio, e John rispose al citofono e mi fece entrare. Presi lascensore fino al ventinovesimo piano. Mi apr con indosso un grembiule. Entra, disse, bello conoscerti di persona finalmente. Cera gi parecchia gente. John era nella finanza creativa e aveva fatto un bel po di soldi a giudicare dallappartamento, spazioso e riccamente arredato, con mobili di design della prima met del secolo, un assortimento di kilim, e un pianoforte a coda Fazioli. Doveva avere una quindicina di anni pi di Moji. Cera qualcosa di forzato nella sua socievolezza e non mi ispiravano n le guance arrossate n il pizzetto sale e pepe. Moji mi raggiunse e ci abbracciammo. Cos quella fasciatura?, disse. Hai iniziato a tirare di boxe? Borbottai che ero inciampato su un gradino ma lei era gi sparita in cucina. Mi chiam chiedendomi cosa volevo bere. Gridai una risposta, senza rendermi conto di cosa avessi detto anche dopo che leco della mia voce era scemata, perch la mia mente si era soffermata su quanto era bella, desiderabile e, ovviamente, non disponibile.
Verso le due di mattina, molti se nerano andati e la festa si era placata. Qualcuno sostitu la dance elettronica che fino a quel momento aveva riecheggiato dallo stereo con una registrazione di Sarah Vaugham con gli archi. Gli ospiti rimasti, una decina, erano tutti stravaccati sui divani. Alcuni fumavano il sigaro; lodore era piacevole, seducente, una fragranza baritonale che mi dava una sensazione di serenit. Una coppia dormiva abbracciata, e una ragazza con gli occhi pesantemente truccati di nero era raggomitolata sul tappeto vicino a loro. Moji e John erano immersi in una conversazione con un medico italiano, di Torino. Anche sua moglie, una donna di Cleveland che avevo conosciuto poco prima, era medico. Reagiva lentamente durante la conversazione e aveva un modo strano di parlare, tanto che mi domandai se non fosse sorda. Ovviamente non potevo chiederlo, e lasciai correre. Avevo chiacchierato un po con lei e il marito, ma mentre la donna sembrava felice di parlare con me di Italo Calvino e Primo Levi, lui sembrava annoiato e, con la scusa di andare a prendere qualcosa da bere, si era allontanato.
Andai in terrazza, che era quello che volevo fare da quando ero entrato in casa: la vista era meravigliosa, come aveva promesso Moji. La terrazza si sviluppava su due lati dellappartamento e da l, al ventinovesimo piano, potevo vedere le case di milioni di persone. Il modo in cui le luci minuscole ammiccavano in quella distesa di cielo, mi faceva pensare a tutti i computer nelle case, quasi tutti in pausa a quellora, con gli interruttori che passavano silenziosamente da on a off. Ero al mio terzo bicchiere di champagne. La giornata mi sembrava lontana e mi sentivo in pace. Cera anche la piacevole sensazione di flirtare con Moji, senza aspettative, per puro piacere. E quella volta notai meno tensione, meno conflitto nella mia interazione con lei. Ero contento di essere venuto alla festa.
La porta a vetro si apr con un clic alle mie spalle, e John usc sul balcone. Aveva un bicchiere di champagne pieno in mano e le guance arrossate dallalcol. Mi complimentai con lui per la generosit e la bella casa. Lungo la vetrata in soggiorno cera una fila di alberi bonsai, una dozzina in tutto. Non avrebbero potuto essere pi lontani dalle comuni piante da appartamento. Ciascun bonsai, antico, tozzo e contorto, cresceva da prima che fossimo nati e ciascuno racchiudeva, nel tronco e nelle radici, i geni segreti che gli avrebbero permesso di sopravvivere a tutti noi. Li avevo ammirati poco prima, gli dissi. Mi chiese se avevo notato quello con il cartellino Acer palmatum. Quel piccolino ha centoquarantacinque anni, mi disse. Alcuni lo chiamano acero giapponese, e pu crescere fino a venti, venticinque metri. Ma il gioco non  sulla dimensione, no? Hai notato che le foglie assomigliano a quelle della marijuana? Ridacchi. Ero deluso, ma nemmeno lui sarebbe riuscito a rovinarmi il buon umore.
Quando uscii da casa di John, mi fermai in un bar allincrocio tra la Centottantunesima e la Cabrini per un caff. Lo mandai gi in fretta, poi mi incamminai sulla Cabrini verso la Centosettantanovesima, e mi feci strada verso il Washington Bridge. Volevo vedere da vicino il sole che sorgeva sullHudson. La citt era ancora addormentata. Nel bar, avevo notato un uomo con la testa china appoggiata sulle nocche della mano. Aveva un tatuaggio che gli copriva gran parte del braccio. Uscendo, avevo visto un altro tizio, dominicano o portoricano, in una macchina parcheggiata, che dormiva o fissava con aria inespressiva il satellitare davanti a lui. Il riflesso del sole aveva trasformato met del parabrezza in una lucida lastra metallica. Quando arrivai al passaggio pedonale sulla parte verso Fort Lee del ponte vidi, davanti a me e dallaltro lato della banchina, una macchina bordeaux in panne. Era un modello tipicamente americano dei tardi anni Ottanta, enorme, forse una Lincoln Town Car, che aveva sbattuto contro il guardrail. Lincidente doveva essere successo meno di quindici, venti minuti prima: i pompieri e la polizia stavano arrivando in quel momento. Accostarono silenziosamente, raggruppandosi lungo il ponte: praticamente non cera traffico, e non avevano dovuto nemmeno attivare le sirene. Entrambe le portiere anteriori dellauto erano aperte, e i finestrini in frantumi. Il cofano era accartocciato e la strada piena di vetri, con il sangue che si era riversato sul marciapiedi come una macchia dolio. Avanzai di qualche metro, per vedere la macchina da est.
Sul muretto di cemento vicino allauto era seduta una coppia, con il sole che sorgeva piano alle spalle. Erano muti, sbigottiti, cercavano di accettare quel brutto sogno del sabato mattina. Da lontano sembravano filippini, o del Centroamerica. Mentre camminavo sul cavalcavia, i pompieri li avevano raggiunti ed erano gi al lavoro. Il rosso vivo del camion dei pompieri era come un taglio nella strada vuota. Da dove arrivava tutto il sangue che cera vicino alla macchina? Sia luomo che la donna avevano delle ferite sulle gambe ma non sembravano sanguinare profusamente. Era surreale, e mentre ricordavo lepisodio mi resi conto di non aver mai visto niente di pi surreale. Quella visione di sofferenza inutile color tutto il resto, lalba, il fiume e le strade quiete, anche nellora successiva quando, sceso dal ponte, percorsi Fort Washington fino a incrociare la Centosessantottesima, al campus di medicina, e da l camminai su Broadway, attraverso il barrio addormentato, cosparso di rifiuti, attraverso Harlem, e poi oltre i campus silenziosi della Columbia University. Vidi il mio vicino Seth  erano passati mesi, non lavevo pi incontrato da quando mi aveva detto che sua moglie era morta  e mi fermai a salutarlo. Con laiuto del custode, stava trasportando il secondo di due grandi materassi fuori dalledificio. Devo comprarne di nuovi, disse. Pareva assorto a leggere qualcosa sulla superficie dei materassi, che erano stati appoggiati su un muro del palazzo. Si volt e, come per giustificarsi, disse, Sono stati attaccati dalle cimici.
Seth mi chiese se le avevo viste anche a casa mia e risposi di no. Ma poi mi ricordai che, prima di andarsene un paio di settimane prima, anche il mio amico mi aveva raccontato di aver cercato di sbarazzarsi delle cimici a casa sua. La sua domanda per la cattedra alla Columbia non aveva avuto riscontro, e se ne era andato da New York, lasciando cimici e tutto il resto, per una posizione di insegnamento alla University of Chicago. Con mia grande sorpresa, la sua nuova ragazza, Lise-Anne, era andata con lui. E fu in quel momento particolare, parlando con Seth davanti ai materassi infestati, che mi resi conto per la prima volta di quanto profondamente avrei sentito la mancanza del mio amico.
A un certo livello ciascuno di noi deve prendere se stesso come il punto di taratura della normalit, deve immaginare che lo spazio della sua mente non gli , non pu essergli, interamente opaco. Forse  proprio quello che intendiamo per sanit mentale: pur ammettendo le nostre stranezze, non siamo i cattivi delle storie che viviamo. Anzi,  proprio il contrario: recitiamo sempre e solo la parte delleroe, e nel turbinio delle storie altrui, nella misura in cui quelle storie ci riguardano tutti, non siamo mai altro che eroici. Chi, nellera della televisione, non si  messo davanti a uno specchio immaginando la vita come uno spettacolo che forse masse intere di persone stanno guardando nello stesso momento? Chi, con questa riflessione in mente, non ha introdotto qualche elemento performativo nella sua vita quotidiana? Siamo in grado di fare del bene e del male, e spesso scegliamo il bene. Nel caso contrario, n noi, n il nostro pubblico immaginario ne vengono turbati, perch siamo in grado di spiegare noi stessi a noi stessi, e perch, tramite altre decisioni, abbiamo meritato la loro comprensione. Gli altri sono pronti a credere il meglio di noi, e non senza buoni motivi. Dal mio punto di vista, pensando alla storia della mia vita, anche senza rivendicare nessun senso morale particolarmente elevato, sono soddisfatto di essermi comunque avvicinato al bene.
E che cosa succede quando, nella versione di qualcun altro, divento il cattivo? Conosco molto bene le storie brutte  immaginate o raccontate malamente  perch le sento spesso dai pazienti. Conosco i racconti di chi incolpa gli altri, di chi  incapace di vedere che il filo comune a tutte le relazioni sbagliate in cui sono coinvolti sono loro e non gli altri. Ci sono tic caratteristici che rivelano la fondamentale falsit di queste narrazioni. Ma la storia che Moji mi raccont quel mattino, prima che lasciassi casa di John e andassi sul George Washington Bridge, e camminassi per qualche chilometro fino a casa, non aveva niente in comune con le altre. Laveva raccontata come se fosse sicura con tutta se stessa della sua veridicit.
Della decina di persone che erano rimaste a dormire l, ero stato il primo ad alzarmi. Erano pi o meno le sei, e il sole si era gi alzato. Scavalcai pian piano i corpi addormentati sul pavimento del soggiorno e andai in cucina. Feci del t e tornai indietro in punta di piedi, per andare a sedermi sulla terrazza verandata davanti allHudson. Moji prese posto vicino a me, sullaltra poltroncina bassa.
Come hai dormito?, le dissi, e stavo per chiederle della dottoressa di Cleveland, se era sorda come immaginavo, ma Moji fissava il fiume, con gli occhi semichiusi. Poi si volt verso di me, e disse, a voce bassa, regolare, che turbava per la totale mancanza di inflessione, che cerano delle cose che desiderava dirmi. E poi, con lo stesso tono piatto, disse che, verso la fine del 1989, quando aveva quindici anni e io un anno in meno, a una festa che suo fratello aveva organizzato a casa loro a Ikoyi, io lavevo presa con la forza. Dopo, disse, con gli occhi che non si muovevano dal fiume lucente sotto di noi, nelle settimane seguenti, nei mesi e negli anni successivi, mi ero comportato come se non ne sapessi niente, lavevo persino dimenticata, fino al punto di non riconoscerla quando ci eravamo rincontrati, e non avevo mai cercato di ammettere quello che avevo fatto. Quel tortuoso inganno era continuato fino al presente. Ma non era stato cos per lei, mi disse, il lusso della negazione non le era stato possibile. Ero stato sempre presente nella sua vita, come una macchia o una cicatrice, in attimi fuggenti o in lunghe agonie, quasi tutti i giorni della sua vita adulta.
Moji and avanti in quel tono per sei, sette minuti. Mi disse chi altro cera alla festa quella sera, e descrisse il suo preciso ricordo di quel che era successo: avevamo bevuto entrambi parecchia birra, lei stava per addormentarsi, e io lavevo portata in unaltra stanza e lavevo presa con la forza. Dopo, per settimane, aveva desiderato morire. Mi ero rifiutato di guardarla, disse, e suo fratello Dayo sapeva cosera successo, non perch ne avessero parlato, ma era inconcepibile, che, nelle ombre e nelle assenze della notte, non avesse saputo, e laveva odiato per non aver fatto nessun tentativo di proteggerla. E ora eccoci qua, tutti adulti, e lei portava ancora dentro quella sofferenza; il fatto di rivedermi e rendersi conto che non avevo perso nulla della mia insensibilit, aveva rinnovato in lei unangoscia paragonabile a quella che aveva sofferto in quelle settimane, solo che questa volta, disse, aveva cercato, per motivi che non erano chiari nemmeno a lei, di nascondere il dolore, di fare buon viso a cattivo gioco. Aveva cercato di perdonare, disse, o di dimenticare, ma nessuna delle due cose aveva funzionato.
La voce di Moji, che non si era mai alzata, aveva assunto un tono teso, stanco, sempre pi rauco. Non dirai niente, disse. So che non dirai niente. Sono solo lennesima donna che racconta una storia di abuso sessuale a cui nessuno creder. Lo so. Guarda, lamarezza mi ha divorato per tutto questo tempo, perch  successo tanti anni fa, ed  la mia parola contro la tua, e tu dirai che  stato consensuale, o che non  mai successo. Ho previsto tutte le tue possibili risposte. Per questo non lho detto a nessuno, nemmeno al mio ragazzo. Ma lui sa lo stesso chi sei tu, lo psichiatra, il sapientone. So che pensi che sia un buono a nulla. Ma lui  un uomo migliore di te.  pi saggio di te, e capisce la vita molto meglio di quanto tu riuscirai mai a fare. Ecco perch, senza che io gli abbia mai detto niente, sa che influenza maligna tu abbia avuto sulla mia vita.
Penso che tu non sia cambiato affatto, Julius. Le cose non vanno via solo perch decidi di dimenticarle. Hai abusato di me diciotto anni fa perch sapevi che lavresti passata liscia, e infatti  andata cos, a quanto pare. Ma nel mio cuore, non lhai passata liscia. Ti ho maledetto troppe volte per tenerne conto. E forse oggi non lo rifaresti, ma in fin dei conti neanche allora pensavo che avresti fatto una cosa del genere. Basta che succeda una volta. Ma adesso avresti qualcosa da dire? Hai qualcosa da dire?
Altre persone si erano svegliate e avevano incominciato a vagare per lappartamento. Moji smise di parlare e tenne lo sguardo fisso sulle acque scintillanti dellHudson. Pensavo che si sarebbe messa a piangere, ma con mio grande sollievo, non lo fece. Chiunque fosse uscito in terrazza in quel momento non avrebbe potuto pensare altro se non che stavamo ammirando il gioco di luci sullHudson.
Il sole appena sorto comparve a un angolo cos acuto che il fiume sembrava una lastra di alluminio. In quel momento  che ricordavo perfettamente, come se mi scorresse di nuovo davanti agli occhi  pensai alla doppia storia raccontata da Camus nei suoi diari su Nietzsche e Gaio Muzio Scevola, leroe romano del sesto secolo d.C. Scevola era stato catturato mentre cercava di uccidere il re etrusco Porsenna e, piuttosto di tradire i suoi complici, dimostr che non aveva paura mettendo la mano destra nel fuoco e lasciandola bruciare. Da quel gesto fu soprannominato Scevola, il mancino. Nietzsche, secondo Camus, and su tutte le furie quando i suoi compagni di scuola non credettero alla storia di Scevola. E cos, il quindicenne Nietzsche prese un tizzone ardente dal focolare e lo strinse. Ovviamente si ustion. La cicatrice lo accompagn per il resto della sua vita.
Entrai in sala e salutai chi si era svegliato. Cinque minuti dopo me ne andai. Fu solo parecchi giorni dopo che, rileggendo la storia da qualche altra parte, mi resi conto che lo sprezzo di Nietzsche per il dolore si era espresso non con un tizzone ardente ma con vari fiammiferi accesi posati sul palmo. Un capoclasse era stato messo in allarme e si era precipitato a gettare a terra i fiammiferi che stavano cominciando a ustionare la mano del giovane Nietzsche.

21.

Luned  stata la mia prima giornata piena allo studio privato. Lo studio, che il mio socio anziano David Ng gestisce da quattordici anni,  sulla Bowery.  un ufficio piacevole, al terzo piano di un edificio anteguerra, con grandi finestre che danno su una fila di negozi di lampade dallaltra parte della strada, e il cielo sgombro appena sopra. Non ho ancora avvistato gli uccelli migratori questanno, ma so che verranno. Nei momenti di quiete, potr mettermi a trarre auspici a mio piacimento.  stato un mese indaffarato: solo la scorsa settimana ho traslocato in un piccolo appartamento sulla Ventunesima Ovest. Il panorama non  granch, ma  un quartiere piacevole (come lagente immobiliare mi ha ricordato allinfinito) e posso andare in ufficio a piedi. Qualche settimana fa, mi sono fatto operare alla mano, cosa che rimandavo da tempo. Il dolore  sparito.
La mia specializzazione  terminata alla fine dellestate e io ho scelto di lavorare con Ng, anche se avevo ricevuto offerte meglio pagate fuori citt, di cui la pi interessante era uno studio gestito da un gruppo di medici ad Hackensack, New Jersey. Avrebbe significato pi soldi, la pace dei sobborghi, e le cose che il denaro pu comprare; ma alla fine non  stata una scelta difficile. Rimanere qui in citt  lunica opzione che ha un senso emotivo per me; listinto mi  venuto in soccorso, cos come il parere professionale della dottoressa Bolt, la nostra direttrice. Il dottor Martindale, con cui avevo condiviso la firma di un paio di paper di ricerche, aveva cercato di convincermi a rimanere nellaccademia, ma da tempo mi  chiaro che lambiente universitario non fa per me.
Ho incominciato a organizzare il mio studio.  una stanza quasi del tutto spoglia, ma ho portato dei libri e il mio computer  stato collegato, e ho messo un paio di piccoli altoparlanti per ascoltare musica tra un appuntamento e laltro. Ho gi salvato nei preferiti una delle stazioni di classica locali, e mi sento pi tollerante con gli annunciatori di quanto non fossi prima. Venerd  arrivato il divano nuovo, e lodore del tessuto, una strana combinazione di limone e polvere, ha impregnato la stanza, ma finora nessun paziente si  lamentato. Sulla porta c una targa di ottone smussato che Ng ha fatto fare ancora prima che arrivassi.
Sul pannello di sughero dietro la mia poltrona c una cartolina di Heliopolis che ho trovato per caso in un negozio di libri usati due o tre settimane fa.  ingiallita dal tempo, e mostra una strada messa in ombra da un edificio sulla destra. Il palazzo ha una specie di campanile medievale europeo, con due coppie di colonne su ciascun lato. Due uomini, figure minuscole, camminano lungo un lato delledificio. Indossano tuniche bianche. Un altro, lievemente pi grande, sta in mezzo alla strada vuota, e guarda il fotografo. Anche lui porta una lunga tunica bianca, ma con una giacca nera sopra. Alla sua destra, la strada  solcata dalle linee argentate, convergenti, dei binari, e allorizzonte si vedono due tram. I loro elementi articolati, uniti ai cavi elettrici in alto, li fanno somigliare a grosse mosche. A sinistra della strada altrimenti deserta, c un edificio pi piccolo, o forse semplicemente pi lontano, e una delle torri delledificio ha una cupola a cipolla. La cartolina, senza data, ha solo una piccola scritta in bianco: 9108 Le Caire, Heliopolis. Non  pittoresca. Il cielo  slavato, le ombre scure, la composizione poco interessante. Sembra una cartolina lasciata l per caso, non unimmagine che qualcuno attaccherebbe intenzionalmente a un pannello. Ma non riesco a togliermi di dosso la sensazione che lomino in tunica bianca e giacca nera, il cui viso  reso invisibile dalle ombre in strada, sia una sorta di testimone, e mi guardi mentre sono al lavoro. In effetti era stato proprio lui che mi aveva spinto a prendere in mano la cartolina, e solo dopo avevo notato che raffigurava lHeliopolis del barone Empain.
Ieri pomeriggio, mentre ascoltavo la radio nellintervallo tra un paziente e laltro, sono stati annunciati i concerti della settimana alla Carnegie Hall. La Berlin Philharmonic Orchestra ha in programma tre concerti diretti da Simon Rattle. Ho comprato subito un biglietto online per la sera stessa. Oggi c lultimo concerto, Das Lied von der Erde, che mi perder perch  esaurito. La mente di Mahler era sempre concentrata sulle cose ultime. Das Lied von der Erde, con le sue sofferte note di addio e luniverso sonoro insieme dolce e amaro, fu scritto in gran parte nellestate del 1908. Lanno prima, le crudeli misure antisemitiche obbligarono il compositore a lasciare la direzione dellOpera di Vienna. La delusione era arrivata subito dopo un grave trauma, nel luglio 1907, la perdita della maggiore delle sue due bambine, Maria Anna, morta a soli cinque anni di scarlattina. Quando il Metropolitan Opera lo ingaggi per la stagione del 1908, Mahler port sua moglie Alma e laltra figlia a New York, dove conobbe un periodo di sollievo, un momento di gloria e soddisfazione. Delizi il pubblico con il suo talento e un programma innovativo, finch la direzione non gli prefer Toscanini.
Ieri sera sono andato a sentire la Nona Sinfonia, che Mahler scrisse dopo Das Lied von der Erde. Il senso della fine era cos forte in Mahler che la conclusione di molte sue storie musicali arriva quasi a dominare ci che precede. Era diventato un maestro del finale, il finale delle sinfonie, di un corpus di lavori, della sua stessa vita. Persino la Nona non fu il suo ultimissimo lavoro: sono sopravvissuti alcuni frammenti della Decima Sinfonia, che  ancora pi funerea delle opere precedenti. Traendo spunto dagli appunti di Mahler, il musicologo inglese Deryck Cooke la complet negli anni Sessanta.
Mi sono ritrovato a pensare agli ultimi anni di Mahler mentre ero seduto sulla metro della linea N diretta a nord ieri sera. Tutta loscurit che lo circondava, le varie reminiscenze di fragilit e di morte, erano illuminate a giorno da una fonte ignota, ma anche quella luce era in ombra. Ho pensato a come le nuvole corrono tra i canyon illuminati dal sole che si formano in mezzo ai grattacieli, e le divisioni nette tra buio e luce vengono trafitte da chiaroscuri passeggeri. Le ultime opere di Mahler  Das Lied von der Erde, la Nona Sinfonia, gli appunti per la Decima  furono eseguite postume: tutte sono opere ampie, fortemente illuminate, vivaci, circondate dalla tragedia che si stava svolgendo nella vita reale. Limpressione immediata che danno  di luce: la luce del desiderio passionale di vita, la luce di una mente malinconica che contempla limplacabile avvicinarsi della morte.
Lossessione per le cose ultime non era evidente solo nel suo stile tardo. Era presente fin dallinizio della sua carriera di compositore, fin dalla Seconda Sinfonia, che era una vasta esplorazione musicale della morte e della resurrezione. Se negli ultimi anni avesse scritto solo Das Lied von der Erde, quellopera sarebbe stata considerata una perfetta ultima dichiarazione, un grande esempio, paragonabile al Requiem di Mozart, alla Nona di Beethoven, e allultima sonata per piano di Schubert. Ma aver fatto seguire a Das Lied lugualmente immensa Nona Sinfonia lestate successiva, nel 1909, lo fece diventare, grazie alla forza della sua volont, il genio degli addii prolungati.
Il concerto faceva parte di una serie che celebrava la citt di Berlino. Avevo comprato il biglietto per il concerto troppo tardi, ed ero nella quarta gradinata sopra la platea. Latrio, un bellissimo spazio a forma di conchiglia, con il soffitto incastonato di lampadari e luci a incasso, era affollato. La persona accanto a me, una bella donna che indossava un cappotto costoso, puzzava. Era un miscuglio di alcol e saliva, e immaginavo che non fosse una questione di igiene insufficiente, ma piuttosto di profumo eccessivo. Mi  venuto in mente di cambiare posto, ma era impossibile. La donna si  sventagliata per un istante, e lodore si  allontanato. Il suo compagno, un uomo alto, abbronzato, in abito blu e camicia bianca a quadretti, con unaria europea e ridenti occhi grigi,  arrivato poco dopo. Il primo violino  spuntato da dietro la quinta fra gli applausi e lorchestra ha iniziato ad accordare gli strumenti, prima con loboista che ha emesso un la cristallino, poi con gli archi che da una bellissima cacofonia, pian piano sono arrivati a convergere verso lunisono.
Lultimo concerto che Gustav Mahler diresse fu alla Carnegie Hall, nel febbraio del 1911. Non comprendeva alcun brano suo: condusse la New York Symphony Orchestra, che in seguito divenne la New York Philharmonic, nella prima mondiale della Berceuse lgiaque di Busoni. Quel giorno era febbricitante, e diresse il concerto nonostante il suo medico personale, il dottor Joseph Fraenkel, glielavesse sconsigliato; probabilmente la febbre quella sera gli era insopportabile mentre dirigeva il pezzo di Busoni sul testo seguente: La culla del bambino dondola, il rischio del suo destino vacilla; il sentiero della vita sbiadisce, sbiadisce nelleterna distanza
Loboista ha emesso un altro la e questa volta sono entrati anche i legni, seguiti da una raffica di archi. Alla fine, un segnale  arrivato dal palco e il silenzio  calato nella sala. Praticamente cerano solo bianchi, come succede quasi sempre in questi concerti: lo noto ogni volta, e cerco di non farci troppo caso. Il tutto si svolge in una rapida e complessa serie di passaggi: prima mi rimprovero per averlo notato, poi mi dispiaccio di quelle suddivisioni che ancora sussistono nelle nostre vite, quindi sono infastidito dal fatto che quei pensieri mi passino immancabilmente per la testa a un certo punto della serata. Al concerto di ieri erano quasi tutti di mezza et, o anziani. Ci sono abituato ormai, ma mi sorprende sempre quanto  facile lasciare il meticciato della citt per entrare in spazi di soli bianchi, la cui omogeneit, a quanto sembra, non causa alcun disagio ai bianchi stessi. Lunica cosa strana, per alcuni di loro,  vedere me, giovane e nero, al mio posto o alla cassa dei biglietti ridotti, oppure in coda davanti ai bagni durante lintervallo. Ricevo delle occhiate che mi fanno sentire come Ota Benga, il pigmeo che era stato messo in mostra nella gabbia della scimmia allo zoo del Bronx nel 1906. Sono stanco di questi pensieri, ma ci ho anche fatto labitudine. Per la musica di Mahler non  bianca o nera, non  vecchia n giovane, e non  nemmeno detto che sia specificamente umana, piuttosto che in armonia con vibrazioni pi universali. Simon Rattle  salito sul palco sorridendo, i capelli ricci che ondeggiavano, mentre il pubblico applaudiva.
Ha ringraziato lorchestra, poi le luci si sono abbassate ancora di pi. Il silenzio  diventato totale; dopo un istante di attesa, Rattle ha segnato il tempo e la musica  cominciata.
Il primo movimento della Nona Sinfonia  come una grande nave che scivola fuori dal porto: pesante ma del tutto aggraziata nelle movenze. Nelle mani di Rattle,  cominciata con sospiri, una serie di esitazioni, una figurazione discendente ripetuta che si estendeva diventando al contempo pi frenetica. Ascoltavo come sempre con la mente e con il corpo, entrando negli aspetti familiari della musica, scoprendo dettagli nello spartito, punti di enfasi e articolazione che non avevo notato prima, o che erano stati sottolineati per la prima volta da quel particolare direttore. Rattle stava dirigendo Mahler ma anche comunicando  perlomeno per me, che da tempo prediligevo quella musica  con altri interpreti: Benjamin Zander, Jascha Horenstein, Claudio Abbado, John Barbirolli, Bernard Haitink, Leonard Bernstein, Hermann Scherchen, Otto Klemperer e, non ultimo, Bruno Walter, che per primo aveva diretto la sinfonia a Vienna un anno dopo la morte di Mahler, e due anni prima che scoppiasse la prima guerra mondiale. Erano nomi di uomini, in gran parte europei e ormai quasi tutti morti, che negli ultimi quindici anni, da quando ero venuto negli Stati Uniti, avevano significato davvero molto per me, ciascuno associato a un umore e a unatmosfera specifica  equilibrata, estrema, sentimentale, sofferta, consolante  nella vasta gamma della sinfonia. Simon Rattle, che plasmava il suono dei due primi movimenti guidando lorchestra attraverso impeti e ninnananne, stava rivendicando il suo ruolo come uno dei titani di questa esecuzione. Il terzo movimento, il rond, era fragoroso, brusco e pi burlesco che mai.
Poi, da una calma che sembrava far trattenere il fiato a tutto il pubblico, la dolce apertura del movimento finale simile a un inno, portato dagli archi, ha riempito la sala. Ero senza parole. Non avevo mai notato quanto la melodia di questo movimento fosse simile a Abide with me. E quella rivelazione mi ha fatto sprofondare nel dolore profondo della lunga ma radiosa elegia di Mahler, e ho avuto la sensazione di poter anchio percepire lintensa concentrazione, le centinaia di pensieri privati di tutte le persone che erano con me nellauditorium. Era strano pensare che quasi centanni prima, proprio qui a Manhattan, a pochi passi da Carnegie Hall, al Plaza Hotel allangolo tra la Cinquantanovesima e la Quinta, Mahler stava lavorando proprio a questa sinfonia, consapevole del problema di cuore che ben presto lo avrebbe condannato.
Nel bagliore dellultimo movimento, ma ben prima che la musica terminasse, una donna anziana che era seduta in prima fila si  alzata e si  incamminata verso luscita. Camminava piano, e aveva addosso gli sguardi di tutti, anche se la musica reclamava ludito. Era come se fosse stata chiamata e si avviasse verso la morte, attirata da una forza a noi invisibile. Lanziana signora era fragile, con una sottile corona di capelli bianchi che, illuminata dalle luci del palco, diventava unaureola, e si muoveva cos lentamente che sembrava un granello di polvere sospeso nella musica lenta. Aveva un braccio leggermente alzato, come se fosse aiutata da qualcuno  come se io fossi l con la mia oma e il ritmo della musica ci spingesse delicatamente in avanti mentre laccompagnavo verso loscurit. La signora  fluttuata verso luscita e fuori dal campo visivo con una tale grazia da ricordare una piccola barca che si allontana dal molo di un lago di campagna, una barca che agli occhi di chi  rimasto sulla spiaggia non sembra veleggiare, ma dissolversi nella nebbia mattutina.
Mahler aveva lavorato senza risparmiarsi anche durante la malattia, attraverso una lunga serie di sofferenze, e nelle sue composizioni gigantesche aveva abilmente incastonato lelegia nellelegia. Gli piaceva dire, con il suo tipico umorismo nero, che Krankheit is Talentlosigkeit: la malattia  una mancanza di talento. Diede importanza alla propria morte  e quello fu uno dei suoi grandi talenti , tanto che davvero parve che se ne fosse andato come un drago che sfonda un muro, come si dice di alcuni grandi poeti cinesi. Il suo funerale sarebbe stato celebrato a Vienna, al cimitero di Grinzing. E cos, quando alla fine arriv la sentenza definitiva di morte  uninfezione del sangue da streptococco, secondaria a una diagnosi precedente di endocardite infettiva, letale per le valvole cardiache  dal dottor Fraenkel, che era giunto alla diagnosi consultandosi con il dottor Emanuel Libman, direttore di dipartimento del Mount Sinai Hospital, Mahler aveva intrapreso larduo viaggio finale verso casa. Prima era andato in nave da New York a Parigi, dove aveva provato invano un siero sperimentale allistituto Pasteur, poi in treno, tra grandi sofferenze, fino a Vienna, dove le folle lo accolsero e lo festeggiarono, anche se in passato lo avevano trattato con grande crudelt, seguendo la sua processione come se fosse Virgilio che tornava a Roma per morire. E infatti mor, una settimana dopo, a mezzanotte del 18 maggio 1911.
La musica si  fermata. Nella sala regnava un silenzio perfetto. Simon Rattle era immobile sul podio, la bacchetta ancora in aria, e anche i musicisti erano fermi, con gli strumenti alzati. Mi sono guardato intorno, osservando i visi illuminati, pervasi da quel silenzio. I secondi si sono dilatati. Nessuno tossiva, nessuno si muoveva. Si poteva sentire il debole rumore del traffico in lontananza, fuori dal teatro. Ma dentro, nemmeno un suono; persino le centinaia di pensieri in corsa si erano fermati. Poi Rattle ha abbassato le mani, e sono scrosciati gli applausi.
Solo quando la porta si  richiusa alle mie spalle con un clic mi sono reso conto di quello che avevo fatto. Avevo usato luscita di sicurezza che collegava la quarta gradinata direttamente alla scala antincendio esterna delledificio. La pesante porta metallica che si era appena chiusa non aveva una maniglia esterna. Ero chiuso fuori. Non potevo ripararmi dalla pioggia e dal vento, perch avevo lasciato anche lombrello in sala. In pi non mi trovavo sulla gradinata alluscita, come avevo sperato, ma su una traballante scala antincendio, chiuso fuori sul lato non illuminato della Carnegie Hall in una serata piovosa. Era una perfetta situazione da commedia.
I gradini di metallo scivoloso erano tutto ci che mi separava dalla strada, una trentina di metri pi in basso. Tra i miei piedi scorgevo le luci appena sotto, e avevo la testa e il cappotto gi bagnati. I miei compagni di concerto stavano tornando alle loro vite, ignari della mia situazione. Anche in una serata clemente, sarei stato troppo lontano per gridare; di notte, con la pioggia che fustigava le strade, era del tutto inutile. E qualche minuto prima ero tra le braccia di Dio, e in compagnia di centinaia di altre persone, mentre lorchestra veleggiava verso la coda, portandoci a unesaltazione incredibile.
Ora affrontavo una solitudine di rara purezza. Al buio, sopra il precipizio, vedevo le luci della Quarantaduesima che lampeggiavano in lontananza. I gradini della scala antincendio, che in condizioni migliori era gi precaria, erano resi scivolosi dallacqua. Mi muovevo piano, un passo studiato dopo laltro. Il vento sferzava rumorosamente il palazzo, e traevo un cupo conforto dal fatto che, se fossi caduto da quellaltezza, non cera pericolo di rimanere paralizzato: la morte sarebbe stata istantanea. Il pensiero mi ha calmato, e, un po camminando un po scivolando, ho disceso i gradini, pochi centimetri alla volta. Quella passeggiata sulla corda tesa  continuata per alcuni minuti nelloscurit. E poi ho visto che la scala antincendio scendeva solo fino a met del palazzo, e si interrompeva bruscamente davanti a unaltra porta chiusa. La distanza fino a terra, pi o meno sette piani, era un salto nel vuoto. Ma stavolta ero pi fortunato: cera una maniglia. Lho abbassata e la porta si  aperta su un corridoio.
Prima di varcare la soglia, tenendo la porta aperta con sollievo e gratitudine, mi era venuto in mente di guardare in cielo, e con mia grande sorpresa, ho visto le stelle. Le stelle! Non avevo pensato di riuscire a vederle, non con linquinamento luminoso che avvolgeva costantemente la citt, e non in una sera di pioggia. Ma mentre stavo scendendo le scale, la pioggia si era interrotta, e aveva pulito laria. I miasmi delle luci di Manhattan non salivano troppo in alto nel cielo, e nella notte senza luna il cielo era come un tetto punteggiato di luci e la volta celeste luccicava. Erano stelle meravigliose, una nuvola lontana di lucciole, ma nel corpo sentivo quello che i miei occhi non potevano afferrare, cio che la loro vera natura era leco visiva di qualcosa che era gi nel passato. Negli eoni imperscrutabili che la luce impiegava a percorrere quelle distanze, la fonte di luce stessa si era in alcuni casi estinta da tempo e i suoi resti scuri si allontanavano da noi a velocit ancora maggiori.
Ma negli spazi bui tra le stelle morte, brillanti, cerano stelle che non potevo vedere, stelle che esistevano ancora, ed emettevano una luce che non mi aveva ancora raggiunto, stelle che vivevano e illuminavano ma che per me erano presenti solo come interstizi vuoti. La loro luce sarebbe arrivata un giorno sulla terra, molto dopo che io e la mia generazione e tutta la generazione dopo di me saremmo scivolati fuori dal tempo, forse molto tempo dopo che la stessa razza umana si sarebbe estinta. Fissare quegli spazi neri era come avere una visione diretta del futuro. Ho stretto il corrimano arrugginito della scala antincendio con una mano e ho afferrato la maniglia della porta aperta con laltra. Laria della notte mi pizzicava le orecchie. Ho guardato in basso, nel vuoto, e ho visto sfrecciare il rettangolo giallo sfocato di un taxi e poi unambulanza, la sirena che mi raggiungeva sette piani pi sopra, e si diffondeva dirigendosi verso linferno al neon di Times Square. Avrei voluto incontrare la luce delle stelle invisibile a met strada, luce invisibile perch tutto il mio essere era intrappolato in un punto cieco, una luce che arrivava velocissima, coprendo quasi trecento milioni di chilometri allora. Sarebbe arrivata a tempo debito, illuminando altri esseri umani, o forse altre configurazioni del nostro mondo, dopo che inimmaginabili catastrofi lavevano alterato fino a renderlo irriconoscibile. Avevo metallo nelle mani e stelle negli occhi, ed era come se mi fossi avvicinato tanto a qualcosa che lo vedevo sfocato, o forse mi ero allontanato a tal punto che era sbiadito.
Mi sono incamminato lungo Central Park, che era pervaso dallodore di sterco di cavallo, ho superato il palazzo del professor Saito verso Columbus Circle, e ho preso la linea 1 fino alla Ventitreesima. Quando sono uscito dalla metro, invece di andare direttamente a casa, ho attraversato la West Side Highway. Volevo vedere lacqua, e mi sono avvicinato alledificio del Chelsea Piers. Costeggiandolo sulla destra, dove erano attraccati gli yacht e le imbarcazioni turistiche, ho visto un uomo in uniforme. Ha alzato una mano come per salutare. Stiamo per partire, ha gridato. Immaginavo che fosse il responsabile di una delle barche, e ho spiegato che non facevo parte del gruppo. Non importa, ha detto. La barca non  ancora piena. E non deve pagare niente, siamo gi rientrati delle spese. Ha sorriso e ha aggiunto, Si vede benissimo che le piacerebbe salire. Su, venga! Saremo di ritorno tra meno di unora. Lho seguito al molo 66 e sono salito sulla lunga barca bianca, che era gi piena di ragazzi in et da college. Erano quasi le undici, e non pioveva. Nellinterno illuminato quasi a giorno, un cameriere controllava i documenti didentit prima di lasciare che gli studenti prendessero dal vassoio le flte di plastica piene di champagne. Me ne ha offerta una, ma io ho rifiutato. La maggior parte dei presenti stava ammirando il panorama dallinterno della cabina, perch si era alzato il vento. Sono andato verso il ponte di poppa, dove cerano delle coppiette e qualcuno da solo, e mi sono seduto vicino al parapetto.
Il motore ha emesso un borbottio basso, e la barca  indietreggiata lievemente e ha vibrato, come se stesse prendendo fiato prima di tuffarsi. Poi si  staccata dal molo e poco dopo la distesa dacqua tra noi e il porto si  allargata, mentre il vociare dei ragazzi si levava dalle vetrate della cabina. Abbiamo tracciato un rapido arco verso sud, e i grattacieli pi alti di Wall Street ben presto sono comparsi alla nostra sinistra. Il pi vicino allacqua era il World Financial Center, con le due torri unite dallatrio trasparente e illuminate di blu dalle luci della notte. La barca cavalcava le onde del fiume. Seduto sul ponte, a guardare la scia bianca, spumosa, sullacqua nera, mi sentivo tirato verso lalto e poi spinto in basso, come se assecondassi i movimenti di uninvisibile corda campanaria.
Pochi minuti dopo essere entrati nella Upper Bay, abbiamo visto la Statua della Libert, prima un verde sbiadito nella foschia, poi ben presto enorme e torreggiante sopra di noi, un monumento degno del nome che porta, con le pieghe fitte dellabito imponenti come colonne. Mentre la barca si avvicinava allisola, altri studenti erano usciti sul ponte, e additavano la statua, e le loro voci, che riempivano laria intorno a noi, si dileguavano senza eco sullacqua. Lorganizzatore della crociera mi si  avvicinato. Sono felice che sia venuto, e lei? Ho accettato il suo saluto con un debole sorriso, e lui, che forse percepiva la mia solitudine, si  allontanato. La corona della statua  chiusa dal 2001, e i visitatori devono guardarla dal basso; nessuno pu salire i trecentocinquantaquattro stretti gradini per ammirare la baia dalle finestre della corona. In ogni caso la statua monumentale di Bartholdi non  stata una meta turistica a lungo. Pur avendo avuto un forte significato simbolico fin dallinizio, prima del 1902 era un faro attivo, il pi grande del paese. A quellepoca, la fiamma che brillava dalla torcia guidava le navi nel porto di Manhattan; quella stessa luce, soprattutto con il cattivo tempo, disorientava in modo fatale gli uccelli. I volatili, molti dei quali erano abbastanza scaltri da schivare i gruppi di grattacieli disseminati in citt, perdevano lorientamento quando si trovavano di fronte quellunica, gigantesca fiamma.
Un gran numero di uccelli era andato incontro alla morte in quel modo. Nel 1888, per esempio, il mattino dopo una notte particolarmente burrascosa, furono ritrovati pi di millequattrocento volatili morti sulla corona, la balconata intorno alla torcia, e il piedistallo della statua. Le autorit dellisola colsero lopportunit e svendettero i pennuti alle modiste e alle mercerie di New York. Ma non ebbero altre occasioni di fare affari perch un certo colonnello Tassin, che era alla guida militare dellisola, intervenne e decise che dal quel giorno nessuno avrebbe potuto vendere i volatili deceduti, che sarebbero invece stati messi al servizio della scienza. Gli uccelli  di cui ogni volta si raccoglievano duecento o pi carcasse  venivano inviati al Washington National Museum, allo Smithsonian e ad altre istituzioni scientifiche. Con il suo forte spirito civico, il colonnello Tassin avvi un sistema pubblico di registrazione, assicurandosi che venisse mantenuto con regolarit militare, e ben presto fu in grado di fornire dettagli precisi sul decesso di ciascun volatile, inclusa la specie, la data, lora dellevento, numero progressivo, numero esemplari morti, la direzione e la forza del vento, le condizioni climatiche e annotazioni di carattere generale. Il 1 ottobre di quellanno, per esempio, il rapporto del colonnello indicava che erano morti cinquanta ralli, undici scriccioli, due uccelli gatto capinero, e un caprimulgo. Il giorno seguente, il documento riportava due scriccioli, il giorno dopo otto. La media, secondo il colonnello Tassin, erano circa venti volatili a notte, anche se il clima e la direzione del vento potevano modificare di parecchio il numero dei decessi. A ogni modo, rimaneva la sensazione che fosse in atto qualcosa di pi inquietante. Il mattino del 13 ottobre, per esempio, erano stati raccolti centosettantacinque scriccioli, tutti morti sul colpo, anche se la notte prima non era stata particolarmente buia n ventosa.
...
FINE.